Le relazioni internazionali tra passato e futuro: la nuova guerra fredda.

Marino D’Amore

la nuova guerra fredda 2

Abstract

La guerra fredda rappresenta quella stagione storico-politica che dopo la fine del secondo conflitto mondiale, divise il mondo in due blocchi: quello occidentale guidato dagli Stati Uniti e quello orientale con a capo l’Unione Sovietica.

Per mezzo secolo questa ripartizione influenzò fortemente la visione, l’opinione pubblica e l’equilibrio mondiale. Un equilibrio esteriorizzato, politicamente e fisicamente, nella divisione tra Germania Ovest e Germania Est con il muro di Berlino.

La fine della guerra fredda viene convenzionalmente fatta coincidere con la caduta di quest’ultimo, il 9 novembre 1989, e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il 26 dicembre 1991, eventi legati da un evidente meccanicismo storico-politico.

Attualmente la guerra fredda cambia attori internazionali, morfologia e scenario, dipanandosi su altri palcoscenici come, ad esempio, l’Africa e la regione artica.

 

 

 

Testo dell’elaborato:

Il concetto di guerra fredda indica la contrapposizione politica, ideologica e militare che nacque, alla fine della seconda guerra mondiale, tra le due potenze principali che uscirono vincitrici dal conflitto: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica. Tale dicotomia geopolitica condusse alla suddivisione del mondo in sfere di influenza e, al contempo, alla formazione di due blocchi internazionali ostili, quello occidentale (gli Stati Uniti e gli alleati della NATO) e quello orientale, detto anche comunista (l’Unione Sovietica e gli alleati del Patto di Varsavia), oltre a tutti i paesi non allineati del resto del mondo.

Per mezzo secolo questa ripartizione influenzò fortemente la visione, l’opinione pubblica e l’equilibrio mondiale. Un equilibrio esteriorizzato, politicamente e fisicamente, nella divisione tra Germania Ovest e Germania Est con il muro di Berlino, segno tangibile della cosiddetta cortina di ferro, termine coniato da Winston Churchill nel 1946, volto a definire la netta distinzione, territoriale e al contempo ideologica, tra le due aree dominanti (Romero 2009).

Si trattava sostanzialmente della contrapposizione tra due grandi visioni politico-economiche: la democrazia liberale-capitalista da una parte, come ultimo stadio di un processo storico-politico di tipo evolutivo (Fukuyama 2016), e il totalitarismo comunista dall’altra. La tensione che ne risultò non si concretizzò mai in un conflitto militare diretto, da cui derivò il termine guerra fredda, usato per descrivere un’ostilità non risolvibile attraverso una guerra frontale tra le due potenze, evenienza che rischiava di mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza antropica mondiale a causa di un possibile ricorso alle armi nucleari. Il dualismo sopracitato si sviluppò nel corso degli anni attraverso una forte competizione declinata in vari ambiti: militare, tecnologico e ideologico, contribuendo a una sostanziale evoluzione della società stessa. Emerse così una sorta di mutuo armistizio, caratterizzato anche da reciproci e concreti interessi geopolitici, dal riconoscimento delle rispettive sfere di influenza e dal conseguente diritto di entrambe le potenze di stroncare, all’interno del proprio ambito di competenza, qualunque tentativo volto a mutare la situazione così cristallizzata (Smith 2000).

L’espressione guerra fredda fu coniata nel 1945 da George Orwell che, riflettendo sulla bomba atomica e le sue conseguenze, preconizzava, in modo puntuale, uno scenario in cui le due grandi potenze, non potendo affrontarsi direttamente come detto, avrebbero finito per dividere il mondo in zone di dominio e influenza.

La fine della guerra fredda viene convenzionalmente fatta coincidere con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il 26 dicembre 1991, eventi legati da un evidente meccanicismo storico-politico.

Attualmente la guerra fredda cambia morfologia e scenario, dipanandosi su altri palcoscenici come, ad esempio, l’Africa e la regione artica.

La Russia sta cercando di assumere la centralità nel continente africano, favorita, anche, dalle mutate condizioni politiche. In questo contesto geopolitico, infatti, il continente è stato teatro di guerre che non avevano più nessun legame con la dicotomia tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma, semplicemente, rappresentavano il tentativo di conquistare un ruolo egemone e concreto nella gestione delle risorse naturali (Turco 2015).

La competizione ora si palesa attraverso una declinazione commerciale e annovera altri attori internazionali come la Cina che reclama e vuole imporre il proprio dominio in Africa, marginalizzando tutti gli altri compresa la Russia. Quest’ultima si è attivata in modo sistematico e mirato per espandere la sua influenza strategica in queste aree, destabilizzando gli equilibri geopolitici e i rapporti internazionali in essere.

La spartizione logistica dell’Africa, infatti, si contestualizza anche attraverso una massiccia presenza militare. Ad esempio gli Stati Uniti s’impongono sul territorio attraverso il comando Africom. Oltre ai 4mila militari di stanza a Gibuti, la missione americana, dispone di 34 siti militari, 14 basi principali, 7000 soldati e 20 postazioni secondarie concentrate nella lotta al terrorismo in Somalia, Niger, Kenya, Mali e Camerun.

La militarizzazione rappresenta anche un viatico per la penetrazione commerciale grazie, ad esempio, alle missioni di pace. I caschi blu cinesi sono concentrati nelle aree di particolare interesse per il governo, come ad esempio il Sud Sudan, dove la Cina ha investito molte risorse nello sfruttamento del petrolio (Turco 2015).

La Russia, a differenza della Cina, riesce a coniugare entrambi gli aspetti attraverso il mercato delle armi. Un mercato che vede protagoniste e rivali le due potenze, russa e statunitense: In dieci anni, dal 2007 al 2017, sono state vendute armi in 15 nazioni del continente per un giro di affari di circa 40 miliardi di dollari, equamente diviso tra i due attori internazionali, tuttavia anche in questo scenario la presenza cinese inizia a manifestarsi con crescente vigore.

Paesi come l’Angola, la Namibia, il Mozambico e l’Etiopia rappresentano partner commerciali con cui il Cremlino ha stretto accordi di collaborazione in ambito minerario, militare e commerciale, finalizzati alla creazione di zone economiche basate sul libero scambio con l’intenzione di realizzare un centro logistico in Eritrea, nell’area strategica del Corno d’Africa, già occupato da altre nazioni come Stati Uniti, Francia e Cina, protagonisti di uno scenario fortemente concorrenziale.

La Russia ha già costruito un suo polo militare strategico a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, una presenza dalla forte valenza simbolica. Bangui, infatti, è un’ex colonia francese, una città dove i transalpini hanno stabilito da sempre una compagine militare significativa, circa 1200 uomini. Dopo il 1990 hanno progressivamente abbandonato il paese, destando l’interesse degli Stati Uniti e della Russia. Quest’ultima, nell’imporre la propria presenza, ha avuto la meglio, vincendo la competizione con i primi, ma soprattutto stimolando il commercio delle armi in questa area con risultati molto soddisfacenti (Turco 2015).

Secondo dinamiche meccanicistiche tale situazione ha catalizzato una serie di eventi che hanno aumentato esponenzialmente il peso specifico russo in Africa secondo varie declinazioni: attraverso il sostegno di Putin in Libia al generale Haftar o il massiccio utilizzo di soldati in Sudan, fortemente voluto dal presidente al-Bashir, per contrastare le proteste dilaganti nel paese. Le armi russe monopolizzano il mercato: Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso hanno recentemente chiesto l’aiuto del governo russo perché dia un fattuale contributo nella lotta al terrorismo, eleggendo così il Cremlino a interlocutore principe, al contempo geopolitico e commerciale, e neutralizzando di fatto le posizioni strategiche dell’occidente così faticosamente guadagnate nel continente. In questo senso la Cina e la Russia mostrano due diversi percorsi, quasi speculari, finalizzati alla penetrazione in Africa. La prima investe molto denaro per fruire di risorse e poi piegare i paesi africani ricattandoli attraverso il debito. La seconda invece mira a rafforzare la presenza militare per accrescere il dominio in quei territori e poi gestire le risorse stesse: due percorsi diversi per il medesimo fine.

Appare chiaro come la Cina sia il nuovo attore internazionale che, nel tempo, è diventato un interlocutore credibile e legittimo all’interno della storica dicotomia tra Stati Uniti e Russia, una sorta di terzo polo che rende tricuspide il perimetro della nuova guerra fredda. Le promesse di Donald Trump, in campagna elettorale, di imporre dazi sui prodotti cinesi sembravano residui anacronistici di altre epoche storico-politiche e confliggevano con le opinioni di chi, leader e analisti, invece invocava un dialogo proficuo e multifocale con le due nazioni sopracitate nel perseguire un equilibrio bilanciato; un equilibrio basato sulla divisione del potere a livello globale. Anzi, nel panorama attuale, sembra proprio che l’ex impero celeste sia ormai la più temibile realtà orientale a pretendere quel potere, detronizzando di fatto la Russia. Quando una potenza emergente minaccia di sostituire chi detiene una posizione egemone si profila un pericolo reale, che in un contesto di tensione internazionale, ma soprattutto economica, potrebbe potenzialmente sfociare in un conflitto vero e proprio, con tutte le criticità che l’evoluzione degli armamenti e delle tecnologie nucleari recano con sé. Nella lettura di questa situazione il presidente Trump è stato lungimirante, preconizzando scenari che poi sarebbero diventati concrete realtà.

Nel 1957 il lancio del satellite sovietico Sputnik rappresentò il momento in cui l’America si accorse della minaccia sovietica in ambito tecnologico, perché iniziava quella rivalità che sarebbe passata alla storia come la corsa allo spazio. Oggi la competizione sembra spostarsi su un versante ugualmente tecnologico, ma al contempo profondamente commerciale su un piano internazionale, una competizione che determina l’egemonia nei mercati. Una guerra economica che assume la morfologia di un conflitto strettamente digitale, basato sulle reti di comunicazione e l’intelligenza artificiale. Tale evoluzione non mitiga la centralità, logistica e semantica, del commercio e della corsa agli armamenti anzi ne costituisce una concausa: la Cina, ad esempio, si sta dotando di missili hi-tech capaci di abbattere intere portaerei.

La seconda guerra fredda palesa similitudini, ma al contempo, diverse e cruciali differenze rispetto alla prima. Proprio come in passato i blocchi contrapposti, in questo caso russo, cinese e americano, sono ideologicamente divisi: in uno scenario in cui la volubilità politica di Putin si traduce in una politica estera oscillante e bipolare, il presidente Xi Jinping afferma l’importanza del marxismo come fondamento ideologico del partito e del paese, mentre Trump, secondo una dinamica speculare, insiste nel tenere lontano gli Stati Uniti da qualunque contaminazione di tipo socialista (Romero 2009).

Come prima le potenze stanno cercando di imporsi come protagonisti internazionali all’interno di un’ottica globalizzante che li vede alternarsi nel contendersi il primato in vari ambiti, ma, come detto, il panorama geopolitico è profondamente mutato. In primo luogo la dicotomia tra Russia e Stati Uniti accoglie un terzo attore che sovverte qualsiasi equilibrio finora creato: la Cina, che si mostra come una realtà economicamente molto forte, infatti ha un prodotto interno lordo comparabile a quello americano, mentre, al tempo, l’Unione Sovietica, sotto questo aspetto, non si palesò mai come un competitor credibile. Altra peculiarità fondamentale vede la Cina e l’America intrattenere relazioni economiche la cui intensità resta subordinata alla gestione delle classi dirigenti al potere, mentre il commercio tra americani e sovietici fu sempre residuale. Inoltre, particolare non trascurabile, in America ci sono circa 2,3 milioni di immigrati cinesi, metà dei quali naturalizzati, mentre il numero di cittadini sovietici in America rimase sempre scarso. Insomma la Cina pare un’antagonista ben più temibile di quanto non fosse l’Unione Sovietica sotto varie declinazioni: demografica, economica e tecnologica. Tuttavia oggi, rispetto al passato, sono gli Stati Uniti a presentare delle criticità evidenti di carattere endogeno. La presenza interna, di derivazione democratica, di venti socialisti, anti-presidenziali, di tendenze filo-islamiche e multiculturaliste sembrano fiaccare la leadership, la gestione politica e la legittimità dell’amministrazione repubblicana, decurtandone palesemente il consenso. Elementi, questi che potrebbero favorire gli altri rivali in questo nuovo scenario pseudo-bellico.

Uno scenario che vede contesa un’ulteriore area: quella della regione artica, una zona che, sotto diversi aspetti, attrae l’interesse di diverse nazioni, circondata da un mare storicamente considerato inospitale che potrebbe vedere aumentare il suo traffico in modo esponenziale nei prossimi tre anni, catalizzando tensioni internazionali tenute silenti da una stasi relazionale molto delicata.

I cambiamenti climatici, infatti, hanno mutato radicalmente l’immagine, il valore strategico ed economico della zona artica, rendendone il controllo davvero molto appetibile (Giddens 2015).

L’assottigliamento del ghiaccio sta aprendo nuovi tratti navigabili, nuove rotte marine, che, in alcuni casi, rispetto a quelle tradizionali, ottimizzano tempi e costi. Un tale mutamento ha riguardato anche la gestione e la fruizione delle risorse energetiche, per lungo tempo conservate sotto la coltre del ghiaccio stesso che, a causa del riscaldamento climatico e dell’implementazione di nuove tecnologie estrattive, diventano finalmente accessibili, sia tecnicamente sia economicamente.

Secondo il CNR (il Consiglio Nazionale delle Ricerche Italiano), le risorse di petrolio e di gas presenti nell’Artico sono rispettivamente pari a circa il 13% e il 30% delle risorse globali non ancora scoperte. Quest’ultimo si palesa come una sorta di Mediterraneo del Nord non circondato da stati fragili, ma da nazioni moderne e solide sotto ogni punto di vista, da quello politico a quello finanziario: Stati Uniti, Russia, Canada, Norvegia, Danimarca, Regno Unito (Marzio 2018).

Alla luce di questo scenario, internazionale e globalizzato, appare chiaro come le relazioni geopolitiche si basino sostanzialmente sul controllo delle risorse strategiche: il controllo dell’economia, la potenza militare e la sua ostentazione e, infine, il potere politico. In un passato ormai anacronistico e vetero-economico, la risorsa strategica che assicurava la leadership negli ambiti sopracitati era il petrolio. Attualmente e in futuro quest’ultimo lascerà il posto alla tecnologia digitale e alle sue declinazioni. Questa nuova possibilità si fonda sull’Information Technology e si identifica attraverso le sue peculiarità strutturali: è fondamentalmente una realtà dematerializzata frutto della ricerca e del know-how, teorico e tecnico, necessario a svilupparla, fondato sull’accumulazione e la gestione dei dati che muta irreversibilmente le società. (Khanna 2016).

Il digitale rappresenta una fondamentale innovazione, ma al contempo un’arma, uno strumento indispensabile per le azioni d’intelligence, la propaganda e la disinformazione mirata, funzionale a scopi di carattere politico. I tre poli di questa nuova stagione storica, della nuova guerra fredda, ne fanno largo uso per monitorare le rispettive popolazioni. L’intelligenza artificiale, con la disponibilità di dati e di centri di analisi dedicati, rappresenta il nuovo palcoscenico globale su cui competere, un nuovo campo di battaglia potenzialmente sterminato sui cui imporre la propria egemonia. Un’egemonia contesa tra Stati Uniti e Cina, con la Russia in netto ritardo, il cui raggiungimento si basa sulla continua innovazione tecnologica e sulle speculari e rispettive politiche protezionistiche che, come detto, tentano di tutelare i mercati interni da pericolose contaminazioni estere (Khanna 2016).

La complessità della partita in effetti è esacerbata dal teatro multipolare della cyberguerra che coinvolge i poli sopracitati ma possiede un intrinseco respiro globalizzante. Le caratteristiche di questo scontro sono diverse rispetto al passato, infatti, mentre nella seconda metà del secolo scorso i sistemi economici erano sostanzialmente autonomi, oggi gli attori internazionali fanno parte dello stesso mercato globale, coinvolti in un rapporto di reciproca interdipendenza (Gasparini 2014).

La globalizzazione, infatti, ha mitigato distanze e infranto barriere, relegando i conflitti armati a pochi e isolati scenari, ma la situazione è comunque pericolosa, perché, contestualmente alla crescita e alla rapida diffusione delle criticità, sta mutando il significato del concetto stesso di conflitto che diventa principalmente economico e che si dipana tra accordi commerciali e azioni per contrastare il cambiamento climatico, tra la diplomazia per risolvere le criticità interstatuali e la conseguente tutela dei diritti umani.

Questa nuova guerra fredda sancisce il tramonto delle ideologie, detronizzate dal trionfo dell’economia come fine ultimo e irrinunciabile. Una competizione globale non meno pericolosa della precedente, perché i suoi protagonisti sono dotati di armamenti avanzati e il rischio di una deriva bellica è sempre presente, rendendo assolutamente attuale un concetto espresso da John Fitzgerald Kennedy nel suo discorso all’ONU nel 1961 che concluse dicendo: “L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità.”.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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