La Turchia di fronte al suo futuro. Modelli e cambiamenti sociali nell’era di Erdogan

Maurizio Scaini

Università di Trieste

La Turchia di fronte al suo futuro. Modelli e cambiamenti sociali nell’era di Erdogan

Abstract: Historically, Turkey has been characterised by territorial imbalances and ethnic tensions. These characteristics have become more acute during the Erdogan era. The country, now, appears polarised as never before, with the secular and urban bourgeoisie, concentrated almost on the Western coast, and the population of the interior, economically disadvantaged, that identify themselves with the traditional islamic message. The following topic highlights some of these dynamics and the consequent vulnerability of  Turkey in face of the geopolitical instability of the Middle East.

Keywords: Cusp State, Kemalism, White and Black Turks, Erdogan, Polyarchies, Middle East

 

1. La Turchia contemporanea e la crisi del modello kemalista

La letteratura più recente tende a definire la Turchia come un classico esempio di “stato cuspide” (Robins P., 2014). Con questa definizione si indicano realtà politiche con una posizione geopolitica rilevante, situate ai margini di due o più macro regioni e caratterizzate dalla presenza di minoranze etniche o confessionali che, a causa di precedenti storici o contingenze politiche presenti, si sentono minacciate e, di conseguenza, tendono a rafforzare la loro identità. Contemporaneamente, è rilevabile la tendenza da parte dei rispettivi governi a strumentalizzare questi potenziali contrasti ai fini della propria strategia politica. Per questi motivi, generalmente, gli stati cuspide hanno difficoltà ad assorbire i valori normativi di una singola regione. In quest’ottica, la Turchia si colloca a cavallo tra due macro-regioni, l’Europa e il Medio Oriente e almeno tre micro-regioni, i Balcani, il Caucaso, il Mediterraneo Orientale. La politica turca è stata modellata soprattutto dal confronto tra Europa e Medio Oriente e dalla tensione tra norme antitetiche di fronte alle quali il regime fatica a trovare una mediazione condivisa.

La corretta comprensione della Turchia odierna non può prescindere dalla valutazione di una serie di dualismi strutturali interni (ad esempio, società civile versus società militare, musulmani versus non musulmani, turchi versus non turchi, laicità versus religiosità, Occidente versus Medio Oriente). Genericamente, queste dicotomie vengono riassunte nella storica contrapposizione tra i cosiddetti “turchi bianchi” e “turchi neri”. I primi, noti anche come turchi europei, rappresentano la borghesia urbana, laica, per lo più benestante, progressista e filo occidentale e si concentrano  principalmente, lungo la costa mediterranea. I “turchi neri” o asiatici, invece, sono costituiti dalle popolazioni dell’interno, più legate a valori islamici, tradizionali e che vivono in regioni economicamente arretrate.

Queste dicotomie offrono la chiave per la valutazione dei profondi cambiamenti vissuti nell’ultimo periodo dalla Turchia. Dal 1950 al 2017, la popolazione si è quadruplicata; nello stesso periodo, l’aspettativa di vita, ferma a 62 anni nel 2000, si è allungata di 19 anni; l’analfabetismo è passato dal 69% al 4,5%, il tasso di fertilità, dal 4,5 al 2,1; quello di urbanizzazione, pressoché invariato durante il periodo kemalista, è cresciuto dal 25,2% al 76,3%; la quota dei servizi, relativa alla composizione del PIL, è passata dal 27% al 62,3%, quella dell’agricoltura dal 80% all’8%, quella del settore industriale è più che raddoppiata, raggiungendo il 28%. Questi cambiamenti, tuttavia, non hanno inciso in modo significativo sugli squilibri regionali che, da sempre, rappresentano un problema decisivo. Sebbene la Turchia, dal 2002 al 2010, abbia avuto una crescita economica inferiore solo alla Cina, le percentuali regionali relative alla composizione del PIL sono rimaste sostanzialmente invariate.

 

Fig. 1 – Divisione regionale della Turchia

Fonte: Geography and Climate, 2018 (Http://www.peraair.com/geography-climate).

La carta mostra la divisione regionale della Turchia proposta al primo Congresso Geografico Nazionale, tenutosi ad Ankara, nel 1948. Partendo da Nord Ovest e procedendo verso Sud si susseguono tre regioni, Marmara, l’Egea e quella Mediterranea. Insieme, si estendono sul 38% del territorio nazionale, concentrano circa il 60% della popolazione e producono quasi l’80% del PIL. L’Anatolia Centrale, l’Anatolia Centro Orientale e l’Anatolia Sud Orientale coprono poco meno della metà della superficie nazionale e ospitano il 31,5% della popolazione. Insieme, producono meno del 14% del PIL. Più a Nord, si estende la regione del Mar Nero, dove si concentra l’11,5% della popolazione, concentrato su una superficie pari al 6,5% del territorio turco. Il PIL regionale è pari al 7,5%.

Queste differenze geografiche sono accentuate dal mosaico etnico turco. Le due regioni dell’Anatolia Centro Orientale e Sud Orientale sono caratterizzate dalla presenza della minoranza curda, il cui peso demografico è stimato tra il 65-70%, pari a poco più di nove milioni di individui. In Anatolia Sud Orientale, si concentra anche la minoranza araba, stimata tra i 650.000 e gli 800.000 individui. A Nord, la catena dei Monti Ponti, nel corso della storia, ha parzialmente isolato la regione del Mar Nero dal resto del Paese, mantenendo vive tradizioni locali di comunità armene, greche, georgiane, caucasiche, sebbene da tempo convertite all’islam.

Queste divisioni interne sono importanti. Dopo le decurtazioni di Bosnia, Serbia e Romania decise durante il Congresso di Berlino del 1878, il sultano, Abdullahamid II, si rese conto che in futuro il territorio dell’Impero si sarebbe limitato alla sola Anatolia. In questa prospettiva, ci fu l’invenzione di una nazione turca da preservare da minacce esterne ed interne. L’ideale di una nazione turco-musulmana-sunnita-anatolica fu in seguito ripreso da Mustafa Kemal e dai governi successivi, finendo per condizionare gli assetti istituzionali e il dibattito politico. Il kemalismo, inizialmente, faceva comodo all’Occidente perché era considerato un potenziale argine all’oscurantismo asiatico, inizialmente rappresentato da Stalin e poi dall’Unione Sovietica. Più recentemente, è stato considerato un antidoto anti-islamista. A posteriori, il kemalismo è stato definito una sorta di dispotismo illuminato. I tratti autoritari sono evidenti e le repressioni furono sanguinose. Tuttavia, Mustafa Kemal non smise mai di tenere presente la necessità di una carta costituzionale e il suo partito non ebbe mai milizie, cellule locali con divise e distintivi.

Dopo quasi un secolo dalla nascita della Repubblica turca, è possibile fare un bilancio. La storia della Turchia è stata un susseguirsi di emergenze e i diversi governi non sono mai riusciti ad unire le componenti interne e superare i divari regionali. Il problema, evidentemente, sta alle origini. Il kemalismo voleva porsi come alternativa, a livello internazionale, a fascismo e stalinismo che, a loro volta, volevano essere alternativi alle democrazie parlamentari del tempo. Il periodo storico in cui visse Ataturk, la sua epopea e le condizioni della Turchia dell’epoca spiegano, in parte, l’esigenza di un capo carismatico, il culto della personalità, la ricerca di una identità nazionale da parte del popolo turco. Fascismo, stalinismo e kemalismo sono visioni politiche che affondano le loro radici nella filosofia politica del XIX secolo. Tutte e tre prendono le mosse da condizioni politiche eccezionali, prevedono una mobilitazione di massa permanente, necessitano di un nemico, rivendicano la concentrazione del potere nelle mani di un individuo ritenuto carismatico per affrontare una crisi che minaccia la stessa sopravvivenza del sistema.

Diventa, pertanto, naturale chiedersi se il kemalismo sia ancora l’ideologia più adatta per interpretare la Turchia contemporanea e, soprattutto, se sia in grado di far transitare finalmente il Paese da una politica di emergenza a una di normalità, superando le conflittualità interne. Nella Turchia odierna, i curdi sono stimati tra i 15 e i 20 milioni, gli alawiti poco meno di  una decina di milioni, di cui un terzo sono curdi, settecentomila sono gli arabi, in più ci sono minoranze armene, cristiane, circasse. Considerate tutte insieme, queste componenti rappresentano quasi il 40% della popolazione turca che, potenzialmente, non si identifica nel progetto kemalista. Gli stessi turchi neri, del resto, hanno sempre avuto difficoltà a riconoscere la prospettiva laica, modernista e filo occidentale di Musafa Kemal.

2. L’ascesa di Erdogan

Il processo di democratizzazione della Turchia, conseguente al golpe del 1980, rimase limitato. La recente letteratura sui processi di democratizzazione riconosce che queste fasi di transizione solitamente sfociano in regimi solo nominalmente democratici che escludono la gran parte della popolazione. Convenzionalmente, vengono definiti con il termine di “poliarchie”. Sono sistemi che si distinguono per l’accentramento del potere, il prevalere di due partiti centristi con programmi similari, la limitazione degli spazi democratici in nome della sicurezza nazionale e il peso politico dell’esercito. Di solito, l’esaltazione di uno o più eroi nazionali condiziona il dibattito politico che si limita a sottolineare legami familiari e culturali dei candidati con i padri della patria, a scapito di competenze personali e temi importanti. Infine, va rilevata la scarsa coscienza politica della società civile che contribuisce a consolidare lo status quo. Con il tempo, questi partiti diventano meno ideologizzati, trasformandosi in strumenti per carriere personali di gruppi di privilegiati, inclini all’isolamento e al consolidamento della propria posizione. Inoltre, per la loro natura esclusiva, i partiti non dispongono di una rete organizzativa capillare a livello popolare, dal momento che le poliarchie tendono ad inibire le forme associative, a meno che non siano emanazione della nomenclatura stessa.

Questi elementi sono sempre presenti nella Turchia del secondo dopoguerra. L’iniziale affermazione elettorale dell’AKP fu possibile grazie alla crisi profonda vissuta dal Paese agli inizi degli anni 2000 e alla conseguente richiesta di cambiamento. Il nuovo clima politico che si andava delineando, può essere riassunto in almeno cinque caratteristiche, coincidenti con la sfiducia dell’elettorato verso i partiti tradizionali, la polarizzazione delle posizioni della destra e sinistra radicali, la richiesta dell’elettorato moderato di un’alternativa centrista, il rinnovato interesse politico da parte delle masse, la riscoperta di temi trascurati dalla partitocrazia. Durante la prima legislatura di Erdogan, la Turchia visse il suo periodo più democratico e avviò una serie di riforme che l’avvicinarono all’U.E., beneficiando di una crescita economica senza precedenti. Successivamente, riemerse la struttura poliarchica del Paese. Erdogan trasformò, al pari dei suoi predecessori, il suo mandato politico in una questione personale, elargendo favori e privilegi ad amici e parenti, rimettendo in discussione conquiste ormai scontate, disperdendosi in sterili polemiche, trascurando problemi di fondo e strategia di lungo periodo.

Dopo la vittoria del 2002, la propaganda dell’AKP si è concentrata sulla formula del cosiddetto “conservatorismo democratico”. A differenza di altri partiti conservatori turchi del passato, l’AKP ha rivalutato valori islamici familiari ai ceti più svantaggiati. In questa prospettiva, Erdogan ha insistito sull’importanza della famiglia, ritenuta il perno del nuovo modello sociale. In più occasioni, il presidente turco ha invocato la necessità della cosiddetta solidarietà tri-generazionale ovvero nuclei familiari in cui nonni, genitori e figli si sostengono a vicenda. A tal proposito, ha indicato anche il numero ideale di figli per famiglia, non inferiore a tre, in modo da scongiurare l’indebolimento demografico turco e garantire l’assistenza ai soggetti in difficoltà. Questa tipologia familiare è stata contrapposta a quello definita convenzionalmente occidentale, secondo Erdogan, diffusa tra la borghesia secolarizzata turca e origine dell’alienazione degli individuale e dell’abbandono degli anziani. In sintesi, la famiglia dovrebbe essere la culla che preserva i valori islamici e attenua le inevitabili carenze solidali del modello liberista, sgravando lo stato dalle incombenze dell’assistenzialismo.

E’ stato rilevato come molti dei tentativi di Erdogan di islamizzare lo stato siano falliti, ad esempio, la rimozione del bando all’uso del velo nelle pubbliche istituzioni, l’introduzione di dibatti politici nelle moschee, la penalizzazione dell’adulterio, la separazione dei dormitori universitari tra maschi e femmine, la conversione di alcune chiese in moschee o l’aiuto ai più poveri in base alle  referenze islamiche. Molti di questi temi, tuttavia, prima improponibili in quanto considerati un attacco allo stato laico, oggi sono normalmente dibattuti. Infine, va rilevata la nascita di nuove figure imprenditoriali, le cosiddette “Tigri Anatoliche”, vicine all’AKP, che si contrappongono alle élites tradizionali e che sono state avvantaggiate dall’espandersi dalle esportazioni nei nuovi mercati asiatici e medio orientali. La questione dell’ascesa del presunto capitalismo islamico rimane, difficile da definire perché la tendenza è in fase di assestamento. Innanzitutto, va sottolineato che oltre un terzo delle banche islamiche presenti in Turchia resta concentrata ad Istanbul e che, dal 2000 in poi, la vocazione finanziaria si è accentuata. Secondariamente, i 650 gruppi industriali che fanno capo al TUSIAD, l’organizzazione degli industriali che rappresenta la borghesia secolare turca, controllano oltre il 40% del PIL. Infine, va rilevato che le imprese turche più dinamiche, via via che s’ingrandiscono, tendono a perdere la matrice religiosa, integrandosi rapidamente nello scenario economico globale.

L’emergere di un gruppo di imprenditori provenienti dall’Anatolia e che si rifa a valori islamici, ha contribuito a rafforzare nell’immaginario popolare la narrazione coranica dell’individuo virtuoso in grado di riscattarsi dalla povertà. Nell’insieme, la redistribuzione dei redditi, derivante dalla recente crescita economica, ha toccato solo marginalmente le fasce sociali più disagiate. La crescita ha comportato un aumento della qualità della produzione interna, favorendo l’accesso di questi soggetti a beni e servizi da cui prima erano esclusi. Contemporaneamente, la progressiva diffusione nei mass media del messaggio islamico ha contribuito a dare dignità a un genere di vita rurale in precedenza ritenuto sinonimo di arretratezza. Sfruttando il disorientamento della cosiddetti partiti progressisti, Erdogan ha insistito sulla necessità di proteggere i ceti svantaggiati vittime dei privilegi della borghesia urbana e laica, descritta spesso come corrotta e come una minaccia per l’identità nazionale. Per contro, l’esecutivo è stato sempre attento a reprimere ogni rivendicazione ritenuta pericolosa ed, in questo, è stato sostenuto anche dall’opposizione. In definitiva, la potenziale lotta di classe tra i ceti urbani più benestanti e le masse deprivate dell’interno è stata abilmente sostituita da un confronto culturale che, da un lato, vede l’apparato burocratico statale controllato storicamente dalla borghesia filo occidentale e, dall’altra, il popolo estraneo ai giochi del potere, da sempre deriso nei suoi tratti identitari.

In altri termini, il sincretismo populista di Erdogan enfatizza la riscoperta di tradizioni popolari, il lavoro come mezzo di emancipazione, il liberismo e l’integrazione economica ritenuti veicoli di modernizzazione, evoca una situazione di emergenza derivante da nemici interni che minano l’unità nazionale a cui si sono, recentemente, aggiunte presunte interferenze internazionali. Queste dinamiche hanno favorito il culto di personalità verso il presidente turco, naturale interprete della volontà popolare e salvatore della patria.

La gran parte degli osservatori concorda nel descrivere la vulnerabilità dell’economia turca. Il debito pubblico resta contenuto (30%), il PIL continua a crescere ma gli incrementi non sono costanti e sono sintomo di una probabile bolla speculativa. La disoccupazione giovanile, che considera la fascia d’età tra i 15-24 anni, è al 24%. Dal 2015, l’inflazione è rimasta sopra il 15%, vanificando le manovre della Banca Centrale per contenerla. Dal 2014, la lira turca ha continuato a deprezzarsi rispetto a dollaro ed euro nonostante i ripetuti interventi della Banca Centrale su mercati valutari e tassi d’interesse. I titoli a scadenza decennale hanno un rendimento pari al 18,28%, inferiore a quelli a breve termine e superiore a quelli di Paesi come Pakistan (8,5%), Nigeria (13,33%), Libano (6%). Il deficit commerciale è in aumento così come quello delle partite correnti.

Questi elementi hanno accentuato la contrazione degli investimenti esteri, fondamentali per la crescita dell’economia degli anni scorsi e la scelta di molti risparmiatori a investire in valuta estera, per mettersi al riparo dalle oscillazioni della lira turca. Per gli stessi motivi, molti imprenditori, costretti dalle banche a contrarre prestiti in valuta straniera,  hanno visto lievitare i propri debiti. Anche le differenze regionali restano profonde. Nel 2017, il PIL reale della Turchia era pari al 52,72% di quello della media dei Paesi dell’Unione Europea, con in cima Istanbul (60,8%) e con il distretto di Van, nel Kurdistan turco, in fondo alla classifica con il 15%. Questa quadro geografico spiega in parte, la tradizionale e ridotta propensione ai risparmi che in Turchia rimane tra le più basse tra i Paesi emergenti. Di fronte al profilarsi di questo scenario, Standard e Poor’s ha abbassato il rating del Paese nel mese di marzo scorso (Focus Economics, 2018).

Come accennato, il Paese è polarizzato con circa la metà dei turchi che, per motivi diversi, non s’identificano con il regime. Osservando la geografia elettorale delle preferenze espresse al referendum del 2017, emerge che gli elettori delle tre regioni che producono l’80% del PIL turco, hanno complessivamente espresso un voto contrario, con lo schieramento del NO che raggiunge il suo picco nella fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Il rischio che la polarizzazione del Paese faccia aumentare violenze interne e ostilità verso il governo, in assenza di reali possibilità per un dissenso democratico, venga strumentalizzata da forze esterne non è secondario. In passato, l’esercito ha impedito che il Paese si disgregasse nei momenti di crisi. Dopo la repressione e i cambiamenti operati da Erdogan, conseguenti al tentativo di golpe del 2016, l’unità delle forze armate non è più scontata. A dimostrarlo è stato l’attentato all’ambasciatore russo, Andrey Karlov, ad Ankara, nel dicembre del 2016, ad opera di un ufficiale delle forze speciali della polizia turca, contrario alle interferenze di Mosca in Siria e che in passato aveva fatto parte della guardia del corpo presidenziale.

REFERENZE

Focus Economics (2018), Turkey Economic Outlook, May 8 (www.focus-economics.com/countries/turkey).

Robins P., (2014) “Cusp States in International Relations. In praise of anomalies against the ’Milieu’ “ in Herzog M. and Robins P. (eds.) The Role, Position and Agency of Cusp States in International Relations, New York: Routledge, pp. 1-24.

Scaini M. (2019), Turchia il dilemma euroasiatico, Edicusano, Roma.

State Institute of Statistics, Data, Ankara.

World Economic Forum (2017), Turkey is turning East. What does this Mean for Europe’s Energy Supply?, 4 September (www.weforum.org/agenda/2017/09/turkey-turning-east-energy-security/).