Immanuel Wallerstein, Comprendere il mondo, La Découverte, Paris (2009).

di Niccolò Inches

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Sociologo e storico dell’economia, Immanuel Wallerstein è stato presidente dell’Associazione Internazionale di Sociologia (1994-1998) e Senior Research Scholar all’Università di Yale, ricoprendo altresì il ruolo di direttore del Centro Fernand Braudel per lo studio dei sistemi storici ed economici presso l’ateneo di Binghamton (New York). Dal pensiero del geografo francese, teorico delle Economie-Mondo, l’accademico statunitense ha sviluppato una pluridecennale riflessione epistemologica sui fenomeni contemporanei, in merito ai quali ha coniato l’espressione Sistema-Mondo, collocandone cronologicamente il brodo primordiale alla prima espansione dei Grandi Imperi nel XVI secolo.

Al pari dell’approccio multidisciplinare adottato da Braudel nell’ambito degli studi sul sistema mediterraneo, l’analisi di Wallerstein implica parimenti la scelta di una prospettiva olistica nel campo delle scienze sociali, promuovendo una visione globale e al tempo stesso reticolare delle relazioni tra le diverse unità presenti nel proprio raggio di osservazione: Stati, individui, gruppi, imprese, comunità, culture. Siffatta rete di attori e regole, secondo Wallerstein, non può che interagire entro un sistema mondiale in re ipsa di matrice capitalista, intessuto di scambi economici retti a loro volta una logica di accumulazione illimitata del profitto.

Secondo l’autore, la correlazione tra economia-mondo e Capitalismo si rende necessaria alla luce della configurazione degli scambi all’interno del sistema, la cui architettura è rappresentata da una divisione assiale del lavoro su scala planetaria e nella quale sono coinvolte Nazioni centrali, semi-periferiche o periferiche in funzione del rispettivo ruolo assolto. Nel contesto di un’asimmetria dei processi produttivi, questi ultimi contribuiscono alla creazione di plusvalore a beneficio di Stati detti forti, mettendo in tal modo in discussione l’ottimismo teorico della tesi sul Vantaggio comparato, postulata dall’economista inglese David Ricardo. La politica di potenza delle Nazioni, sotto il profilo economico-commerciale, si manifesta anche nella capacità di orientare la mobilità transfrontaliera di imprese, capitali e merci, operando pressioni su altre entità statuali affinché queste adottino politiche fiscali o di frontiera accomodanti.

Wallerstein precisa in effetti, nel solco già tracciato da Braudel, che l’economia capitalista non è innescata da un regime regolamentare di mercato libero, bensì in una situazione di monopolio od oligopolio, per il quale il ruolo degli Stati – in qualità di possibile argine alla concorrenza – è decisivo nel consentire la concentrazione della produzione presso le già citate regioni centrali. Alla luce della ciclicità teorizzata dall’economista russo Kondratieff, gli Stati centrali rispondono alle fasi di stagnazione economica dapprima aumentando il bacino di consumatori (mediante un rialzo dei livelli salariali), poi disperdendo i fattori produttivi attraverso un processo di delocalizzazione, provocando una sorta di proletarizzazione dei cosiddetti Stati deboli. Siffatto quadro di Scambio Ineguale, rimarca l’accademico, fu peraltro al centro del dibattito intellettuale nel corso degli anni ‘50, incoraggiato dalla scuola latino-americana dei Giovani Turchi e dal loro capofila argentino Raul Prebisch.

Dal punto di vista storico-scientifico, l’affermazione dell’ideologia liberale viaggia su un binario parallelo a quello della transizione (XVIII secolo) da un sapere idiografico-umanistico, legato all’ermeneutica, ad un positivismo nomotetico fondato sul metodo empirico. Al tempo stesso, il coevo scoppio della Rivoluzione Francese ha determinato un doppio sconvolgimento epocale, introducendo una concezione del tutto inedita di sovranità e cittadinanza e cristallizzando una nuova dimensione “secolare” del cambiamento politico, che ha archiviato l’era dell’ineffabilità dell’Assolutismo. Ne è corollario, sottolinea l’autore, la considerazione secondo la quale un leader politico democratico della Svezia degli anni 2000 detiene prerogative maggiori di Luigi XIV: laddove il vecchio Re legibus solutus è nudo (politicamente), la democrazia moderna veste l’abito di un’ingegnosa macchina burocratica, capace di intervenire nei processi economici in qualità di attore non neutrale.

La Rivoluzione ha d’altra parte istituzionalizzato il ruolo delle Ideologie, strumenti competitivi per l’interpretazione e la modificazione del reale; tra queste, malgrado le molteplici turbolenze nel corso dei secoli successivi – la Reazione conservatrice nella prima metà dell’800, l’emersione del Socialismo a inizio ‘900 – il Liberalismo si è imposto designando un complesso di norme e pratiche di legittimazione del Sistema-Mondo capitalista. Fino alla crisi contemporanea, sottolineata dall’avvento del Terrorismo globale, essa si è rivelata la Geocultura dominante il cui apice discorsivo è sintetizzabile nella formula “There is No Alternative” pronunciata dalla Signora Thatcher.

Il Centrismo politico è stato in grado di inglobare le tendenze favorevoli al Capitalismo, fino all’epoca aurea del produttivismo post-Seconda Guerra Mondiale. L’ondata culturalista che ha accompagnato i movimenti identitari del ‘68 (femminismo, antirazzismo), aprirà una crepa in uno status quo che ha consentito fino ad allora di temperare universalismo, nazionalismi e culture anti-sistema; un Sistema-Mondo che aveva conosciuto un’adesione trasversale e interclassista, all’insegna dell’adagio sull’Ottimismo degli oppressi. Dall’Alter-mondialismo à la Porto Alegre al Sovranismo, Wallerstein offre una chiave di lettura di fronte alle spinte centrifughe in un mondo paradossalmente sempre più integrato.