D’Amore-GlobalizzazioneGlobalizzazione: quando i confini diventano connettività

Marino D’Amore

 

Abstract:

La globalizzazione indica un processo di omologazione sociale, politica e culturale che si pone come obbiettivo la neutralizzazione sostanziale delle differenze, a favore di un ideale di uniformità che obbedisce a un modello dominante.

Un cambiamento che caratterizza anche la geografia come strumento interpretativo, al contempo tradizionale e innovatore, e che conduce da dinamiche monoculturali verso una convivenza interculturale, caratterizzata da orientamenti diversi che si uniscono e dialogano, conferendo un nuovo significato alla morfologia territoriale generalmente intesa.

Geografia, globalizzazione, connettività, comunità, intercultura.

 

La globalizzazione indica un fenomeno in cui istanze socioculturali omologanti mitigano confini, culture, comunità, ne modificano la morfologia, obbedendo a dinamiche di commistione e scambio, sottese a un modello dominante. La parola globalizzazione compare per la prima volta in un articolo dell’Economist del 1962, per poi entrare prepotentemente nell’immaginario collettivo, e nel lessico comune, come un modello che coinvolge l’intero pianeta, pur mantenendo vaghi contorni semantici subordinati al contesto di utilizzo. Un processo inarrestabile che coinvolge l’intero globo, unito alla coscienza sociale della dimensione meccanicistica del fenomeno, delle sue contingenze e delle rispettive interrelazioni (Bauman 2005).

L’analisi scientifica si dicotomizza riconducendo da una parte la sua spiegazione ad una logica dominante, dall’altra subordinandola a complesse cause multifocali. Anthony Giddens sostiene che la globalizzazione costituisca uno dei tratti distintivi della modernità, frutto della separazione, e della progressiva elisione, della dimensione spazio-temporale, definendola come un complesso insieme di processi che opera in maniera contraddittoria e conflittuale, modificando i confini e creando nuove zone economiche, sociali e culturali dentro e attraverso le nazioni (Giddens 2000).

Attraverso i meccanismi di mediatizzazione dell’esperienza il globale entra nella quotidianità degli individui, in cui s’innestano relazioni indipendenti dai contesti locali di appartenenza e di interazione, catalizzando la partecipazione delle comunità agli avvenimenti planetari e generando il concetto di identità globale.

La mediatizzazione sopracitata inevitabilmente conduce a una nuova geografia mondiale, come sottolinea il semiologo americano Marshall McLuhan, madre del cosiddetto villaggio globale, un ossimoro pregnante, denso di significato, che unisce la dimensione microsociale a quella oggettivante e omnicomprensiva del mondo nella sua totalità (McLuhan 1996). Una visione che attualizza una fusione organica e metonimica tra le parti e il tutto che le contestualizza.

Robertson invece propone di sostituire il termine globalizzazione con quello di glocalizzazione che sintetizza la crasi tra la prima e localizzazione. Infatti il concetto sopracitato indica un processo unificante e dialogico in cui globale e locale sono strettamente interconnessi e coesistenti. Un fenomeno che si connota come il risultato di movimenti opposti e contrari, esogeni ed endogeni, in cui convivono la compresenza delle parti e la contestuale tendenza alla frammentazione, l’omologazione e la diversificazione, l’universalismo e il particolarismo, generando microuniversi locali che si appartengono dialogicamente.

Anche l’analisi condotta da Zygmunt Bauman, si ricongiunge a quella sopracitata, mostrando come i due concetti, pur sembrando fenomeni opposti, sono in realtà facce della stessa medaglia, fautrici di una crescente interconnessione di ambiti e realtà, geografiche, politiche e sociali, che generano forme complesse di interazione e di interdipendenza.

A tal proposito J.B. Thompson sostiene che il processo di globalizzazione implichi un’espansione di attività al di là dei confini degli stati-nazione che rispetti determinate caratteristiche: a) esse hanno luogo all’interno di un’arena planetaria; b) sono organizzate, pianificate o coordinate su scala globale; c) comportano rapporti di reciprocità, come detto, secondo dinamiche meccanicistiche di scambio e sinergia, quando la crescente interconnessione di regioni e luoghi diversi diventa sistematica e reciproca e coinvolge, effettivamente, l’intero pianeta (Thompson 1998).

L’eziologia del fenomeno è rintracciabile in tre grandi eventi, riconducibili al periodo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Il primo di questi è stato lo sviluppo di reti telegrafiche sottomarine, realizzate dalle potenze imperiali europee che volevano imporre la propria egemonia geopolitica, ampliando il proprio spazio statuale. In seguito la nascita delle reti di comunicazione globali ha determinato la creazione delle prime agenzie di informazione internazionali. Realtà, queste, impegnate nella raccolta sistematica di notizie e informazioni, nonché nella loro diffusione su ampi territori; decidendo, di comune accordo, di suddividere il pianeta in sfere d’influenza e di attività esclusive, creando un sistema di comunicazione multilaterale con velleità globalizzanti.

Il terzo elemento è rappresentato dall’istituzione di organismi internazionali con la funzione di intervenire, in ambito comunicativo, sull’attribuzione e la gestione delle frequenze, aumentando straordinariamente la capacità di trasmettere le informazioni attraverso grandi distanze e palesando caratteristiche di flessibilità, duttilità tecnica e logistica, contestualizzata all’interno di un’evidente ottimizzazione economica. Quest’ultimo aspetto ha funzionato come scintilla catalizzatrice di un ulteriore processo migliorativo dipanato su tre ambiti: la produzione di reti via cavo più versatili e sofisticate, capaci di trasmettere una grande quantità e varietà di informazioni, la nascita, e la crescente utilizzazione, di satelliti per la comunicazione e infine la digitalizzazione e la dematerializzazione dell’informazione, propedeutica all’avvento di internet e di un mondo costantemente connesso.

La Rete è la realtà che rappresenta l’icona dell’innovazione tecnologica contemporanea ed emblematizza la velocità e la portata globale dei processi di mutamento socioculturale nelle comunità contemporanee.

Il processo sopracitato che dalla galassia Gutenberg, come la definisce McLuhan, ci ha condotto verso la Galassia Internet citata da Castells ha modificato le modalità comunicative ma soprattutto quelle relazionali tra gli individui, mutando la morfologia del mondo (Castells 2013).

Uno degli aspetti prevalenti del cambiamento, geografico e al contempo sociale indotto dalla globalizzazione è proprio il passaggio da dinamiche monoculturali verso una convivenza, e una conseguente comunicazione interculturale, caratterizzata da orientamenti diversi che si uniscono, si intrecciano e dialogano e conferiscono un nuovo significato alla morfologia territoriale generalmente intesa.

In un tale nuovo scenario cartografico, Parag Khanna sostiene che la nettezza delle barriere lascia il posto alle sfumature comunicanti dei flussi stessi, strumenti catalizzatori di scambio, che pongono la connettività come nuovo paradigma dell’organizzazione globale: il mondo è percorso da linee di interconnessione che, come arterie di un organismo, irrorano  di informazioni, individui, merci e capitali la sua superficie in un’ottica omnicomprensiva che elide definitivamente la dimensione spazio-temporale (Khanna 2016).

Secondo questa visione la mappa del mondo cambia, la realtà politico-identitaria statuale lascia il posto alla condivisione, materiale e culturale, simbolo della società liquida preconizzata da Bauman. Un cambiamento irreversibile, e non privo di effetti anche sul piano geopolitico: gli equilibri del pianeta mutano e si spostano dal mero rapporto verticale tra Stati-nazione a quello orientato orizzontalmente tra città e aree politiche, economiche, socioculturali lungo le rotte e infrastrutture commerciali, e al contempo comunicative, intese come veri e propri poli di interazione connettiva (Bauman 2005).

Le dinamiche geopolitiche così strutturate produrranno una naturale distribuzione di risorse e capitali. In questo senso la gestione delle catene produttive in tutti gli ambiti e lo sviluppo delle infrastrutture connettive rappresentano il naturale e ineludibile percorso che conduce, attraverso dinamiche evolutive, a un futuro prossimo di modernità, che elimina gli inevitabili ostacoli posti lungo le arterie di connessione, mitigando disuguaglianze, neutralizzando attriti, ma soprattutto ottimizzando il rapporto dialogico che le caratterizza. Attraverso il comune denominatore connettivo, Khanna, esplica analiticamente i fenomeni che sostanziano tutte quelle dinamiche catalizzatrici di un cambiamento dicotomico che si palesano nell’attualità e ci proiettano nel futuro: la digitalizzazione ha, da una parte, abolito, come detto, la dimensione spazio-temporale, mostrandone l’evidente obsolescenza, e dall’altra ha stimolato un ulteriore progresso tecnologico che, a sua volta, consente la realizzazione di infrastrutture che abbattono le classiche barriere geografiche in questo nuovo fertile scenario geopolitico e internazionale. Tale crescente, oggettiva connessione determina una sempre più profonda integrazione dell’economia globale, resa possibile dal continuo scambio, relazionale e fattuale, di risorse, beni, capitale, dati, individui e idee. Un processo inteso come estrema ratio che sottende, identificandola, ogni attività: dalle potenze statuali, in particolar modo Stati Uniti e Cina, che stabiliscono gli assetti globali, fino alle grandi metropoli che aggregando in modo funzionale, comunità e condivisione, finanza e tecnologia, diversità e vitalità, hanno definitivamente detronizzato gli stati, generalmente intesi come involucri geografici, dal ruolo di protagonisti.

Secondo tale riflessione criticità quali i cambiamenti climatici, la redistribuzione di una popolazione mondiale inesorabilmente crescente e  la conseguente crisi per la gestione delle risorse energetiche, di acqua e di cibo, scaturita dalle relative attività antropiche, possono, grazie alla connettività, essere affrontate e risolte, in modo naturale e automatico, perseguendo una  produttività globalizzante finalizzata alla condivisione, all’equità e alla sostenibilità, parametri fondamentali attraverso cui misurare, in un’ottica democratizzante, lo stato di benessere, attuale e futuribile, di una società.

La nascita della Rete, come detto, ha sicuramente ridotto le dimensioni spazio e tempo a mere entità residuali, rendendo indispensabile la ricerca di inedite strategie cognitive per comprendere e raccontare questa trasformazione.

Diversa, soprattutto nella valutazione degli effetti, è l’opinione di Franco Farinelli secondo cui il modello geografico attuale, nato nel XVIII° secolo e caratterizzato da un’organizzazione continentale, non consente una spiegazione esaustiva delle sue componenti e delle loro relazioni. La globalizzazione ha al contempo omologato e destrutturato il pianeta, secondo dinamiche confliggenti e sinergiche. Tali dinamiche si esplicano grazie a strutture basate su parametri quali la continuità, l’omogeneità in quanto elementi fondanti del pensiero classico. Attualmente, quindi, si rende necessaria una nuova visione. La Rete sovverte le antiche concezioni di spazio, le risemantizza e ne rovescia il senso. Ecco perché, secondo il geografo, la Terra va letteralmente reinventata e raccontata diversamente, assumendo come vettore analitico di riferimento la sua morfologia sferica, la sua multidimensionalità, sia da un punto di vista fisico sia da uno strettamente semantico, che arricchisce di significati nuovi le realtà geografiche e quelle antropiche come, ad esempio, le dinamiche migratorie (Farinelli 2007).

La globalizzazione conduce a ripensare il concetto di pianeta, sostiene Farinelli che si oppone energicamente alla visione di Khanna, ritenuta eccessivamente semplicistica, in cui le differenze delle componenti vengono mitigate dal mero funzionamento del mondo. Secondo il primo esiste l’urgenza di pensare a nuovi modelli di interpretazione di quest’ultimo, frutto di un processo elaborativo che generi nuove visioni, nuovi modelli interpretativi che tengano il passo della velocità di un incessante movimento evolutivo.

La globalizzazione sovverte le vecchie rappresentazioni: il concetto di economia-mondo di Braudel basato su flussi commerciali preconizzava questo mutamento quando la Terra non era considerata un’unica realtà come invece avviene attualmente in virtù dello sviluppo delle tecnologie.

La via aperta dalla globalizzazione obbedisce a parametri di continuità e omogeneità che impongono un nuovo modo di pensare il mondo e le sue componenti territoriali. La rete disubbidisce allo spazio e ne rovescia il senso. Ecco perché la Terra va reinterpretata, assumendo la sua morfologia tridimensionale come nuovo, duttile, moderno elemento di valutazione. Farinelli evidenzia inoltre come i processi di glocalizzazione si generino da due eventi complementari e inversamente proporzionali: la frantumazione dello stato generalmente inteso e la contestuale emersione dei valori locali che conducono a una sostanziale riduzione, spaziale e semantica, del mondo, sovvertendo le antiche gerarchie valoriali e proponendone di nuove, fondate sul tempo e sulla velocità di cambiamento. Un cambiamento che parte dalla tabula e giunge a nuove concezioni globalizzanti e alle dinamiche sociali, culturali e economiche che le caratterizzano. Un percorso che, soggetto alla parcellizzazione dei mercati e al populismo della politica, può addirittura, in alcuni casi, porre in essere la nemesi del fenomeno, ossia la deglobalizzazione che, partendo da un’eziologia economica, giunge a contestualizzare i vari ambiti dell’esistenza e della socialità antropica.

In questo panorama si contestualizza anche il sovranismo statale come risposta fisiologica, irrazionale e immobilista ai crescenti flussi migratori, anch’essi amplificati, sia tecnicamente che idealmente, dal progresso tecnologico e, come detto, da un fattuale ridimensionamento spaziale e socioculturale del mondo, che, anche grazie a un’evoluzione meramente comunicativa contrapposta, e al contempo unita, a una regressione culturale, alimenta stereotipi e generalizzazioni rese ipervisibili dall’innovazione stessa. Sul piano culturale, tra i principali aspetti del fenomeno figurano i fenomeni connessi con il progressivo abbattimento delle barriere spaziali fra le nazioni, indotto, come detto, dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Anche se la diffusione delle tecnologie sopracitate è estremamente squilibrata ed alimenta profonde divisioni, la crescita delle reti è continua ed esercita effetti rilevanti sull’evoluzione dei rapporti tra i popoli. La presenza in numerosi stati di comunità di immigrati che, grazie anche ai vantaggi offerti dal progresso mantengono relazioni con i paesi d’origine, con i propri familiari e con i connazionali emigrati in altri stati, contribuisce allo sviluppo delle interconnessioni sociali, economiche e politiche su scala mondiale. Queste comunità introducono nei luoghi di immigrazione le proprie peculiarità culturali, interagiscono con la popolazione locale e con le altre comunità, contribuendo a modificare l’identità delle nazioni in cui risiedono, attivando nuove forme di socializzazione e condivisione. Malgrado le storiche difficoltà e le tensioni che accompagnano il fenomeno migratorio, questo è destinato a perpetuarsi, ad aumentare il suo flusso e il suo ordine di grandezza in futuro per diverse motivazioni: necessità e criticità di varia natura che si verificano nei paesi d’origine, per la spinta all’emigrazione alimentata dall’enorme divario tra i paesi poveri e i paesi ricchi generato dagli stessi processi globalizzanti e infine per il ruolo sempre più rilevante che la forza lavoro che ne nasce assume, in un’ottica di ottimizzazione, nell’economia dei paesi sviluppati.

Sotto questo aspetto le società civili di diversi stati stimolano lo sviluppo di una molteplicità di realtà e di iniziative ispirate a principi di solidarietà, condivisione e partecipazione. Associazioni per la difesa dei diritti umani, gruppi di volontariato, comunità religiose, organizzazioni sindacali, spesso riconosciute come organizzazioni non governative, le O.n.g., anche in ambito internazionale, hanno posto in essere sinergie di rapporti, di scambio e collaborazione reciproca, sviluppando e diffondendo critiche e obiezioni nei confronti del processo di globalizzazione e delle sue numerose declinazioni. L’incremento delle disuguaglianze distributive della ricchezza mondiale, il peso specifico delle grandi multinazionali nell’economia globale, l’influenza esercitata da queste sulle decisioni statuali, il ruolo svolto nel contesto internazionale dai governi dei paesi più ricchi, l’enorme problema che il debito estero rappresenta per i paesi poveri, l’affermazione diffusiva sullo scenario mondiale delle dottrine neoliberiste e gli effetti sociali, ambientali e politico-economici dovuto a tale deficit di regolamentazione, hanno suscitato un prepotente e diffuso dissenso. Questo si è tradotto in un ampio movimento di contestazione che si è palesato attraverso grandi manifestazioni di protesta in tutto il mondo, in occasione d’importanti riunioni di governi, istituzioni e organizzazioni internazionali.

Il movimento definito no global, fautore e portatore di tali rivendicazioni è esso stesso un’entità essenzialmente globale, perché palesa gli aspetti caratterizzanti tipici dei processi di globalizzazione in corso, come l’ampio utilizzo delle nuove tecnologie o la strutturazione organizzativa di tipo reticolare che declina in ambito organizzativo le medesime dinamiche di funzionamento della Rete. Esso si fa portatore di molteplici istanze, volte a conseguire obiettivi immediati come l’annullamento del debito dei paesi in via di sviluppo, a contrastare le politiche economiche egemoni e a perseguire un sostanziale mutamento dell’assetto mondiale che miri a attualizzare dinamiche maggiormente egualitarie, ponendosi come un interlocutore credibile nei confronti di organismi nazionali, internazionali e di grandi gruppi economici (Levy 2010).

La geografia muta, si evolve ma rimane centrale nella valutazione interpretativa dei territori, dei popoli che li abitano e delle loro esigenze politiche, sociali e culturali: le scelte delle classi dirigenti sono sottese a motivazioni di carattere geografico che hanno velleità espansionistiche e globalizzanti e che rischiano di impedire una fattuale cooperazione internazionale, fiaccata dal sospetto, dalla prevaricazione e dalla mera competizione per le risorse. Eventualità che esacerba le conflittualità, nega velleità egualitarie e neutralizza il multipolarismo interculturale, catalizzato dalle connettività, come elemento unificante. (Marshall 2016).

Attualmente il mondo vede l’elisione costante delle classiche relazioni spazio-temporali che lo hanno caratterizzato per secoli, smarrisce la sua realtà fisica, si smaterializza e assume i connotati del cyberspazio, un nuovo ecosistema che si allontana dalla dimensione e dalla conseguente rappresentazione geografica propriamente detta. La globalizzazione evolve la classica mediazione cartografica che ha permesso finora di ridurre a un piano il nostro habitat naturale e impone di andare verso una concreta rielaborazione del concetto di mondo, attivando un percorso che ci accompagni verso un nuovo modello di riferimento. La geografia si pone come elemento critico, tradizionale e innovatore che ripensa al concetto di distanza e gli conferisce un nuovo significato. Essa si evolve e si arricchisce di nuove potenzialità capaci di osservare e interpretare in senso multidisciplinare i segni del territorio e dello spazio tout court. Uno spazio che si riduce e che ci rende tutti, inevitabilmente, più vicini.

 

 

Bibliografia

  1. Bauman Z., Globalizzazione e glocalizzazione, Armando editore, Roma, 2005.
  2. Castells M., Galassia internet, Feltrinelli, Roma 2013.
  3. De Vecchis G., Geografia della mobilità. Muoversi e viaggiare in un mondo globale, Carocci, Roma 2014.
  4. Giddens A., Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il mulino, Bologna 2000.
  5. Giro M., La globalizzazione difficile. Ridisegnare la convivenza al tempo delle emozioni, Mondadori, Milano 2017.
  6. Levy J., Inventare il mondo. Una geografia della mondializzazione, Mondadori, Milano 2010.
  7. Marshall T., Prisoners of geography, Elliot&Thompson, Londra 2016.
  8. McLuhan M., Powers B., Il villaggio globale. XXI secolo: trasformazioni nella vita e nei media, SugarCo, Milano 1996.
  9. Farinelli F., L’invenzione della Terra, Sellerio, Palermo 2007.
  10. Khanna P., Connectography, Fazi, Roma 2016.
  11. Popper. K., Dopo la società aperta, Armando editore, Roma 2017.
  12. Robertson R., Globalizzazione. Teoria sociale e cultura globale, Asterios, Trieste 1999.
  13. Saccà F., Globalization and new socio-political trends, Eurlink, Roma 2016.
  14. Thompson J.B., Mezzi di comunicazione e modernità. Una teoria sociale dei media, Il mulino, Bologna 1998.

 

Sitografia

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  2. http://storiacontemporanea.eu/globalizzazione/globalizzazione (sito consultato il 23/02/2019).
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  5. https://forbes.it/2019/01/29/deglobalizzazione-slowbalization-economist-copertina-trump-dazi/ (sito consultato il 28/02/2019).
  6. https://www.lacooltura.com/2017/10/introduzione-fernand-braudel/ (sito consultato il 01/03/2019).
  7. https://nova.ilsole24ore.com/infodata/lera-dei-muri-che-dividono-il-mondo-i-confini-della-globalizzazione/ (sito consultato il 07/03/2019)