Conflitti irrisolti nello spazio post sovietico: frozen conflicts o minaccia concreta

di Dario Chillemi

Introduzione

Diversi stati situati lungo la periferia orientale dell’Europa sono coinvolti da anni in conflitti irrisolti per il controllo di regioni a essi giuridicamente appartenenti, ma de facto indipendenti: Moldavia, Ucraina, Georgia, Azerbaijan e Armenia. Conflitti di natura territoriale che affondano le loro radici in contesti attraversati da profonde tensioni etniche, sociali ed economiche. Sono inoltre caratterizzati da un andamento irregolare e hanno visto alternarsi duri combattimenti con fasi di tregua, in cui le ostilità sembravano congelarsi, per poi spesso riesplodere apparentemente all’improvviso. I vari accordi sul cessate il fuoco o le trattative di pace fra le parti hanno spesso evitato ulteriori escalation militari, ma non ne hanno risolto i nodi alla base. Seppur coinvolgano regioni che possono sembrare periferiche e, in alcuni casi, stati dal peso politico minore, attraverso i frozen conflicts si scontrano in maniera diretta o indiretta gli interessi di attori regionali e globali, intenzionati a salvaguardare la propria influenza su aree dal ruolo geopolitico strategico. Per questo conflitti che appaiono come locali corrono il rischio di estendersi e coinvolgere altri paesi, alimentando l’instabilità e insicurezza dell’area. Analizzando sinteticamente cause e rivendicazioni alla base, attori e interessi coinvolti, ruolo delle potenze e possibili evoluzioni, si proverà a individuarne aspetti e caratteristiche comuni, con l’obiettivo di valutare quanto questi conflitti siano realmente congelati o se costituiscano una minaccia concreta per la sicurezza. Lungo il margine orientale dell’Europa sorgono diversi stati che da anni sono coinvolti in conflitti interni con regioni autoproclamatesi indipendenti: Moldavia, Ucraina, Georgia e Azerbaijan. Praticamente, ad esclusione dei paesi baltici e della Bielorussia, in tutti i paesi che corrono lungo l’area che da Nord a Sud separa l’Europa dalla Russia. Si tratta perlopiù di conflitti di natura territoriale scoppiati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta (ad eccezione dell’Ucraina) e che affondano le loro radici in contesti attraversati da profonde e antiche tensioni etniche, sociali ed economiche, spesso rimaste latenti per lungo tempo e riemerse con prepotenza dopo anni, in particolare in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Conflitti dall’andamento irregolare in cui si sono alternate fasi di duri combattimenti con fasi in cui le ostilità sembravano cessare, per poi riesplodere di nuovo. I vari accordi sul cessate il fuoco e le trattative di pace fra le parti sono riusciti a raffreddare le tensioni ma non a risolvere i nodi alla base né a giungere ad una soluzione condivisa sullo status di queste regioni. Il risultato di questi conflitti è stata la formazione in quei territori, su cui gli stati non esercitano più alcuna sovranità o la esercitano in maniera molto limitata, di nuove entità che nel tempo sono riuscite a ottenere una sempre maggiore autonomia e a mettere in atto dei processi di costruzione di istituzioni e funzioni tipiche di veri e propri stati. Queste entità sono note come stati de facto o stati non riconosciuti [1]. Pur non godendo di alcun riconoscimento internazionale effettivo, gli stati de facto presentano molti aspetti tipici della statualità: dei confini chiari, un esercito, una bandiera, un sistema di tassazione e in alcuni casi anche una formazione nazionale di calcio. Ma non sono stati nel senso legale del termine.

La loro breve durata, il numero di vittime relativamente poco alto e l’avere luogo in regioni considerate periferiche rispetto al continente europeo, hanno spesso portato a sottostimare il valore e l’importanza di queste guerre, ritenute spesso con superficialità come frutto di antiche diatribe etniche o locali. In realtà esse rappresentano per diversi motivi una questione rilevante per la sicurezza dell’area: innanzitutto perché hanno luogo in zone di contrapposizione tra gli interessi e le strategie delle grandi potenze regionali e globali, il cui intervento in questi contesti è quasi sempre volto a sostenere lo status quo a loro più favorevole; inoltre molto spesso vi sono coinvolte regioni dal ruolo cruciale dal punto di vista energetico, sia perché aree di estrazione di gas e petrolio, sia come rotte di transito e distribuzione; infine vi è il rischio che le tensioni alla base possano espandersi e coinvolgere le aree e gli stati confinanti, in particolare in una regione altamente instabile come il Caucaso.

Transnistria

La Transnistria è una regione orientale della Moldavia di circa 4160 kilometri quadrati, schiacciata tra il confine con l’Ucraina e il fiume Dniester. Il conflitto che la oppone allo stato centrale ha origine tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, in concomitanza con l’inizio della disgregazione del sistema sovietico e l’emergere del nazionalismo e indipendentismo dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Moldava. Il crollo dell’Urss ha fatto emergere le profonde differenze tra la parte orientale e quella occidentale del paese: la prima abitata da una popolazione perlopiù di origine russa e ucraina in gran parte russofona, e caratterizzata da una economia industriale/militare collegata al blocco sovietico, la seconda invece in gran parte basata su un’economia di tipo rurale/agricolo, in cui gli abitanti erano prevalentemente moldavi di lingua rumena. Al momento della dichiarazione d’indipendenza della Moldavia, i leader della Transnistria dichiararono la regione ancora parte dell’Unione Sovietica e nel marzo del 1992 cominciarono gli scontri armati tra i due schieramenti. Pochi mesi dopo, con l’intervento della XIV armata russa in supporto dei secessionisti, l’esercito moldavo fu costretto a ritirarsi e nei mesi seguenti un accordo mediato da Mosca e dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) e il seguente dispiegamento di truppe russe e internazionali sul confine mise fine alle ostilità e cristallizzò la linea del fronte trasformandola nel confine di fatto tra la Transnistria e il resto della Moldavia. Da allora i negoziati tra le parti sono proceduti a fasi alterne, producendo vari accordi su questioni tecniche come i trasporti, la cooperazione economica o il regime fiscale, ma non risolvendo l’aspetto principale riguardante lo status dell’entità. Dall’inizio degli anni Novanta quindi, in assenza di una soluzione sullo status della regione che metta d’accordo entrambe le parti, le autorità di Tiraspol hanno gradualmente messo in atto un processo di costruzione di quelle istituzioni politiche, economiche e amministrative tipiche di uno stato moderno, trasformando la regione in uno stato de facto. Dal 1997 uno degli strumenti attraverso il quale si cerca di raggiungere una risoluzione del conflitto è il cosiddetto processo “5+2” sotto la supervisione dell’OSCE, che ha messo insieme i rappresentati di Transnistria, Moldavia, Ucraina e Russia e con Stati Uniti e Unione Europea ufficialmente nel ruolo di osservatori.

Secondo l’ultimo censimento effettuato nel 2004 la Transnistria conta una popolazione stimata in 554088 persone, in cui i moldavi costituiscono il 32%, i russi il 30,4% e gli ucraini il 28,9% [2]. La Transnistria non gode di alcun riconoscimento internazionale e de jure rimane parte integrante della Moldavia. Gli unici riconoscimenti di questa entità secessionista sono arrivati da altre entità: Abkhazia e Ossezia del Sud. A differenza degli altri conflitti post sovietici, dagli accordi che hanno garantito un cessate il fuoco nel luglio del 1992 non ci sono stati ulteriori grossi incidenti, ma neanche grandi progressi verso una risoluzione definitiva della questione.

Le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk

Seppur scoppiata in un periodo storico diverso, anche la crisi in Ucraina del 2013-2014 presenta delle caratteristiche simili ai conflitti irrisolti dei primi anni Novanta. Per meglio comprenderne le cause e il contesto in cui è divampata, è utile analizzare brevemente alcune peculiarità che storicamente hanno caratterizzato questo paese. Il vasto stato ucraino presenta infatti al proprio interno delle differenze molto forti. Le regioni occidentali sono ucrainofone e abitate prevalentemente da ucraini, con presenze di minoranze ungheresi e di Ruteni (ucraini dei Carpazi). In quelle orientali a prevalere è la popolazione etnicamente russa, con presenza di minoranze bulgare e rumene ed è molto diffuso l’utilizzo della lingua russa. Ad ovest la maggioranza della popolazione fa capo alla chiesa Uniate, che segue il rito ortodosso ma riconosce l’autorità del Papa, mentre nella parte orientale è maggiormente radicata la chiesa ortodossa. Le regioni ad est del paese, parte integrante dell’Impero Russo per diversi secoli, corrispondono alla zona economicamente più sviluppata e più industrializzata, mentre nell’area occidentale prevale il settore agricolo. Questo differenze si ripercuotono anche nella struttura politica e partitica del paese: ad ovest i partiti che raccolgono i risultati migliori sono quelli fortemente nazionalisti e più filo-occidentali, mentre nell’area orientale le forze politiche filo russe o comunque non ostili all’influenza russa.

Tensioni sociali ed economiche e debolezza istituzionale hanno caratterizzato il paese fin dalla sua indipendenza nel 1991 e già erano state alla base di diversi periodi di instabilità, come la cosiddetta Rivoluzione Arancione nel 2004. Nel 2013, le proteste contro il governo Janukovic ed in particolare contro la decisione di sospendere le trattative per l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea diedero vita a scontri violenti e combattimenti che portarono alla caduta del governo in carica e causarono numerosi morti e feriti. Lo scontro politico rifletteva le profonde differenze etniche linguistiche ed economiche che dividono l’Ucraina, in particolare lungo asse ovest/est. La crisi si è andata trasformando così in un conflitto armato tra l’autorità di Kiev e le regioni orientali filo russe del Donetsk e del Lugansk. In seguito, nell’aprile del 2014 i leader delle regioni separatiste proclamarono la nascita delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk e la creazione della confederazione della Novorossiya, con l’annunciato obiettivo futuro di unificarsi alla Russia. A questo Kiev rispose con una vasta offensiva militare, che ha causato migliaia di morti e sfollati. La situazione si è andata aggravandosi con il coinvolgimento, in maniera più o meno diretta, degli Usa e stati Ue (in particolare quelli dell’Europa orientale) a supporto di Kiev, e della Russia a sostegno delle regioni indipendentiste. Nel febbraio del 2015 un accordo sul cessate il fuoco è stato raggiunto attraverso il Protocollo di Minsk II e grazie alla mediazione dei capi di stato di Francia, Germania, Russia e Bielorussia. La situazione di tregua rimane ancora troppo instabile per poter considerare terminato questo conflitto, ma nonostante ciò anche nelle due regioni si sono mese in moto quelle dinamiche tipiche osservate per gli altri frozen conflicts, come la creazione di istituzioni statali e corpi di forze armate. Le due repubbliche popolari sono apertamente sostenute dalla Russia, ma non riconosciute giuridicamente. L’unico riconoscimento è arrivato da un’altra entità quale l’Ossezia del Sud, mentre la comunità internazionale continua a riconoscere queste regioni come parti del territorio legittimo dell’Ucraina. Si stima che nella confederazione della Novorossiya vivano circa 3 milioni di persone [3].

Abkhazia

L’Abkhazia è una regione che si trova nella parte nord occidentale della Georgia. Il conflitto che la oppone allo stato georgiano risale alla fine del diciannovesimo secolo e si è andato esacerbando durante il periodo sovietico. Dal 1921 al 1931 sia l’Abkhazia che la Georgia avevano goduto dello stesso status di repubbliche autonome, ma nel 1931 Stalin trasformò la regione in una repubblica autonoma all’interno della Georgia Sovietica. Da questo momento un processo di georgianizzazione dell’area, mirato in particolare contro la lingua e la cultura abkhaza, rese i rapporti tra le due comunità sempre più tesi e accrebbe le istanze indipendentiste. Quando l’Unione Sovietica cominciò a disintegrarsi alla fine degli anni Ottanta, le tensioni etniche tra abkhazi e georgiani crebbero e iniziarono a sfociare nei primi scontri. Dal 1991 al 1993 lo scontro tra le due parti causò circa diecimila morti e duecentomila tra sfollati e rifugiati, in particolare tra la popolazione georgiana dell’area. Nel 1994, con la mediazione della comunità internazionale e della Russia, entrarono in vigore gli accordi firmati tra il governo georgiano e i leader separatisti, che interruppero le ostilità ma non fecero chiarezza sullo status né sul destino della regione. Una missione internazionale di osservatori Onu, l’United Nations Observer Mission in Georgia (Unomig) e truppe russe sotto l’egida della Comunità di Stati Indipendenti (Csi) furono dispiegate lungo il confine per salvaguardare l’accordo. A seguito della breve guerra tra Russia e Georgia nell’agosto del 2008, la Repubblica di Abkhazia è stata riconosciuta dalla Russia e da altri 5 paesi membri Onu: Nicaragua, Venezuela, Nauru, Vanuatu e Tuvalu, che si vanno ad aggiungere agli altri riconoscimenti ottenuti da stati de facto quali Ossezia del Sud, Transnistria e Nagorno Karabakh. Le statistiche ufficiali abkhaze stimano in 240,705 la popolazione della regione, composta da 122,069 abkhazi (50,71%); 22,077 russi (9,17%); 41,864 armeni (17,39%) e 43,166 georgiani (17,93%) [4].

Ossezia del Sud

Il secondo conflitto irrisolto che coinvolge la Georgia è quello con l’Ossezia del Sud. Le dinamiche di tale conflitto hanno seguito un percorso simile a quelle del conflitto con l’Abkhazia, pur con alcune differenze. Nel 1992, in epoca sovietica, l’oblast (regiona autonoma) dell’Ossezia del Sud fu creato all’interno della Repubblica Sovietica di Georgia. Nel 1924 fu creato l’oblast dell’Ossezia del Nord, che in seguito nel 1936 venne inserito con lo status di repubblica autonoma all’interno della Russia. Con l’inizio della disgregazione dell’Urss aumentarono le tensioni fra osseti e georgiani e l’emersione di forte spinte nazionaliste da entrambi le parti. Nel 1989 il soviet supremo dell’Ossezia del Sud richiese ufficialmente l’elevazione dello status da regione a repubblica e l’opposizione della Georgia diede inizio al conflitto armato che si è protratto fino al 1992, quando l’accordo per cessate il fuoco mediato dalla Russia pose fine alle ostilità e portò il dispiegamento di truppe russe, ossete e georgiane lungo il confine. Nell’agosto del 2008 il governo georgiano lanciò una operazione militare con l’obiettivo di restaurare la propria sovranità nella regione. Mosca intervenne in difesa della regione separatista e i combattimenti durarono per circa un mese, durante il quale le truppe russe penetrarono all’interno del territorio georgiano, fino al raggiungimento di un accordo firmato dall’allora presidente di turno dell’Unione Europea Sarkozy e Medvedev, presidente russo. Le truppe russe si ritirarono quindi dalla Georgia, una missione di osservatori europei, l’European Monitoring Mission (EuMM), venne incaricata di controllare la linea del fronte e l’Ossezia del Sud rimase di fatto indipendente dallo stato georgiano, riconosciuta ad oggi, come l’Abkhazia, da Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru, Tuvalu e dalle entità non riconosciute di Abkhazia, Nagorno Karabakh e Transnistria. I dati più recenti stimano per l’Ossezia del Sud una popolazione di 51,572, composta per l’89% da osseti, da 4590 georgiani (8,9%) e da poche centinaia di russi, pari a circa l’1% della popolazione totale [5].

Nagorno Karabakh

A differenza dei conflitti analizzati in precedenza, che vedono opporsi delle entità in lotta per l’autodeterminazione contro lo stato centrale, quello del Nagorno Karabakh coinvolge direttamente due stati post sovietici, l’Armenia e l’Azerbaijan, per il controllo di questa regione prevalentemente montuosa che si estende per circa 4400 chilometri quadrati nella parte sud occidentale dell’Azerbaijan. Quella nel Karabakh è stata la guerra più sanguinosa che ha coinvolto le ex repubbliche sovietiche ed ha causato il più alto numero di vittime: circa 25000 tra armeni e azeri e più di un milione di rifugiati (Kruger 2010). Questa regione sorge in un territorio storicamente di competizione tra l’impero russo e quello ottomano/turco, in cui guerre e migrazioni hanno portato a grossi spostamenti e contatti tra le diverse popolazioni dell’area: armeni, azeri, russi, curdi e turchi. Con la disintegrazione dell’impero russo, Armenia e Azerbaijan iniziarono a scontrarsi ripetutamente per il dominio della regione, ma quando i bolscevichi ristabilirono il controllo sul Caucaso meridionale, le autorità sovietiche crearono nel 1923 l’oblast autonomo del Nagorno Karabakh, all’interno della Repubblica dell’Azerbaijan. Verso la fine degli anni Ottanta cominciarono i primi disordini e scontri tra la popolazione armena, che richiedeva l’annessione alla Repubblica di Armenia, e quella azera. Nel settembre del 1991 gli armeni della regione proclamarono la nascita della Repubblica indipendente del Nagorno Karabakh. Pochi mesi dopo l’Unione Sovietica iniziò a disgregarsi e Baku ne approfittò per cancellare l’autonomia della regione. Così nel 1992 gli scontri si tramutarono in una vera e propria guerra tra gli armeni, supportati dalle truppe di Yerevan, e l’esercito azero, conclusasi due anni dopo con l’occupazione da parte dei combattenti armeni dell’intera regione e di sette distretti amministrativi che la circondano, da cui negli anni è stata espulsa quasi tutta la popolazione di origine azera. Nel 1994 un accordo sul cessate il fuoco mediato dalla Russia ha fatto sensibilmente ridurre le ostilità, ma ha bloccato le due parti lungo l’allora linea del fronte, senza sciogliere il nodo dello status della regione e tramutando lo scontro sulla sorte del Nagorno Karabakh in un conflitto irrisolto. Dal 1998 si occupa della questione il Gruppo di Minsk, una struttura creata dall’Osce per giungere ad una pacifica risoluzione del conflitto di cui Russia, Francia e Stati Uniti detengono la presidenza condivisa e i cui membri sono Bielorussia, Germania, Italia, Svezia, Finlandia e Turchia. Le iniziative intraprese da questo gruppo non sono riuscite fino ad oggi a trovare una soluzione accettata da entrambe la parti e in questi anni la Repubblica del Nagorno Karabakh ha portato avanti il suo processo di state building nonostante la mancanza di un riconoscimento internazionale, assente anche da parte dell’Armenia. A riconoscere questa entità sono infatti solo altri stati de facto quali Abkhazia, Ossezia del Sud e Transnistria.

Elementi comuni

I conflitti descritti presentano differenze e caratteristiche proprie, ma è possibile evidenziare alcuni tratti comuni che li contraddistinguono: innanzitutto sono scoppiati in aree storiche di contrasto tra le diverse potenze, i cui confini sono stati riscritti diverse volte e le popolazioni si sono spesso spostate a causa di migrazioni, guerre, deportazioni o cause economiche. Questi territori sono caratterizzati dalla presenza di popolazioni con etnie, lingue e religioni diverse, spesso e a lungo in contrasto tra di loro. In epoca sovietica poi alcune di queste regioni hanno goduto per un determinato periodo di un certo grado di autonomia, cancellata o ridotta in seguito alla nascita delle repubbliche post sovietiche. Il ruolo e la composizione di queste aree spesso è stato definito anche dalle dinamiche economiche interne all’Unione Sovietica: ad esempio, i diversi livelli di sviluppo socio economico della Transnistria rispetto alla Moldavia e dell’Ucraina orientale rispetto a quella occidentale sono in gran parte eredità delle politiche industriali del periodo sovietico. Nella regione sulla riva orientale del Dniester il sistema sovietico impiantò fabbriche e importanti distretti industriali mentre nel resto del paese si sviluppò principalmente il settore agricolo. Una dinamica simile si può osservare per le regioni orientali dell’Ucraina, in particolare grazie allo sfruttamento del bacino carbonifero del Donbass. Questo divario ha profondamente inciso sulla composizione etnica e linguistica del paese e sul benessere materiale delle due regioni. Le aziende e le industrie attraevano solitamente forza lavoro da tutta l’Urss e questo causò un forte afflusso di popolazione russa o comunque di lingua russa in regioni fino allora abitate prevalentemente da moldavi e ucraini. Viceversa, lo sviluppo agro-industriale non attirò un flusso di forza lavoro del genere, basandosi soprattutto sul lavoro stagionale della popolazione moldava e ucraina dell’area. Queste differenze economiche e sociali sono perdurate nel tempo, consolidandosi con l’inizio della crisi del sistema sovietico e accentuando le divisioni interne dei due paesi. Viceversa l’Ossezia del Sud e il Nagorno Karabakh sono sempre state caratterizzate come regioni più povere all’interno degli stati di cui facevano parte.

Un altro elemento comune riguarda gli stati coinvolti da questi conflitti. Le repubbliche nate dal crollo dell’Unione Sovietica sono state caratterizzate da lunghi e difficili processi di state building, debolezza delle istituzioni, protratte crisi economiche e politiche e spesso incapacità di esercitare un effettivo controllo sull’intero territorio statale. Stati come la Georgia, la Moldavia o l’Azerbaijan nei primi anni della loro indipendenza avevano istituzioni fragili ed economie povere ed erano inoltre divisi da diversi conflitti interni. In Moldavia la questione dell’unificazione con la Romania ha a lungo diviso profondamente il paese, mentre in Azerbaijan si susseguirono diversi colpi di stati e cambi di regime fin quando non arrivò al potere Aliev. La Georgia visse probabilmente la situazione peggiore, poiché il paese precipitò nel 1992 in una guerra civile che procedeva parallelamente al conflitto contro le regioni secessioniste.

Altra caratteristica da sottolineare è il ruolo svolto dalla comunità internazionale e dai suoi organi in questi conflitti. Il comportamento della comunità internazionale nei confronti di questi conflitti ha avuto – ed ha tuttora –diverse sfaccettature. In generale, il principio che guida l’azione delle organizzazioni internazionali che si trovano a intervenire nei conflitti secessionisti, è quello della salvaguardia dell’integrità territoriale degli stati. Poi, il non riconoscimento da parte della maggioranza degli stati pone le entità ufficialmente al di fuori del sistema internazionale, escluse dalle relazioni politiche ed economiche tra gli stati. In diverse occasioni però organizzazioni quali l’Onu, l’Osce e la Nato hanno assunto vari ruoli nei conflitti, partecipando a negoziati e missioni di peacekeeping con differenti effetti e risultati. Dietro ai vari interventi si intrecciavano dinamiche e interessi molto diversi, che hanno portato queste organizzazioni in alcuni casi ad agire per salvaguardare l’integrità degli stati riconosciuti, mentre in altre hanno assunto quasi un ruolo di sostegno alla causa dei secessionisti. In generale comunque sembra corretto affermare che il coinvolgimento della comunità internazionale abbia quasi sempre contribuito a congelare le crisi e prolungare lo status quo nei territori contesi. Uno degli aspetti più importanti che lega questi diversi conflitti è il supporto esterno fondamentale che gli stati de facto ricevono da uno stato terzo, un patron state che ne garantisce e tutela l’esistenza. Senza di esso infatti difficilmente queste piccole entità avrebbero potuto tenere a lungo testa contro le forze armate degli stati contro cui sono in lotta. In tutti i conflitti post sovietici questo ruolo è svolto in maniera diretta dalla Russia, con alcune differenze solo in Nagorno Karabakh. Sia l’Ossezia che l’Abkhazia e la Transnistria possono fare affidamento sull’ombrello protettivo della Russia, sebbene Mosca abbia riconosciuto le prime due soltanto nel 2008 e non riconosca tuttora la regione separata dalla Moldavia. Senza il coinvolgimento della quattordicesima armata russa nella guerra civile moldava del 1992 molto probabilmente l’entità autonoma non sarebbe emersa, così come cruciale è stato il ruolo delle forze armate russe nei conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud. L’Armenia, patron state del Nagorno Karabakh, è essa stessa un paese debole con una non certo florida economia, ma nonostante questo il suo sostegno durante il conflitto con l’Azerbaijan e nel dopoguerra è stato molto rilevante, anzi per molti anni il flusso dei prestiti di Yerevan arrivava a coprire quasi interamente le necessità economiche della regione . A questo c’è da aggiungere come la numerosa e influente diaspora armena nel mondo abbia da sempre tenuto in grande considerazione la causa del Karabakh indipendente, sia facendo pressioni politiche negli stati in cui è maggiormente presente, sia destinando una buona parte delle rimesse che spediva in patria alla causa indipendentista. Quello tra patron state e entità de facto è un vincolo fondamentale, che influenza le sorti del conflitto ma anche le dinamiche di politiche interna ed estera degli stati de facto. Un vincolo comunque non eterno o immutabile: il tipo di rapporti e gli obiettivi di questi due soggetti possono cambiare nel tempo, così come gli equilibri e le relazioni geopolitiche più complessive. Ad esempio, durante le prime fasi del conflitto tra armeni ed azeri nel Karabakh, il sostegno dell’Urss/Russia si è orientato prima su una parte e poi sull’altra, e tuttora Mosca cerca di calibrare il proprio ruolo in questa regione senza incrinare troppo le relazioni con entrambe i contendenti.

Conflitti post sovietici: i rischi per la sicurezza

Seppur coinvolgano aree geografiche limitate, leggere queste crisi come fenomeni locali rischia di essere insufficiente e fuorviante. Tali conflitti si articolano infatti su più livelli e vedono coinvolti, in maniera diretta o indiretta, diversi attori: gruppi di potere e élite interne agli stati, autorità di regioni separatiste, eserciti nazionali, ma anche potenze regionali, globali e organizzazioni internazionali intenzionate a salvaguardare o estendere la propria influenza su aree dal ruolo geopolitico spesso strategico. Per questo motivo possono rappresentare una minaccia reale per la sicurezza generale dell’area e delle regioni vicine, in cui queste tensioni potrebbero espandersi e metterne a rischio la stabilità. Esemplificato di questo intreccio di dinamiche è l’attuale crisi in Ucraina, che si configura allo stesso tempo come un conflitto interno al paese, uno scontro tra Ucraina e Russia ma anche tra Russia e paesi occidentali per l’influenza sulla regione.

A contrapporsi attraverso questi conflitti sono in particolare la Russia e organizzazioni quali l’Unione Europea e la Nato, intenzionati ad estendere o difendere i propri interessi nei paesi coinvolti. Nei primi anni Novanta i paesi occidentali hanno iniziato a mettere in atto processi di integrazione nelle loro istituzioni economiche, politiche e di sicurezza delle repubbliche post sovietiche. I conflitti irrisolti rappresentavano e rappresentano tuttora un ostacolo a questo processo. Attraverso il sostegno alle parti in guerra e rivendicando un ruolo primario nella gestione della sicurezza, la Russia cerca di opporsi a questi tentativi di integrazione e viceversa, rinsaldare la propria posizione di potenza regionale.

Mosca ha sicuramente un ruolo di primo piano in tutti i conflitti irrisolti nello spazio post sovietico. Benché al di fuori dei confini della Federazione Russa, la Russia ha da sempre considerato i territori una volta appartenenti all’Urss come una sua zona d’influenza storica, un near abroad in cui difendere ed affermare i propri interessi economici e di sicurezza e allo stesso tempo evitare che altri attori possano estendere i proprio interessi o mettere in discussione il suo ruolo. Per fare ciò ha potuto nel tempo fare leva su diversi strumenti: Un hard power concesso dalla presenza in questi territori di basi militari e truppe velocemente dispiegabili (a differenza degli altri competitor); consolidati legami economici e commerciali con i paesi confinanti, in cui sono presenti pesanti investimenti di aziende russe in settori strategici e spesso dipendenti energeticamente dalla Russia; una presenza della numerosa e influente minoranza russa o russofona in gran parte degli stati post sovietici, ma anche di un gran numero di immigrati provenienti da paesi come Ucraina, Armenia, Azerbaijan e Georgia che lavorano in Russia e che con le loro rimesse garantiscono un notevole flusso economico in questi stati. Mosca svolge un ruolo fondamentale nel sostenere le entità de facto post sovietiche e garantire la loro incolumità nei confronti di possibili tentativi di riannessione da parte degli stati. Il supporto russo è tale da rendere altamente improbabile la sopravvivenza di queste entità qualora dovesse venire meno il suo sostegno. Nel corso del tempo, il coinvolgimento della Russia in questi conflitti è avvenuto attraverso diversi strumenti: un intervento militare diretto (Transnistria e Ossezia del Sud) o indiretto (Nagorno Karabakh e Ucraina) nelle diverse fasi del conflitto; con la gestione delle trattative, la mediazione tra le parti e la salvaguardia dello status quo raggiunto; attraverso il riconoscimento giuridico (nel caso di Ossezia del Sud e Abkhazia) e il sostegno economico delle deboli entità autonome o anche attraverso il rilascio di passaporti russi per i cittadini di questi stati non riconosciuti. I conflitti irrisolti in particolare rappresentano per la Russia una leva utile per riaffermare il suo ruolo di potenza regionale e impedire e ostacolare l’avvicinamento e l’integrazione politico economica di questi paesi nelle strutture e istituzioni europee o della Nato e per mantenere una presenza militare, in modo da garantire la sicurezza nelle aree al suo confine.

Il progressivo allargamento negli anni Duemila dell’Unione Europea verso Est ha fatto crescere l’attenzione dell’Unione verso i paesi che si trovano nelle aree ai margini del confine orientale. L’ingresso di stati come la Romania, la Polonia o la Bulgaria, ha reso questi territori più vicini e ha portato l’Unione a intensificare gli sforzi per integrare stati che una volta facevano parte dell’Unione Sovietica nelle sue strutture economiche, politiche e di sicurezza, attraverso diversi tipi di partenariato e accordi di cooperazione. In particolare dal 2008 attraverso il programma Eastern Partnership rivolto a Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Armenia, Georgia e Azerbaijan e gli accordi previsti da questa partnership (l’Association Agreement e la possibilità di aderire alla Deep and Comprehensive Free Trade Area) l’UE ha provato ad accelerare il processo di integrazione proprio di quei paesi coinvolti in questo tipo di conflitti. Chiaramente il tentativo europeo di estendere l’area di influenza a questi paesi ha incontrato la forte opposizione russa, che in quegli stessi anni dava vita prima all’Unione Doganale nel 2009 e poi all’Unione Euroasiatica. Si andava così irrigidendo la contrapposizione tra due aree di influenza economica, quella a guida russa e quella europea, incompatibili tra di loro. A seguito del summit di Vilnius del novembre del 2013, Georgia e Moldavia hanno annunciato la loro adesione all’Association Agreement, mentre l’Armenia, fin li considerata in procinto di aderire, optava per l’ingresso nell’Unione Eurasiatica. Proprio lo scontro politico interno scoppiato in Ucraina dopo la decisione del governo di non ratificare l’accordo diede origine alle intense proteste di piazza che avrebbero in seguito innescato un vero e proprio conflitto, intensificato la polarizzazione geografica del paese e radicalizzato i movimento separatisti delle regioni sud orientali [7].

A differenza della Russia, i paesi europei non hanno potuto contare su efficaci strumenti di hard power per estendere la loro influenza in quest’area ed hanno puntato più ad evidenziare i possibili vantaggi economici portati dall’adesione alle strutture europee e al sostegno politico ed economico ai governi più filo occidentali o alle varie rivoluzioni colorate che hanno coinvolti alcuni di questi paesi. In questo senso quindi va anche letto il sostegno di molti governi europei e occidentali agli stati in lotta contro regioni secessioniste e gli appelli europei al rispetto dell’integrità territoriale di stati quali l’Armenia e la Georgia.

Inoltre molti stati post sovietici si sono rivolti ai paesi occidentali perché considerano questo come il migliore mezzo per salvaguardare la propria integrità territoriale e bilanciare il ruolo della Russia, le cui truppe al contrario rappresentano una garanzia per la sicurezza delle entità e quindi il principale ostacolo al rispristino dell’integrità territoriale. Proprio in quest’ottica gran parte dei governi georgiani, in particolare dalla Rivoluzione delle Rose (2003) e con la salita al potere di Saakashvili e di una élite più filo occidentale, hanno spinto per una maggiore integrazione del paese nelle strutture Ue e della Nato, a cui si è accompagnato il graduale abbandono delle organizzazioni regionali guidate dalla Russia, come la Collective Security Treaty Organization (Csto) nel 1999 e la CSI nel 2001, contribuendo ad inasprire le tensioni con Mosca. Già ai tempi delle guerre in Afghanistan e Iraq la Georgia contribuiva all’alleanza internazionale con uno dei contingenti più numerosi, inviando circa 900 soldati. Nel 2004 il paese aderiva al programma Nato Individual Partnership Action Plan e dal 2010 iniziava l’Intensive Dialogue, che viene considerato uno dei passaggi preliminari all’ingresso nell’organizzazione nordatlantica. Nel giugno del 2014 poi la Georgia ha siglato il discusso Association Agreement con l’Ue, adottando così il regime di mercato previsto dal DCFTA.

Il coinvolgimento degli attori globali nei conflitti irrisolti è dettato anche dalla centralità che paesi come l’Ucraina e quelli del Caucaso meridionale hanno dal punto di vista energetico, sia in quanto ricchi di gas e petrolio sia perché attraversati dalle rotte di trasporto delle risorse russe e caspiche verso l’Europa. Per i paesi europei, assicurarsi una valida alternativa energetica che li renda sempre meno dipendenti dalla Russia è un obiettivo fondamentale e da questo punto di vista risultano indispensabili le relazioni con paesi esportatori di energia come l’Azerbaijan, o attraverso i quali transitano oleodotti e gasdotti, come la Georgia. Quest’ultima, coinvolta in ben due di questi conflitti, rappresenta uno snodo energetico fondamentale, essendo attraversata dall’oleodotto Baku- Tbilisi-Ceyhan e dal gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum, costruiti nel 2006 e adibiti al trasporto di petrolio e gas estratti dal Mar Caspio fino alle coste turche nel Mar Mediterraneo. Essendo un importante fornitore energetico, la Russia ha chiaramente l’interesse a salvaguardare la sua posizione di forza in questo mercato e impedire che lo sviluppo di nuove rotte di trasporto possano metterla in secondo piano. Inoltre, essendo il principale fornitore di gas di molti paesi in Europa o ai suoi confini, ha potuto diverse volte utilizzare questo aspetto come potente leva politica.

L’aspetto energetico ha una centralità anche nella crisi del Nagorno Karabakh. L’Azerbaijan, che in questo momento rappresenta la parte perdente nel conflitto, è infatti uno dei principali giganti energetici mondiali. Grazie a questo posizione di forza nel mercato degli idrocarburi ha potuto costruire nel tempo delle relazioni internazionali all’insegna dell’equilibrio e equidistanza tra Russia e paesi occidentali, con cui è legato da accordi commerciali miliardari. Italia, Francia e Germania sono diventati negli ultimi anni rispettivamente il primo, terzo e quinto partner per le esportazioni del paese [8]. Questo ha fatto si che Baku sia riuscita nel tempo a ottenere dichiarazioni di sostegno alla sua integrità territoriale sia da Mosca che dalle principali capitali europee, intenzionate a non incrinare i rapporti con un partner economico strategico.

La ricchezza energetica e i buoni rapporti politici internazionali non hanno però contribuito fino ad ora a far pendere l’ago della bilancia del conflitto nel Nagorno Karabakh verso Baku. Sul fronte opposto, anche l’entità secessionista è riuscita a raccogliere un sostegno trasversale alla propria causa, seppur nessun riconoscimento ufficiale, grazie in particolare all’appoggio dell’Armenia e alle relazioni di quest’ultima con la Russia. Stretta tra due potenti stati ostili, Yerevan vede nel rapporto con Mosca probabilmente il miglior strumento per tutelare i propri interessi. La Russia è il principale partner commerciale del paese, e la debole struttura economica armena dipende quindi molto da questo legame, considerando l’impossibilità di intrattenere scambi commerciali con i paesi che si trovano lungo gran parte del suo confine, chiuso da anni proprio a causa del conflitto. Mosca poi è l’unico attore che sembra in grado di garantire il paese nei confronti di una possibile nuova guerra con l’Azerbaijan e la presenza di basi militari russe sul territorio armeno e la tutela offerta dall’appartenenza alla Csto risultano strumenti efficaci a garantire la difesa del paese. Anche diversi paesi occidentali hanno mostrato in alcune occasioni un certo sostegno alle posizioni armene, sia nel tentativo di sottrarre il paese alla sfera di influenza russa e attrarlo nelle istituzioni europee, sia grazie alle pressioni politiche svolte dalla diaspora armena, molto presente in particolare Francia e negli Stati Uniti. Qui l’influenza della diaspora è riuscita a convincere il Congresso americano ad approvare nel 1992 la Section 907 del Freedom Support Act, che escludeva l’Azerbaijan dai fondi governativi americani destinati ai paesi dell’ex Unione Sovietica [9].

Questa particolare configurazione rende il conflitto in Nagorno Karabakh diverso dagli altri conflitti post sovietici, dove la schematizzazione delle parti in causa risulta più semplice. In quest’ultimo invece, a complicare ulteriormente il quadro, vi è la presenza anche di altri attori regionali intenzionati ad aumentare la propria presenza nella regione: Turchia e Iran.

La Turchia da tempo aspira a acquisire un ruolo maggiore ed estendere la propria sfera di influenza nel Caucaso, in particolare negli ultimi anni attraverso l’aumento delle relazioni economiche con Georgia e Azerbaijan, con le quali è legata come abbiamo visto in precedenza da importanti strutture di trasposto di idrocarburi. Il legame con Baku si basa anche su fattori etnici e linguistici e proprio intorno alla comunanza linguistica Ankara ha provato a ritagliarsi un ruolo di partner privilegiato con l’Azerbaijan ed in generale con gli altri paesi caucasici in cui sono diffuse lingue di origine turca. Con l’Armenia invece è separata da una rivalità storica che risale ai tempi delle deportazioni della popolazione armena perpetrate dall’Impero Ottomano nei primi anni del ventesimo secolo e che si è acuita con il sostegno della Turchia all’Azerbaijan durante la guerra, a cui è seguita la chiusura del confine tra i due paesi. Il posizionamento e il ruolo della Turchia in questa regione ne aumenta la competizione nell’area con la Russia, preoccupata dal tentativo turco di costruire relazioni politiche con i paesi a cui è legata per etnia e lingua e dal ruolo di Ankara nei progetti di costruzione di oleodotti e gasdotti che bypassano il territorio russo per la distribuzione in Europa delle risorse del Caspio.

L’Iran è l’unico paese a confinare sia con l’Armenia, con la regione del Nagorno Karabakh che con l’Azerbaijan e ospita al suo interno una numerosa minoranza azera, circa 15 milioni di persone, pari al 15% -20% della sua popolazione. Con i vicini azeri condivide anche la fede, essendo entrambi paesi a schiacciante maggioranza sciita. Fino ad ora il ruolo iraniano nel conflitto è stato marginale e il paese è tuttora assente dai gruppi e dalle strutture internazionali che lavorano ad una sua risoluzione. Dato il suo ruolo di potenza energetica e nucleare e soprattutto a seguito dell’accordo raggiunto sulla questione nucleare, l’Iran sembra interessato ad assumere un ruolo maggiore nell’area e a lavorare per raggiungere una soluzione che sia favorevole ai suoi interessi specifici. Come abbiamo visto, la presenza di più attori e quindi di interessi diversi e spesso confliggenti rende quello del Nagorno Karabakh il conflitto più caldo, ad alto rischio di riaccendersi di nuovo e più difficile da risolvere.

Conclusioni

L’intrecciarsi di diverse dinamiche e differenti attori rende difficile ipotizzare gli sviluppi futuri di queste crisi. La definizione di conflitti congelati rischia di far emergere una visione ingannevole della situazione in atto e far apparire come risolte delle tensioni che invece rappresentano tuttora un rischio per la sicurezza e la stabilità dell’area. Nelle regioni passate in rassegna in queste pagine continua a permanere un certo grado di conflittualità, seppur su livelli diversi: più basso in Transnistria, più acceso nell’area orientale dell’Ucraina e in Nagorno Karabakh, dove nel 2014 e 2015 si è avuta la peggiore escalation di vittime e scontri da vent’anni a questa parte. In particolare, non è difficile ipotizzare che le parti attualmente perdenti saranno intenzionate in futuro ad agire per capovolgere lo status quo a loro sfavorevole, innescando una probabile risposta da parte degli avversari. Ad aumentare il rischio per la sicurezza è anche un possibile effetto domino, cioè l’eventualità che il riaccendersi di uno di questi conflitti possa fare da scintilla per gli altri o possa innescarne di nuovi in regioni caratterizzate da una notevole frammentazione etnica e religiosa. La Moldavia, ad esempio, ha al suo interno la Gaugazia, un’altra regione con forte aspirazione autonomista mentre in Azerbaijan periodicamente sorgono tensioni con le minoranze che vivono in particolare nel sud del paese.

A incidere sul destino di questi conflitti sono in particolare le aspirazioni degli attori regionali e globali. La Russia può essere considerato il paese che trae maggiore beneficio dall’attuale stato delle cose, una instabilità (più o meno) controllata che le garantisce il ruolo di attore principale della regione ma che non va troppo alimentata, poiché rischia di estendersi anche nel vicino e turbolento Caucaso settentrionale. Per l’Unione Europea e gli Stati Uniti invece il perdurare di questi conflitti rappresenta un grosso ostacolo al processo di integrazione dei paesi post sovietici nelle strutture politiche e economiche, ma non sembrano possedere la capacità e gli strumenti necessari per mettere in campo azioni realmente efficaci. In particolare l’Europa appare divisa al suo interno sulle strategie da utilizzare e negli ultimi anni è più rivolta ad affrontare la crisi in Medio Oriente e la conseguente questione dei migranti. Le differenti ambizioni e visioni di Iran e Turchia nel Caucaso meridionale contribuiscono poi a complicare il quadro e aggiungere ulteriori attori in campo.

Moldavia, Ucraina, Georgia, Armenia e Azerbaijan continuano ad essere caratterizzati da una serie di aspetti che contribuiscono a rendere problematiche le relazioni con le entità secessioniste e la risoluzione dei conflitti in cui sono coinvolti: governi poco efficaci, crisi politiche, corruzione e clientelismo, economie deboli. Dall’altra parte invece, tra problemi simili e ulteriori difficoltà, sono sorte nelle regioni secessioniste delle entità che seppur non riconosciute, non possono non essere considerate degli attori geopolitici attivi. Nel 2015 la Transnistria ha festeggiato i venticinque anni della sua indipendenza e nel 2016 la Repubblica del Nagorno Karabakh ne ha compiuti venti. Ritenere questi stati de facto come un fenomeno provvisorio risulta ormai quantomeno miope. In molti articoli e da parte di diversi analisti i conflitti irrisolti nello spazio post sovietico sono descritti sinteticamente come conflitti congelati, intrappolati in una condizione di né pace né guerra quasi immutabile. Aldilà di questa immagine fotografica si cela una realtà dinamica fatta di tensioni e instabilità che rappresenta sicuramente un problema per le sorti della sicurezza delle aree coinvolte.

 

[1] Per una rassegna delle principali descrizioni di questo fenomeno si veda PEGG, 1998 e CASPERSEN, 2011
[2] Analisi dei dati del censimento del 2004 in O’LOUGHLIN e TOAL, 2013
[3] YEMELIANOVA G., Western academic discourse on the post-Soviet de facto state phenomenon, in «Caucasus Survey», 2015, Vol. 3, No. 3, 2015, p. 224
[4] Caucasian Knot, http://abkhazia.kavkaz-uzel.ru/articles/198470, consultato il 15 giugno 2016.
[5] YEMELIANOVA G., op. cit., p. 224
[6] LYNCH D., Separatist states and post-Soviet conflicts, in «International Affairs», Londra, 2002, Vol.78, No.4, 2002, pg. 845
[7] MARKEDONOV S., De facto statehood in Eurasia: a political and security phenomenon, in L. BROERS e altri (a cura di), The unrecognized politics of de facto states in the Post-Soviet space, Yerevan, 2015, Caucasus Institute, 2015, pg. 23
[8] CIA Word Factbook, https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/aj.html, consultato il 15 giugno 2016
[9] HILL F., KIRISCI K. e MOFFAT A., Retracing the Caucasian circle. Considerations and Constraints for U.S., EU, and Turkish Engagement in the South Caucasus, Center on the United States and Europe (CUSE)-Turkey Project, Washington DC, 2015, Policy Paper, No.6, 2015, pg. 9

 

BIBLIOGRAFIA

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