Geopolitica dell’acqua. Il Triangolo Turchia, Siria ed Iraq. Cina, Russia ed India. L’Egitto ed il Nilo.

di Antonio Stella

1. Gli scenari internazionali

L’acqua apparentemente è una delle risorse più abbondanti del pianeta. Tuttavia circa il 97% si trova nei mari e negli oceani, mentre il 3% è acqua dolce (di cui la parte maggiore nei ghiacciai della Groenlandia e dell’Antartide) e solo lo 0,75% di quella esistente sulla Terra è allo stato liquido in fiumi, laghi e sottosuolo. Le acque superficiali sono lo 0,01% del totale.
La distribuzione spaziale dell’acqua dolce sul pianeta presenta asimmetrie naturali a scala mondiale, nazionale e talvolta regionale. Una decina di Paesi favoriti dal clima si dividono il 60% delle risorse mondiali idriche, mentre l’aridità impone delle penurie gravi nelle regioni in stato di stress idrico cronico come il “Triangolo della sete” (Africa del Nord, Medio Oriente e Asia Centrale). E’ localizzata soprattutto nei bacini della Siberia, nella regione dei Grandi Laghi in America, nei laghi Tanganica, Vittoria e Malawi in Africa e nei cinque sistemi fluviali: Rio delle Amazzoni, Congo, Gange-Brahmaputra, Yangtze e Orinoco. Attualmente circa 1,5 miliardi di persone non ha accesso all’acqua potabile. Sarà infatti necessario raddoppiare la produzione agricola e praticare nuovi metodi economici per evitare la fame e la necessità di acqua.

Per una parte della letteratura scientifica degli ultimi anni, il rischio di guerre per l’acqua è molto elevato. Accanto al petrolio, al metano e ad altri gas naturali, elementi centrali per la produzione energetica, l’acqua rappresenta un altro degli elementi critici in grado di scatenare importanti conflitti in un futuro non lontano. Il pericolo si fonderebbe non tanto sulla penuria del bene stesso ma piuttosto sulla tentazione per un determinato Paese di controllare un corso d’acqua internazionale.
La CIA (Central Intelligence Agency) ha identificato una decina di zone nel mondo suscettibili in futuro di un conflitto idrico. I casi di tensione più forti si registrano nei bacini idrici internazionali ed interessano corsi d’acqua spesso di notevole lunghezza e portata che attraversano più Paesi.
In questi casi, la posizione geografica all’interno del bacino riveste un ruolo rilevante, poiché gli Stati a monte sono in grado di condizionare la quantità e la qualità del flusso di acqua che raggiunge i Paesi a valle.
Svolgendo un’analisi sui principali bacini idrici del mondo, i ricercatori hanno scoperto che 261 di questi si estendono su due o più Stati, mentre sono 145 i Paesi che dipendono in varia misura da questi bacini per il loro approvvigionamento di acqua dolce . Più di 30 sono ubicati all’interno di bacini transfrontalieri mentre sono 12 quelli che hanno più del 95 % del loro territorio dentro una o più conche.
La situazione è critica per 39 Stati per i quali almeno la metà della risorsa si origina oltre i confini.

Alcuni archi di crisi sono ormai cronici e si trovano per la maggior parte ubicati nel triangolo della sete in Medio Oriente: Nilo, Tigri ed Eufrate, Israele-Palestina.
Un aspetto rilevante è la divergenza di potere economico e politico degli Stati che condividono uno stesso bacino, situazione che genera relazioni asimmetriche in cui gli interessi dei Paesi più forti sono prevalenti. Questi tendono ad appropriarsi unilateralmente di quantità di acqua sproporzionate rispetto alle risorse disponibili, causando ostilità e risentimento negli altri Stati coinvolti.
Inoltre, a causa dell’incremento della popolazione mondiale, la crisi idrica innescherà, in un futuro non lontano, un sensibile water stress per oltre i due terzi dell’umanità e si svilupperà in maniera differente a seconda dei diversi scenari geologici, geopolitici, giuridici nei quali si sta già manifestando.
Gli accordi internazionali sottoscritti, circa 150, sono per lo più a carattere bilaterale poiché la negoziazione di un trattato multinazionale è quasi impossibile da raggiungere quando la sovranità degli stessi Stati è messa in gioco.
Nella Penisola arabica, il consumo di acqua è tre volte maggiore del ritmo del ricambio idrico, mentre i grandi fiumi sono talmente sfruttati dall’industria e dall’agricoltura che solo una quantità molto scarsa delle loro acque giunge fino al mare.
La Libia, i Paesi del Golfo Persico e Cipro hanno delle quantità di riserve idriche davvero scarse, mentre il record mondiale di penuria di acqua spetta al Kuwait.
Libia ed Arabia Saudita che non hanno altre risorse idriche che quelle dei grandi bacini fossili, fanno appello a tecniche importate di desalinizzazione dell’acqua di mare.
Nel triangolo Turchia, Siria ed Iraq, dove le riserve idriche sono soprattutto dipendenti dal sistema Tigri-Eufrate, i problemi idrici tra queste nazioni possono condurre la Turchia ad una nuova strategia, con la rottura definiva con Gerusalemme.
Negli Stati Uniti, il fiume Colorado, dopo aver attraversato lo Utah e l’Arizona sfocia nel Golfo della California, in territorio messicano, trasformato in un torrente colmo di melma e detriti, anche a causa della costruzione della diga Hoover, edificata al confine tra Nevada e Arizona, che consente l’irrigazione di 80 mila ettari di terra e fornisce energia idroelettrica alle aree industriali e alle zone metropolitane della California e dell’Arizona. A questa disputa tra i due Paesi, si aggiunge quella secolare che oppone Stati Uniti e Messico per lo sfruttamento del Rio Grande.

In questo quadro globale, non meno numerose ed insidiose sono le tensioni geopolitiche per l’acqua nel continente africano in cui, in primo piano, emerge il conflitto per le fonti del Nilo. Il fiume attraversa 9 Paesi, che da sempre cercano di gestire la situazione attraverso accordi e trattati. La nazione che più di ogni altra ha legato il suo nome e la sua millenaria storia ad esso è l’Egitto che per il suo fabbisogno dipende quasi interamente dalle sue acque. Il fiume però ha origini più a nord in Etiopia, ma anche in Sudan, dove nasce come Nilo Azzurro, ed in Tanzania dove, partendo dal Lago Vittoria, nasce invece come Nilo Bianco.
Anche il continente europeo è stata segnato da forti contrasti per la gestione del suo fiume più importante, il Danubio, che attraversa 13 nazioni: Germania, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia, Bulgaria, Romania, Ucraina e Moldavia.
Solo nel 1857 è stata varata una strategia di cooperazione, con la creazione della Commissione per il Danubio. Conflitti a lungo sopiti sono esplosi dopo la fine della Guerra fredda, acuiti anche dalla nascita di nuove entità statuali.
Nel 1993, con il riconoscimento della Slovacchia, il contenzioso è passato da Praga a Bratislava che ha avviato un progetto di deviazione delle acque del Danubio nel proprio territorio. Un segnale positivo è però legato al varo di un programma di salvaguardia ambientale che vede interessati tutti i Paesi del bacino (Environmental Programme for the Danube River Basin).
In Asia, i rapporti tra India, Cina e Russia, in tema di risorse idriche sono condizionati dalla forte espansione demografica e dalle rispettive crescenti esigenze idriche, il cui soddisfacimento significherebbe per la Cina in particolare evitare il fenomeno delle campagne che circondano le città. Avere acqua geopoliticamente libera equivale per questo Stato a mantenere nelle campagne la massa pericolosa che minaccia le future sei megalopoli che la Cina sta facendo crescere.
I conflitti per l’acqua interessano però anche regioni di uno stesso Stato. Sono conflitti che vedono territori e popolazioni opporsi ai grandi progetti idrici destinati a mutare il paesaggio e i sistemi di vita locali, a far migrare popolazioni e a distruggere insediamenti umani per la creazione di bacini di stoccaggio dell’acqua. A questo si aggiungono i processi di degrado del suolo legati all’agricoltura irrigua, come la salinizzazione e l’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi.
Il lago d’Aral, al confine tra Kazakistan e Uzbekistan, è uno dei disastri ambientali più gravi mai registrati. I progetti di diversione dei fiumi che lo alimentavano, realizzati dai due Paesi, hanno permesso l’irrigazione di circa 2,5 milioni di ettari di terra in pieno deserto destinati alla coltivazione di colture da esportazione, principalmente cotone. Negli anni Novanta l’estensione del lago si è dimezzata e il suo volume d’acqua si è ridotto del 75%. A causa del mancato apporto di acqua dolce, il tasso di salinità del lago è quadruplicato, compromettendo la sopravvivenza della flora e della fauna lacustre. Un destino analogo sembra essere riservato al Mar Morto, un ecosistema unico al mondo che si trova a 427 metri al di sotto del livello del mare ed ha un tasso di salinità dieci volte più elevato della media marina. Il bacino, a causa del sempre minor apporto idrico da parte dei suoi immissari, primo tra tutti il Giordano, ha registrato negli ultimi anni un abbassamento di circa 27 metri, cui hanno contribuito le estrazioni di carbonato di potassio da parte di Israele e della Giordania per la produzione di fertilizzanti.

2. Il Triangolo Turchia, Siria, Iraq

In tutta l’area del Medio Oriente la disponibilità di acqua ammonta a 1.500 metri cubi annui pro capite e l’agricoltura drena il 90 per cento delle risorse idriche, lasciando solo il 10 per cento alla popolazione per la nutrizione, l’igiene ed il ricambio corporeo. Entro il 2025, tutti i Paesi del Mena ( Medio Oriente e Nord Africa), ad eccezione della Turchia e del Libano, si troveranno in uno stress idrico cronico.
Gli assi delle riserve idriche di tutta la zona sono il sistema Tigri-Eufrate, il Litani, l’Asi, il Giordano ed il Nilo. L’Eufrate ed il Tigri irrigano un’area che si estende per 765.831 chilometri quadrati e costituiscono l’asse lungo il quale si sviluppano le tensioni ed i progetti geopolitici della Turchia, nazione di origine di entrambi i fiumi, della Siria, la cui economia agricola è dipendente dal flusso del Tigri, e dell’Iraq, che soffre di assenza di acqua sia per la salute umana che per le coltivazioni.
I due grandi fiumi paralleli si congiungono nel Sud-Est dell’Iraq a Qurna per formare lo Shatt al-Arab, una foce paludosa, prima di gettarsi nel Golfo Persico.
La forza della Turchia deriva dalla posizione geograficamente strategica del Paese rispetto ai due fiumi.
Nazione a monte per eccellenza, ha sempre considerato l’acqua una carta strategica ed una leva di potere nei rapporti con i vicini arabi. La leadership turca è spesso accusata da Damasco e Baghdad di usare l’acqua come mezzo di riscatto.
La tensione geopolitica è iniziata con la fondazione, negli anni Sessanta, del Southeastern Anatolia Development Project (GAP nell’acronimo turco) che prevede la costruzione di 22 dighe e 19 impianti per l’energia idroelettrica oltre ad un tunnel che deve condurre le acque del Tigri e dell’Eufrate verso il distretto di Harran, al fine di irrigare 1,7 milioni di ettari di terre.
Vera e propria prodezza tecnica, e uno dei maggiori progetti idraulici al mondo, la realizzazione del GAP farebbe della Turchia uno dei più grandi cantieri mondiali, ingegneristici e idrotecnici e garantirebbe al governo turco l’acquisizione del controllo sull’acqua, divenendo la riserva idrica del Medio Oriente anche sui territori a maggioranza curda .
Le finalità del GAP consisterebbero nello sviluppo delle terre e delle risorse idriche della regione al fine di fornire una spinta economica e sociale, nella diminuzione delle disparità di benessere tra le differenti zone della regione, nell’accrescimento delle infrastrutture per far fronte all’incremento demografico ed alla urbanizzazione e nella stabilizzazione delle masse di quell’area per controllarne la territorialità geopolitica. Ciò al fine di evitare la dipendenza alimentare e gli shock asimmetrici, finanziari o militari che il Paese subirebbe in caso di conflitto o di tensione regionale se la sopravvivenza alimentare della propria popolazione fosse posta nelle mani dei mercati globali.
Dal punto di vista geopolitico, il GAP è considerato una soluzione al sottosviluppo della parte curda del Paese ed una risposta economica alla domanda di autodeterminazione di questo popolo. La Turchia, collegando meglio i confini per la definitiva risoluzione della questione curda, realizzerebbe il progetto panturanico di riunificare sotto Ankara le numerose popolazioni di ceppo turco dall’Anatolia ai confini cinesi ed avrebbe profondità strategica a est ed a nord.
La Turchia ha finanziato da sola la realizzazione del GAP con un costo che si aggira intorno ai 32 miliardi di euro, ossia un quinto del PIL nazionale. Il rallentamento del progetto si spiega con la reticenza degli organismi internazionali a sostenerlo, come nel caso della Banca Mondiale, poiché ritenuto possibile causa di problemi con i Paesi confinanti.
In tale contesto geopolitico il Gap, accendendo in Medio Oriente ulteriori tensioni per il controllo dell’acqua, rischia di trasformarsi in un fattore di forte instabilità della regione, anche perché Iraq e Siria non condividono la politica del governo di Ankara.

La pressione esercitata dai progetti turchi ha posto sia l’Iraq che la Siria in una cronica situazione di dipendenza. I due Stati reclamano l’acqua a loro dovuta al fine di giungere ad una sicurezza alimentare in un contesto di aumento crescente della propria popolazione. Di fronte a tale situazione, la Turchia ribatte affermando che il Tigri e l’Eufrate nascono nel suo territorio e che le risorse idriche che li alimentano si costituiscono principalmente in territorio turco. Inoltre Ankara sottolinea il fatto che la Siria, come Paese a valle dei due fiumi, denuncia un eccessivo sfruttamento delle loro acque, ma poi, come nazione a monte dell’Oronte, utilizza gran parte della portata del fiume, non preoccupandosi dei Paesi a valle.
La Siria a partire dagli anni ’60 ha avviato un vasto programma di controllo dei suoi fiumi. Nel 1968, a seguito di relazioni con l’Unione Sovietica, ha dato inizio alle operazioni di costruzione della diga di Tabqa, infrastruttura che a partire dal 1976 contiene un bacino idrico di 640 chilometri quadrati denominato Lago Assad.
Il Paese intende infatti usare le acque dell’Eufrate per irrigare 240.000 ettari di campi, acque che finiscono in gran parte in Iraq, Stato cui attualmente la Siria fornisce acqua per sette dighe destinate a soddisfare i suoi bisogni agricoli ed energetici.
Le dighe e la politica idroelettrica ed idrica di Damasco hanno lo scopo di diminuire i consumi interni di petrolio e gas naturale e quindi permettere una esportazione ottimale, stabilizzare le masse di quell’area tramite le attività agricole, tenendole ai confini della nazione per evitare sia il trasferimento di altre popolazioni sia la porosità geopolitica delle aree di attrito con Turchia, Iraq ed Iran.
Benchè i siriani oggi non blocchino che un terzo del flusso del Tigri e dell’Eufrate, l’Iraq a valle è privato di almeno 13 miliardi di metri cubi di acqua. Situazione che già aveva provocato negli anni ‘70 una grave crisi con l’Iraq che alla fine del maggio 1975 vedeva le relazioni tra i due Stati incandescenti.
Nel 1990 Siria ed Iraq hanno definito un protocollo che stabilisce il trasferimento del 58 per cento delle acque del fiume Eufrate, provenienti dalla Turchia, dalla Siria all’Iraq.
I diritti vantati invece dall’Iraq sull’ utilizzato delle acque del fiume Eufrate derivano fin dai tempi antichi. La storia dell’irrigazione risale a 7.500 ani fa e l’Iraq ha sempre reclamato l’utilizzo prioritario del Tigri e dell’Eufrate dato dal predominio storico precedente.
I primi progetti idraulici del XX secolo risalgono al 1911 e furono appoggiati dall’Unione Sovietica. Fu creata una rete di canalizzazioni di drenaggio e furono costruite le dighe di Mosul sul Tigri per fornire energia elettrica, per irrigare e per controllare il flusso del fiume, quella di Hadhita operante dal 1985 e le dighe di Bagdadi, Fallouja, Hammurabi e gli sbarramenti di Ramadi e di Hindya.
Venne anche costruito un canale che collega il Tigri all’Eufrate nella bassa Mesopotamia, inaugurato nel 1992, con l’obiettivo ufficiale di drenare le terre irrigate, limitare le inondazioni nei periodi di piena e migliorare la navigazione nella direzione dello Shatt al-Arab.

Ognuno dei tre Stati ha proposto un proprio piano di distribuzione delle acque mesopotamiche.
L’Iraq ha proposto l’applicazione di una formula matematica di distribuzione equa secondo cui ogni Stato notificherà in anticipo le proprie necessità idriche che saranno esaminate dalla commissione congiunta dei tre Paesi; la Siria, che si fonda sul principio che i due fiumi sono corsi di acqua internazionali, propone la formula secondo cui ogni Paese dichiarerà indipendentemente dagli altri due, richieste che saranno calcolate sulla base dei flussi stagionali dei fiumi in questione . La Turchia invece, essendo stata la prima a sviluppare la rete di dighe e di distribuzione delle acque fluviali, sostiene di non poter essere trattata alla pari degli altri due Stati.

3. Cina, Russia e India

Cina, Russia ed India sono Paesi a forte espansione demografica unita ad una crescita economica egualmente robusta ed ognuno con un proprio e diverso progetto strategico. A ciò va aggiunta una strategia globale differenziata e conflittuale che riguarda soprattutto le risorse naturali, acqua compresa, poichè ognuno di questi Paesi ha interesse ad un gioco a somma positiva per l’idropolitica, vista la forte quota di popolazione, a parte la Federazione Russa, nelle aree agricole.
Nel 2035, il 70% della popolazione cinese vivrà nelle aree urbane con la crescente difficoltà di gestire il flusso delle campagne e l’economia del ciclo delle acque nelle aree urbane .
La superficie coltivata della Cina è di 122,5 milioni di ettari ed il 20 percento, il Nord, possiede il 65 per cento della terra coltivata, producendo circa la metà delle granaglie necessarie alla sopravvivenza della popolazione.
Le risorse idriche cinesi sono ristrette mentre i nove bacini fluviali sono tutti largamente inquinati. La questione delle acque per l’utilizzo civico del popolo cinese è una priorità strategica essenziale e riguarda qualità, quantità, efficienza e stabilità politica e geografica della forza lavoro cinese.
Qiu Baoxing, vice ministro della Costruzione, ha dichiarato che la crisi delle risorse idriche è la più seria ed urgente del mondo.
L’attuale dirigenza del PCC utilizzerà soprattutto la questione della gestione delle acque e la connessa acquisizione delle linee idriche indiane e russe per compensare le sue acque a bassa qualità ed alto inquinamento con quella dei fiumi ancora largamente efficienti sul piano ecologico e geopolitico in India, Pakistan, Bangladesh e Sud Est Asiatico.
L’asse dell’operazione della guerra ecologica pianificata dai cinesi, mirata all’acquisizione delle acque migliori dei fiumi che vanno in India con una politica ecologica ed idrica tesa a far aumentare il costo della produzione agricola indiana, è la deviazione del fiume Brahmaputra verso il Nord Est della Cina. Tale diversione dimezzerebbe la portata del fiume nel suo passaggio in India e ingrosserebbe il Fiume Azzurro, fornendo autonomia idroelettrica alla regione centro orientale della Cina. Piano che porterebbe ad una diminuzione della produzione agricola indiana ed affamerebbe cento milioni di contadini dell’Assam.
La Cina inoltre ha organizzato una gestione delle acque dello Yangtze per la popolazione con la creazione di una diga al fine di diminuire le piene del fiume. La struttura metterebbe in sicurezza quindici milioni di persone minacciate a valle e creerebbe una via d’acqua di 3.600 km per le navi provenienti da Shangai. Le ventisei turbine della più grande centrale del mondo ridurrebbero il consumo di carbone inquinante per la produzione energetica.
In questo contesto l’India, sottoposta ad una pressione demografica ed economica dall’Assam e dal Bangladesh, potrebbe iniziare uno scontro regionale e limitato con la Cina per il controllo dell’area, creando tensioni anche con il Pakistan alleato storico di Pechino, oppure mostrare i muscoli sia sul suo territorio di confine sia nell’Oceano indiano. In tal caso, la Cina dovrebbe chiedere il sostegno della Federazione russa creando uno scenario pericoloso, reso tale anche dall’intervento degli Stati Uniti che potrebbero aumentare il loro dispositivo a Taiwan e nel Pacifico Meridionale, diminuendo la pressione della Cina sull’India .
L’India inoltre ha siglato trattati per la regolamentazione delle acque sia con il Pakistan e con il Bangladesh che con il Butan ed il Nepal a differenza con la Cina che non ha firmato alcun accordo con nessuno dei suoi confinanti anche perché è area di passaggio di molti fiumi che nascono in Afghanistan, Vietnam, Russia e Kazakistan.
Fin dal 2009 inoltre la Cina ha acquisito in via unilaterale gran parte del volume idrico del fiume Irtis, il maggiore affluente dell’Ob, il che rappresenta un vero segnale per la futura gestione delle acque nel sistema de Nordest russo, tra Siberia e Mongolia.

Le guerre dell’acqua tra Russia e Cina sono state già numerose. In Russia inoltre le acque sono disponibili soprattutto nel permafrost, il suolo perennemente ghiacciato oltre alle zone artiche e agli Urali, che sono di difficilissima utilizzazione per l’estrazione di acque. La Federazione Russa peraltro conta 120.000 fiumi lunghi oltre i 10 chilometri ed ha una distribuzione della popolazione fortemente asimmetrica poiché l’80 per cento degli abitanti si concentra ad ovest ed a sud, mentre le aree a maggiore produttività inerenti materie prime e l’acqua sono molto poco popolate. Con una popolazione così diradata un attacco dalla Cina sarebbe di difficile contenimento.
Se per la Cina la questione idrica coniuga necessità energetiche e di differenziazione dal petrolio e necessità per la coltivazione dei suoli e la fornitura alle prossime megalopoli del capitalismo rosso, per la Federazione Russa la tematica dell’approvvigionamento idrico è essenziale per l’agricoltura, poiché gran parte delle riserve idriche di Mosca è ingestibile dal punto di vista economico, dato il permafrost e la gestione anche geopolitica dell’Artico dove la ricerca del petrolio contrasta con la gestione delle acque e dato che la relazione strategica tra Mosca e le vecchie aree islamiche dell’ex URSS è molto complessa.
Mosca vuole il riconoscimento internazionale della dorsale di Lomonosov che inizia nelle isole della Nuova Siberia e giunge fino all’arcipelago canadese dell’Artico e insieme ad essa la titolarità del Polo Nord grazie alla struttura della faglia di Mendeleiev che dimostrerebbero l’attribuzione geologica del Polo Artico alla faglia eurasiatica.
Per Mosca, la geopolitica dell’acqua è essenziale. Detenendo il 20 per cento di tutte le riserve idriche mondiali, la Federazione Russa potrebbe costringere ad una nuova fedeltà le repubbliche islamiche dell’Asia centrale. Tra i progetti che vuole realizzare c’è la deviazione del punto di congiunzione tra Ob e Irtys per irrigare l’Uzbekistan principale produttore di cotone, e rafforzare la portata di Amu Darya vicino al lago d’Aral per mezzo di un canale artificiale di 2.500 chilometri, il che porterebbe all’arricchimento di oltre il 50 per cento dell’Aral. Questo progetto, definito Sibaral, prevede però una spesa di 53 miliardi di dollari e le tecnologie evolute scarseggiano.
Il sistema idrico che divide Russia e Cina è demarcato da tre grandi fiumi:l’Argun, l’Usuri e l’Amur, ma è quest’ultimo il vero asse della idropolitica tra Mosca e Pechino . Sul piano strategico il controllo di questo fiume è essenziale per la gestione del Pacifico da parte sia della Federazione Russa sia della Cina, ed è proprio il controllo dei mari globali l’obiettivo politico di Mosca e Pechino.
Inoltre la Cina intende utilizzare la zona dell’Amur per il proprio sviluppo economico, creando infrastrutture di grande rilievo per evitare le tensioni confinarie che hanno caratterizzato la storia delle tensioni sino-russe.
E’ peraltro interessata all’espansione dell’agricoltura nel bacino dell’Amur ed alla gestione del suo bacino fluviale principale che riguarda il 70 per cento delle aree coltivabili del Paese. 3.500 chilometri del fiume fanno da confine tra i due Stati.
Le ragioni dell’incontro tra Mosca e Pechino sulla gestione dell’Amur sono però più forti delle tensioni poiché la linea scelta dalle due capitali è quella di produrre energia elettrica con la costruzione di otto centrali sui fiumi Argun ed Amur.
Nel 1986 fu definito uno schema russo-cinese per lo sviluppo idrico nelle acque comuni dei due corsi d’acqua che trovò d’accordo i due Paesi solo su pochissimi punti.
La natura del contrasto si fonda sul fatto che la Federazione Russa non vuole sostenere la linea di sviluppo forzato di Pechino correlata ad una globalizzazione cinese che marginalizza la futura diversificazione non oil di Mosca, mentre la Cina non ha alcun interesse a ripopolare e sostenere le aree di confine fluviale.
La Federazione Russa ha una necessità fortissima di sviluppare il suo sistema idroelettrico per destinare la massima quota di petroli al mercato estero e, soprattutto, per evitare la dipendenza finanziaria dall’OPEC.
Per questo il governo russo intende investire venti miliardi di dollari nella creazione e nel miglioramento delle strutture idriche nazionali, con un piano iniziato nel 2009 che dovrebbe concludersi nel 2020.
Cina, Russia e Kazakistan sono riuniti insieme a Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, oltre a Mongolia, Pakistan e India nell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai che ha come fine lo sviluppo di relazioni pacifiche tra gli Stati.

4. L’Egitto ed il Nilo

Alcune dimensioni strategiche concernenti la sopravvivenza dell’Egitto si giocano sull’asse del Nilo.
Riguardano il suo rapporto con il Corno d’Africa, che è fondamentale alla tutela delle rotte di entrata nel Canale di Suez e quindi alla gestione del ruolo del Cairo nel contesto globale, alla gestione del ciclo idrico della sua produzione agricola, essenziale sia alla sua sopravvivenza come Stato sia alla sua stabilità politica e alla protezione del suo ruolo di leadership nel mondo arabo e nel Mediterraneo.
Il problema dell’Egitto è e sarà sempre quello di gestire il rapporto tra le necessità idriche di una popolazione crescente ed il sostegno alla crescita del settore agricolo, essenziale sia per il sostentamento della popolazione sia per evitare la dipendenza finanziaria in un contesto di risorse scarse e ormai finanziarizzate dal mercato-mondo delle materie prime alimentari.
La condivisione del fiume tra Paese rivieraschi è stata la causa ciclica di tensioni. Anwar al-Sadat, presidente della Repubblica egiziana dal 1970 al 1981, affermava nel 1979 che l’acqua è la sola ragione che potrebbe condurre l’Egitto di nuovo in guerra, mentre nel 1987 Boutros-Ghali, politico e diplomatico egiziano, sosteneva che la prossima guerra dell’acqua si sarebbe svolta per il Nilo.
I 9 Paesi toccati dal fiume da sempre cercano di gestire la situazione attraverso accordi e trattati. Tra essi, l’Egitto, paese di 86 milioni di abitanti che per il suo fabbisogno dipende quasi interamente dalle sue acque. Il fiume però ha origini più a nord in Etiopia, ma anche in Sudan, dove nasce come Nilo Azzurro, ed in Tanzania dove partendo dal Lago Vittoria sorge invece come Nilo Bianco.
In base agli Accordi del 1959 per la gestione delle acque del Nilo, vennero assegnati all’Egitto 55,5 miliardi di m3 l’anno, mentre al Sudan, Etiopia, Tanzania, Kenia e Repubblica Democratica del Congo delle quote minori. Nonostante ciò l’Egitto, per far fronte alle proprie esigenze tra cui la crescita galoppante della popolazione urbana e le sempre maggiori richieste da parte di agricoltori ed industriali, che necessitano per le loro attività di quantitativi sempre maggiori di acqua dolce, deve ricorrere ad altre soluzioni.
Ai problemi interni si aggiungono anche quelli esterni con i Paesi vicini, primo fra tutti l’Etiopia che non ha mai accettato gli accordi del 1959. Una nazione di 96 milioni di abitanti, che dopo la caduta del comunismo e la fine della guerra civile, cerca una via per il proprio sviluppo economico anche attraverso l’agricoltura. Il Paese tra l’altro sta anche conoscendo un fenomeno economico-agricolo nuovo: il landgrab, termine col quale si indica un accordo per l’acquisto o l’affitto di vaste aree di terreno coltivabile tra PVS e alcuni Paesi del Medio Oriente e/o dell’Asia alla ricerca dell’autosufficienza alimentare e del risparmio economico-commerciale con l’estero.
L’Etiopia ha sempre fornito gratuitamente le acque del Nilo Azzurro all’Egitto. Soltanto dal 2000 essa ha iniziato a sfruttarne lo 0.3 % di questa risorsa, mentre la sua superficie irrigua non rappresenta che lo 0,02 % del totale dei terreni agricoli contro il 100% dell’Egitto.
Dallo stesso anno ha cominciato a progettare dei sistemi idraulici atti a valorizzare le sue immense riserve di acqua che caratterizzano il suo territorio a partire dalle dighe sull’Abbay e sui suoi affluenti al fine di realizzare un GAP etiope. Il governo di questo Paese ha come priorità la trasformazione di questo Stato povero in una Potenza idroelettrica regionale anche al fine di esportare energia ai Paesi confinanti ed incassare valuta.
I rapporti tra Etiopia ed Egitto si sono irrigiditi a partire dagli anni 80. Per l’Egitto il pericolo è per le sue nuove zone irrigue visto che i progetti etiopi potrebbero far abbassare il flusso idrico del Nilo.
In occasione della 10° giornata mondiale dell’acqua promossa dalla World Bank e tenutasi il 22 marzo 2015 si è riproposta, nel dibattito politico internazionale, l’annosa e ormai ciclica questione del bacino idrico del fiume.
I trattati che regolano l’utilizzo delle acque nilotiche sono in totale 7 e dal 1884 gli accordi multilaterali tentano di porre rimedio al problema. La World Bank ogni anno redige un dossier sulle World Stressed Zones, allo scopo di attenzionare il sovra-sfruttamento delle acque (secondo le stime dell’UNESCO circa il 92% del consumo idrico è rivolto alla produzione di alimenti e all’industria e solo l’8% al consumo umano).
Nel caso specifico del Nilo, ulteriori trattati risalgono al 1929 tra Egitto e Gran Bretagna (per conto del Sudan all’epoca sua colonia) che riconosceva ad entrambe le nazioni un diritto storico ed al 1953, allorquando il Sudan ottiene l’indipendenza e si ripropone nuovamente la necessità di un nuovo approccio negoziale tra gli Stati coinvolti.

In questo contesto, la situazione politica non è d’aiuto poichè lo scacchiere africano risulta particolarmente frammentato ed entropico.Ci sono Paesi che hanno conosciuto il processo di decolonizzazione in tempi molto differenti, a partire dal Maghreb all’inizio degli anni ’50 e sino alla seconda decolonizzazione che si concretizza nel 1975 con l’indipendenza degli Stati sotto il dominio del Portogallo.
Indipendenza spesso concessa attraverso la definizione di confini che non corrispondevano assolutamente a quelle che erano le reali situazioni dei Paesi che stavano per nascere, sia dal punto di vista culturale e storico che da quello sociale e tribale. Ciò ha fatto sorgere, in alcuni casi, difficili convivenze che porteranno anche a dei conflitti duri e sanguinosi e a ripetuti colpi di Stato. Questa situazione ha portato spesso i militari ad uscire dalle caserme e a sostituirsi all’incapacità delle elitè di potere. Il regime di Nasser in Egitto è un esempio in tal senso. Questi per quanto riguarda il Nilo ha fatto realizzare il più grande bacino del mondo dietro la diga di Assuan cercando di gestire la situazione in modo molto unilaterale, come il caso della diga stessa , una grande infrastruttura costruita autonomamente che rispondeva al suo desiderio di assurgere a leader indiscusso della regione, e come per la gestione delle acque del Nilo, fondamentale per lo sviluppo economico di quei territori, con la deroga degli accordi del ‘29.
La diga inaugurata nel 1971 ed entrata in funzione nel 1975 è stata realizzata grazie ai fondi ottenuti dall’Unione Sovietica, perché Stati Uniti e World Bank avevano rifiutato ogni tipo di finanziamento.
La diga era importante per la sicurezza alimentare di una popolazione in rapida crescita, per la produzione elettrica, per le attività industriali ed il turismo e per l’indipendenza dell’Egitto.
Ancora oggi la questione e le implicazioni geopolitiche dell’acqua nilotica è considerata di fondamentale importanza nella politica di sicurezza del Cairo, tanto è che il fiume è posto direttamente sotto la protezione delle forze armate egiziane, situazione che ha fatto accrescere le difficili relazioni che già dagli anni ’80 intercorrono tra Egitto e Sudan.
Durante la presidenza di Hosni Mubarak, l’Egitto aveva palesato tutto l’interesse ad avere buone relazioni con i paesi africani confinanti, mostrandosi ben disposto alla negoziazione politica. Anche il governo di Mohamed Morsi sembrava voler seguire la stessa direzione, tanto è vero che nel giugno del 2013 veniva indetto un meeting con i Primi Ministri di Etiopia e Sudan per il rinnovo del N.B.C.F.A. (Nile Basin Cooperative Framework Agreement), e per la valutazione dell’impatto della diga di Assuan sull’offerta di acqua egiziana, senza cambiare il registro delle condizioni (55miliardi di m3).

Almeno per il momento, l’ipotesi di un conflitto regionale per la gestione delle acque sembrerebbe da escludere. Le necessità di parte però potrebbero portare a delle tensioni dai risvolti futuri imprevedibili anche per la presenza del sedicente Islamic State, proprio in alcune zone dell’Iraq e della Siria, che controlla tra l’altro anche fonti idriche importanti. La speranza è che la situazione venga gestita attraverso una maggiore collaborazione tra i principali attori interessati all’utilizzo di un bene tanto prezioso in un’area dove le risorse sono particolarmente scarse, attraverso una cooperazione politica ed economica a livello regionale che porti benessere e sviluppo.

Bibliografia

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Sitografia
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