Lorenzo Salimbeni

 

L’organizzazione politica del territorio italiano

Nell’ordinamento italiano l’accentramento che caratterizzò la prima conformazione statuale unitaria (Regno d’Italia, 17 marzo 1861-2 giugno 1946) era un retaggio della monarchia militare sabauda che deludeva il filone federalista del Risorgimento. Tale impostazione è andata poi diluendosi in età repubblicana nel riconoscimento di autonomie territoriali e nella stratificazione di livelli amministrativi costituzionalmente riconosciuti (Comune, Provincia e Regione) e dotati di consessi elettivi attraverso cui attuare la propria linea politica. Analogamente in Francia lo Stato accentrato di matrice giacobina, frutto della Rivoluzione francese e delle riforme amministrative napoleoniche, si sarebbe progressivamente evoluto in quella che i transalpini oggi definiscono “millefoglie territoriale”.

Nel contesto italiano il Comune, che poteva avere poche centinaia di abitanti o giungere all’ordine dei milioni, figurava come erede dei comuni medioevali, simbolo di autogoverno e di contrapposizione ad un potere centrale, e costituiva un elemento di facile identificazione per il cittadino, che invece appariva disinteressato nei confronti della Regione. D’altro canto le regioni avevano acquisito i loro confini da precedenti delimitazioni di aree statistiche e sussistevano connessioni sociali, economiche e culturali interregionali che contavano ben più di una partizione amministrativa. Nell’Italia tradizionalmente campanilistica, la città non era solamente un elemento identitario radicato, ma anche un centro nevralgico di sviluppo, tanto è vero che furono tre città appartenenti a tre regioni diverse (i vertici del triangolo industriale Milano-Torino-Genova) a fare da traino allo sviluppo negli anni del boom economico e non una delle regioni. Queste erano elencate dalla Costituzione entrata in vigore il primo gennaio 1948, ma divennero operative appena nel 1970, contestualmente all’istituzione di un Ministero dedicato, eccezion fatta per le cinque a statuto speciale (Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna) che ebbero un percorso più rapido.

I tentativi di esportare in altre aree del paese (con particolare riferimento al Mezzogiorno) l’esempio virtuoso delle tre città settentrionali in base alla teoria della polarizzazione avrebbe tuttavia creato non poli di crescita sul territorio, bensì le cosiddette “cattedrali nel deserto”, poiché non erano state tenute in considerazione le peculiarità delle località nelle quali si intervenne e si trascurò la consolidata tradizione industriale, imprenditoriale e commerciale che contraddistingueva la storia delle città prese ad esempio.

Il Comune, per come era stato definito dalla legislazione italiana, risultava una struttura difficilmente adattabile alle esigenze delle città postmoderne che dal punto di vista urbanistico andavano espandendosi fino ad assorbire i comuni limitrofi, tanto che già negli anni Settanta in Inghilterra il Local Government Act aveva istituito le Metropolitan Counties. Esse avrebbero avuto vita breve poiché nella seconda metà degli anni Ottanta il governo neoliberista di Margaret Thatcher aveva reputato che i Councils elettivi avessero appesantito l’apparato amministrativo creando più complicazioni di quante ne risolvessero. Tuttavia ebbero il merito di fornire un modello territoriale delineato secondo criteri scientifici dai geografi Charles Bungay Fawcett e Thomas Walter Freeman e basato sulle connessioni funzionali effettivamente sussistenti tra le località interessate. Già prima di questo esperimento le scienze regionali avevano individuato nel territorio britannico le labour areas (riguardanti i bacini di gravitazione tra la residenza ed il posto di lavoro) ed i daily urban systems, all’interno dei quali si svolgevano le attività lavorative, sociali e ricreative degli individui. In questa maniera prendeva corpo la città diffusa, che nell’ambito d’oltre Manica trovava una certa corrispondenza nella dimensione del Distretto, laddove gli esperimenti italiani, partiti dal presupposto che fosse inadeguata l’intelaiatura della Provincia, naufragarono. Già a partire dagli anni Cinquanta Torino era stata al centro di piani intercomunali aventi ad oggetto l’organizzazione dei servizi condivisi con la prima (1952) e la seconda (1957) cintura di comuni circostanti, così come avvenne a Milano, Napoli e Bologna. Fu solamente il capoluogo piemontese, pur dopo gli scarsi risultati conseguiti, a prospettare in seguito l’ipotesi di un’area metropolitana riguardante 54 comuni nell’ambito del vano tentativo di individuazione da parte della Regione Piemonte di quindici comprensori maggiormente funzionali rispetto alla spartizione provinciale.

A partire dal 1968 e fino ai primi anni Duemila sarebbero invece sorte nuove province (Pordenone in primis ed Isernia in secundis, contestualmente alla “secessione” del Molise dagli Abruzzi), alcune delle quali proprio per preservare una propria specificità nei confronti di una conurbazione che tendeva a fagocitare il circondario (Lodi e Monza-Brianza nei confronti di Milano, Prato rispetto a Firenze e Barletta-Andria-Trani in contrapposizione a Bari). Se la Regione Val d’Aosta assorbì il ruolo e le competenze della provincia di Aosta, la regione Trentino-Alto Adige nel 1972 si sarebbe invece di fatto scomposta nelle province autonome di Trento e di Bolzano (portando al trionfo il radicato autonomismo proprio del retaggio culturale autoctono), mentre la Sardegna avrebbe costituito nel 2001 le province regionali Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra ed Olbia-Tempio, abolite già nel 2016 in seguito ad un referendum avvenuto nel 2012.

Nel 1992 gli studi della Fondazione Agnelli avevano indicato nelle macroregioni un possibile scenario di riassetto interno, mentre le vicende che avevano posto fine alla cosiddetta Prima repubblica (crollo del muro di Berlino, inchiesta di “Mani pulite” e stagione referendaria) avevano portato alla ribalta istanze federaliste che per un certo periodo sarebbero state declinate perfino in chiave separatista. Se da un lato l’adesione italiana alle organizzazioni comunitarie europee aveva significato recepire una progettualità incentrata sul soggetto regionale (a partire dai progetti di cooperazione transfrontaliera Interreg), il Comune era già stato al centro delle innovazioni previste dalla Legge 142 dell’8 giugno 1990 Ordinamento delle autonomie locali. Quest’ultima risentiva del fatto che l’anno precedente il Parlamento italiano aveva recepito la Convenzione di Strasburgo del 1985, la quale sanciva la partecipazione delle autonomie all’organizzazione comunitaria. Oltre a prescrivere fusioni e unioni dei Comuni minori, tale legge riconosceva la natura polimorfa del sistema urbano e individuava le Città metropolitane. Si trattava di Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia, più la possibile Cagliari in Sardegna, mentre non venivano citate quelle ipotizzate – Palermo, Catania, Messina e Trieste – per le altre regioni a statuto speciale, nelle quali non si applicava direttamente la 142. Nell’indeterminatezza dell’estensione di queste città metropolitane, se ne lasciava l’individuazione alle singole Regioni, nello spirito del processo di riforma amministrativa ispirato all’autonomia e al policentrismo, con il trasferimento alle Regioni di nuove funzioni e competenze su ambiente, salute, energia, rete idrica, rifiuti e trasporti. Si resero pertanto necessarie nuove zonizzazioni, che nulla avevano a che fare con la griglia preesistente, sicché si fece largo il concetto di “area vasta”, capace di porre in crescente evidenza la necessità di soglie minime nell’erogazione di numerosi servizi, cominciando così a porre in discussione la – pur costituzionalmente protetta – dimensione provinciale. Eppure le Città metropolitane previste dalla 142 rimasero sostanzialmente sulla carta e due anni dopo la sua promulgazione sorsero invece 8 nuove province: Biella, Verbania-Cusio-Ossola, Lodi, Lecco, Prato, Rimini, Crotone e Vibo Valentia.

Necessità di razionalizzazione dei servizi e di organizzazione efficiente del territorio sarebbero sfociati in una molteplicità di aggregazioni, ognuna delle quali attinente uno specifico ambito funzionale, ma tutte concordi nel denunciare la debolezza strutturale del singolo Comune e l’inadeguatezza della dimensione provinciale nell’affrontare quelle tematiche. Si trattava di Comprensori, Circondari, Unioni di Comuni, Consorzi di bonifica, Comunità montane, Aree di sviluppo industriale (ASI), Parchi naturali, Ambiti territoriali ottimali (ATO – per la gestione acque, energia, rifiuti), Sistemi economici locali (SEL), Distretti scolastici, Società della salute (associazioni fra Comuni e ASL per l’ottimizzazione socio-sanitaria) e l’elenco non è esaustivo. In tempi più recenti, ad esempio, al fine di addivenire alle richieste di coesione territoriale previste nei trattati istitutivi dell’Unione Europea, ha preso piede il patto territoriale, il quale vorrebbe individuare un’identità collettiva, ovvero un’idea forza del sistema territoriale locale inteso come comunità di interessi e valori condivisi e capace di polarizzare le energie mobilitate nel processo di concertazione locale. Il patto territoriale prevede processi di negoziazione di progetti di sviluppo tra gli attori locali (pubblici e privati), istituendo tavoli di concertazione e consultazione, similarmente alla programmazione negoziata, la quale riguarda una scala sub regionale, come ad esempio le aggregazioni volontarie di comuni.

Inoltre, coerentemente con quanto previsto dallo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo del 1999 e fatto proprio in termini generali dall’Unione Europea con la ratifica del Trattato di Lisbona del 2007 e con il successivo lancio della strategia decennale di sviluppo denominata «Europa 2020», le regioni hanno promosso al loro interno i progetti integrati territoriali (PIT), i progetti integrati settoriali (PIS), i progetti integrati di filiera (PIF), i progetti integrati regionali (PIR) ed i progetti integrati di sviluppo urbano (PISU).

 

La nuova dimensione del Comune

 

L’elezione diretta del sindaco prevista a far tempo dal 1993 aveva altresì ridato nuovo vigore all’istituzione comunale, creando maggioranze stabili e conferendo nuovi poteri al primo cittadino, il quale diventava non solo facilmente identificabile dall’opinione pubblica autoctona per tutta la durata del mandato, ma anche un personaggio capace di focalizzare l’attenzione nazionale. Prova ne sia l’esposizione mediatica che accompagnò le prime elezioni di questo tipo, con le vittorie, fra gli altri, di Rutelli a Roma (in contrapposizione con il segretario nazionale di un partito fino a pochi mesi prima ghettizzato e ritenuto esterno al cosiddetto arco costituzionale), Formentini a Milano (dimostrando la forza acquisita dalla Lega Nord nella ex roccaforte socialista), Bassolino a Napoli (in competizione con la nipote di Benito Mussolini), Cacciari a Venezia ed Illy a Trieste (rappresentanti degli intellettuali e di quella “società civile” che trovava il suo interlocutore politico nella sinistra postcomunista). Il prestigio della figura del sindaco sarebbe stato accresciuto dalla possibilità di usufruire di nuovi strumenti finanziari grazie ai quali realizzare opere pubbliche ed eventi culturali, come i «programmi urbani complessi». Si trattava di progettualità che traevano spunto da esperienze di urbanistica contrattata condotte in alcuni contesti regionali diversi anni prima e vennero predisposte dall’allora Ministero dei Lavori Pubblici: i programmi urbani integrati (1992), i programmi di riqualificazione urbana (1993), i contratti di quartiere (1998) e i programmi di riqualificazione urbana per lo sviluppo sostenibile del territorio (1998).

Sulla scia di questi eventi negli anni successivi si sarebbe parlato di un possibile movimento civico dei sindaci (progetto recuperato in tempi più recenti su stimolo degli attuali primi cittadini di Napoli e di Parma), desideroso di affrontare dialetticamente il centralismo statale con toni maggiormente istituzionali e meno polemici della propaganda leghista, in cui il messaggio federalista di Gianfranco Miglio era stato travolto dalle folcloristiche manifestazioni secessioniste padane. Nulla di organico ne sarebbe sorto, eccezion fatta per il proliferare di liste civiche collegate alla figura del candidato sindaco che nelle successive scadenze elettorali avrebbero localmente affiancato le coalizioni costituite da partiti nazionali, ma non sarebbero mai state capaci di federarsi a livello nazionale. Una volta esaurito il proprio secondo mandato, gran parte di questi sindaci sarebbe stata cooptata dagli schieramenti che li avevano sostenuti e portata a ricoprire incarichi elettivi o governativi a livello regionale e nazionale.

Nel corso degli anni Novanta l’espansione di Napoli sarebbe giunta a creare una “regione urbana” estesa fino a Nola e Caserta, laddove Salerno sarebbe riuscita a sviluppare una sua specifica dimensione funzionale che l’ha mantenuta al di fuori dell’abbraccio partenopeo. All’inizio del nuovo millennio Torino e Milano avrebbero invece goduto di poteri straordinari per riorganizzarsi e riqualificarsi per effetto di due eventi di portata internazionale. Il piano strategico adottato in previsione delle Olimpiadi invernali del 2006 ha perfezionato il percorso del capoluogo piemontese verso una nuova dimensione culturale ed identitaria slegata dall’identificazione automatica con il complesso automobilistico della FIAT e del suo indotto, tanto che vecchie strutture industriali risorgevano a nuova vita con nuove finalità (ad esempio il Lingotto, diventata sede di un sempre più rinomato Salone del Libro). Per quanto concerne Milano, invece, sarebbe stato l’Expo 2015 a fare da stimolo per una nuova fase di sviluppo cittadino, ma al di là del successo della manifestazione in sé le ricadute a lungo termine si sono rivelate inferiori alle aspettative. Saranno le Olimpiadi invernali del 2026 da organizzare in sinergia con Cortina d’Ampezzo l’occasione di riscatto?

Al di là di siffatti eventi di carattere globale, il policentrismo urbano promosso dall’Unione europea si fonda sulla molteplicità delle funzioni e sulla reciproca interazione fra le città, oltre che sulla posizione da queste occupata nei nodi strategici delle armature nazionali e internazionali: lo Stato nazionale cede il passo alle organizzazioni di carattere sovranazionale e nel contesto europeo in particolare la regione cede il passo alla dimensione cittadina. D’altro canto le sinergie fra città, anche geograficamente distanti, ma avvicinate dalla telematica, dall’evoluzione dei trasporti e dalla multimedialità, sono ben più significative dei rapporti sussistenti fra le medesime ed il territorio immediatamente contiguo che non è stato ancora assorbito dalla conurbazione. In un ambito geograficamente ristretto vengono così a crearsi rapporti di collaborazione funzionale oppure due ambiti distinti ma non distanti. Già il succitato triangolo industriale italiano dimostrava in scala ridotta la tendenza alla creazione di sinergie tra centri urbani non confinanti, laddove Bologna rappresentava un polo di sviluppo maggiormente integrato con il suo hinterland. Non si è pertanto mai giunti all’articolazione di una quadrilatero Ge-Mi-To-Bo, bensì più volte si è ipotizzata la realizzazione di Mi-To, essendo i due capoluoghi sempre più connessi ed efficacemente collegati.

Milano tuttavia è una città talmente chiusa nella sua peculiarità da proiettarsi sulla dimensione europea invece di interessarsi maggiormente delle dinamiche locali, come sarebbe richiesto dal suo ruolo di capoluogo di regione. Prova ne sia la scarsa partecipazione dei suoi cittadini al referendum consultivo del 2017 svoltosi con il voto elettronico sulla richiesta di maggiore autonomia per la Lombardia: in uno scenario di già scarsa partecipazione (38,26%), il capoluogo è risultato comunque la provincia con la minore affluenza (31,23%) ed in cui il No, ancorché nettamente minoritario come ovunque, ha conseguito il maggior numero di preferenze (5,47%). A riprova invece della vocazione internazionale della città meneghina, essa rientra nella Blue Banana che nel 1989 l’istituto francese di ricerca Reclus tracciò collegando Londra, Bruxelles, il bacino renano, Francoforte, Basilea, Zurigo e Milano in una megalopoli che doveva rappresentare il centro principale dello sviluppo spaziale europeo. Di lì a poco la riunificazione della Germania sarebbe stata rappresentata soprattutto dal crollo del muro di Berlino, facendo della capitale tedesca il simbolo di un nuovo corso dello sviluppo europeo che avrebbe visto la città protagonista.

 

Le più recenti riforme degli enti locali in Italia.

 

Una decina d’anni dopo la promulgazione della L. 142, dapprima la L. 267/2000 (Testo unico degli enti locali) rovesciava l’iniziativa per l’istituzione delle Città metropolitane, sottraendola alle Regioni e attribuendola a Comuni e Province, poi la modifica del Titolo V della Costituzione con L. cost. 3/2001 recepiva l’esito di un referendum confermativo introducendo due nuove partizioni: lo Stato (ancorché subordinato alle norme comunitarie) e le Città Metropolitane, ma la prima proposta poi emendata prevedeva anche le Comunità Montane. L’art. 114 Cost. al comma 2 recitava quindi:

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

Ai Comuni spettavano adesso ulteriori competenze, attinenti soprattutto all’ambito dei «servizi», ma proprio la crescente vastità e complessità delle sue funzioni, rendeva l’istituzione comunale inadatta, non solo a gestire, ma soprattutto a «pensare» un contesto di relazioni materiali e immateriali che si sviluppavano sempre più in una dimensione che trascendeva quella municipale-cittadina. Nel terzo comma Roma veniva esplicitamente indicata come capitale della repubblica, il cui ordinamento sarebbe stato disciplinato con legge ordinaria.

Il progetto di riforma costituzionale bocciato nel referendum del 2006, invece, prevedeva tra l’altro una riorganizzazione dei poteri delle regioni e della legislazione concorrente Stato-regioni: le uniche regioni in cui il Sì ebbe la maggioranza risultarono il Veneto e la Lombardia, che nel 2017 avrebbero organizzato un referendum consultivo per chiedere maggiori autonomie in base all’articolo 116 della Costituzione come riformato nel 2001.

Nel 2008 tuttavia la crisi finanziaria mondiale avrebbe imposto anche all’Italia scelte di spending review che avrebbero frenato il percorso di decentramento e ridotto le possibilità operative dei Comuni, essendo lo Stato chiamato a vigilare sulle spese comunali in nome del rigore finanziario e dell’austerità di bilancio. Se le ragioni dello sviluppo locale avevano precedentemente spinto al processo di «devoluzione» delle responsabilità in materia di politiche di sviluppo, la crisi finanziaria globale portò alla luce i limiti del processo di decentramento, in termini sia di sostenibilità finanziaria degli interventi, sia di effettiva capacità di rendere competitivi i territori nei mercati internazionali, pagando lo scotto della mancata istituzione di nuove scale territoriali in grado di rilanciare il ruolo del governo locale.

Ciononostante sarebbe stata la L. 42/2009 inerente il federalismo fiscale a delineare il profilo di Roma Capitale come ente territoriale nei confini di quello che era il Comune di Roma, ma irrobustito da una speciale autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria allo scopo di garantire il miglior assetto delle funzioni che la “città eterna” deve svolgere in quanto sede degli organi costituzionali nonché delle rappresentanze diplomatiche degli Stati esteri accreditate presso la Repubblica Italiana, la Città del Vaticano e le istituzioni internazionali. In base allo statuto approvato dal consiglio comunale romano nel 2013, Roma Capitale si attribuiva come organi governativi il sindaco (di diritto pure sindaco metropolitano della città metropolitana), l’assemblea capitolina e la giunta capitolina, istituiva l’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali ed individuava 15 Municipi attraverso cui attuare il decentramento. Analogamente, fin dalla nascita della repubblica austriaca (1921), uno dei 9 Länder era costituito proprio da Vienna, la Région Parisienne – Île de France (1976) è una delle ventuno Regioni continentali francesi, la Comunidad Autónoma de Madrid (1983) ha l’ampiezza di una piccola regione italiana e Bruxelles costituisce assieme a Fiandre e Vallonia una delle regioni dell’assetto federale belga delineato nel 1993, senza dimenticare il distretto federale di Washington negli Stati Uniti.

Recuperavano invece la linea politica improntata al risparmio le scelte del governo tecnico di Mario Monti: a farne le spese avrebbe dovuto essere la Provincia, che, in seguito ai decreti varati nel 2011 (Salva Italia) e 2012 (Spending review) veniva ridimensionata a ente con mere funzioni di indirizzo e coordinamento, mentre il recupero della Città metropolitana più che una misura di decentramento sembrava un provvedimento a costo zero di riorganizzazione amministrativa. Rispolverare la Città metropolitana in questa fase storica rappresentava inoltre una scelta tardiva, poiché la nuova dimensione urbana era nel frattempo diventata quella della città-regione, vale a dire una concentrazione di attività e funzioni di valore direzionale nonché di conoscenze e capacità decisionali in grado di ricollegare i sistemi locali a più ampi flussi di origine globale. In presenza di condizioni istituzionali appropriate, le città-regioni possono affermarsi come spazi geografici complessi, da cui si diramano connessioni e reti sovralocali, proponendosi come «nodi di reti» che si estendono a una scala tendenzialmente planetaria.

La caduta dell’esecutivo Monti e l’incostituzionalità di alcuni suoi provvedimenti (la Provincia, in quanto prevista dalla carta costituzionale non poteva essere stravolta nel suo assetto tramite decreti legge) avrebbero portato nella successiva legislatura alla più organica L. 56/2014 Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni, altrimenti nota come riforma Delrio, dal nome del proponente Ministro per gli Affari regionali e le autonomie, già sindaco di Reggio Emilia ed ex Presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.

Quest’ultima dettava disposizioni in  materia di  città metropolitane, province, unioni  e  fusioni  di  comuni  al  fine  di adeguare  il  loro  ordinamento  ai   principi   di   sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza. La città metropolitana assumeva come finalità istituzionali generali: cura dello sviluppo strategico del territorio metropolitano; promozione e gestione integrata dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione; cura delle relazioni istituzionali afferenti al proprio livello, ivi comprese quelle con le città e le aree metropolitane europee. Tale normativa interessava immediatamente Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, ma i suoi principi andavano tenuti in considerazione per la disciplina di città e aree metropolitane da adottare in Sardegna, Sicilia e Friuli Venezia Giulia, in conformità ai rispettivi statuti. L’Assemblea regionale siciliana nel 2015 avrebbe eliminato le province al termine di un tortuoso iter avviatosi prima che venisse dichiarata l’incostituzionalità dei provvedimenti del governo Monti: prendevano corpo tre città metropolitane (Palermo, Catania e Messina) e sei Liberi consorzi comunali corrispondenti alle restanti vecchie province (Agrigento, Caltanisetta, Enna, Ragusa, Siracusa e Trapani). L’anno seguente il Friuli Venezia Giulia avrebbe invece rimpiazzato le sue quattro province con 18 unioni territoriali intercomunali, avendo a modello le Unioni di Comuni come regolamentate dal Testo unico degli enti locali, l’Unione dei Comuni valdostani, le comunità di valle del Trentino e le unità comprensoriali dell’Alto Adige/Südtirol. Contemporaneamente in Sardegna una legge regionale istituiva la provincia del Sud Sardegna con capoluogo Carbonia, accorpando le disciolte province di Carbonia-Iglesias e Medio Campidano nonché i Comuni della soppressa provincia di Cagliari non entrati a far parte della Città metropolitana.

Il territorio della città metropolitana andava a coincidere con quello della provincia omonima, ferma restando la facoltà per altri comuni, ivi compresi i comuni capoluogo delle province limitrofe, di aderire alla città metropolitana. Diventavano organi della città metropolitana:

– il sindaco metropolitano, il quale è il sindaco del comune capoluogo;

– il consiglio metropolitano, eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della città metropolitana. Sono eleggibili a consigliere metropolitano i sindaci e i consiglieri comunali in carica; la cessazione dalla carica comunale comporta la decadenza da consigliere metropolitano;

– la conferenza metropolitana, composta dal sindaco metropolitano, che la convoca e presiede, e dai sindaci dei comuni appartenenti alla città metropolitana; può individuare zone omogenee, per specifiche funzioni e tenendo conto delle specificità territoriali, con organismi di coordinamento collegati agli organi della città metropolitana.

Dalla prima ipotesi di città metropolitana formulata dal legislatore italiano nel 1990 erano nel frattempo sorti a livello europeo nuovi enti amministrativi incentrati sulle grandi città, come il Landes Berlin (1995), la Greater London Authority (2000), la Marseille Province Métropole (2000), la Metropolregion Amsterdam (2007), la Paris Métropole (2009) o l’Àrea Metropolitana de Barcelona (2011).

Il ruolo della Provincia veniva finalmente ridimensionato, anche se il provvedimento non riguardava Trento, Bolzano ed Aosta. Diventavano organi delle province esclusivamente e a titolo gratuito il presidente della provincia (un sindaco eletto dai suoi colleghi e dai consiglieri dei comuni della provincia con mandato quadriennale), il consiglio provinciale (di durata biennale e composto del presidente e da consiglieri eletti tra i sindaci ed i consiglieri comunali) e l’assemblea dei sindaci. Trasformata in un organo elettivo di secondo grado, la provincia rappresenta adesso un ente di area vasta con funzioni di pianificazione territoriale, tutela e valorizzazione dell’ambiente, pianificazione dei servizi di trasporto, costruzione  e gestione delle strade provinciali, programmazione della rete scolastica, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali, gestione dell’edilizia scolastica e controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale.

Ulteriori competenze venivano attribuite alle Province montane (Belluno, Sondrio, Verbano-Cusio-Ossola) e di confine, in particolare: cura dello sviluppo strategico del territorio e gestione di servizi in forma associata, nonché cura delle relazioni istituzionali con  province, province autonome, regioni, regioni a statuto speciale ed enti territoriali di altri  Stati, con esse confinanti ed il cui territorio abbia caratteristiche montane.

 

La città europea a proiezione globale.

 

Eurocities, European Cities Marketing, European Urban Knowledge Network e Future Cities rappresentano reti tra città basate sulla condivisione di esperienze e sulla socializzazione dei processi di apprendimento istituzionale dopo che fino alla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso le forme di collaborazione tra città si erano basate essenzialmente sui gemellaggi o su accordi di cooperazione bilaterale, basati su programmi generici di reciproca solidarietà o affinità politica, economica o ricreativa. Al modello «areale» di organizzazione del territorio, che vede una città dominare il suo immediato hinterland, si è affiancato un modello di «città a rete», dove la singola città può costruire il suo percorso di sviluppo grazie alla competitività della sua struttura interna, alla sua capacità di progettazione e di pianificazione strategica e alla sua capacità di «vendita» all’esterno. Il sistema urbano europeo viene sempre più spesso interpretato come l’insieme di diversi «sub-sistemi» o «reti» urbane costituite da insiemi di città di rango e di dimensioni diverse, che hanno lavorato per assicurare l’interscambio delle strategie rivelatesi più efficaci e per promuovere una crescita comune in un vari settori (lo sviluppo economico, il progresso scientifico e tecnologico, il turismo, i trasporti ecc.), esercitando infine anche un certo controllo sull’erogazione di finanziamenti pubblici a livello sia nazionale sia europeo. Nel 1989 è stato avviato il programma pilota Recite (Regioni e Città d’Europa), per la creazione di circa quaranta reti di cooperazione su progetti comuni tra sistemi urbani (con una popolazione superiore a 50.000 abitanti) e nel 1990 è stata inaugurata la cooperazione transfrontaliera Interreg, da cui sono derivati i Gruppi europei di cooperazione territoriale (GECT). I successi di queste iniziative, cui nel tempo si sono aggiunte altre azioni incentrate sulle città (i progetti pilota urbani, l’iniziativa comunitaria Urban, lo scambio delle migliori pratiche Urbact e Interact), riconoscono competenze e ruoli alle città senza l’intermediazione dei livelli nazionali e promuovono le reti di città come elemento fondamentale di scambio, conoscenza ed apprendimento. Con il passare degli anni, la cooperazione tra i territori, divenuta uno dei pilastri sui quali si fonda l’attuale politica di coesione comunitaria, rappresenta una novità assoluta e testimonia l’importante ruolo giocato dalla cooperazione territoriale europea verso uno sviluppo integrato dell’intero territorio dell’Ue basato sulla valorizzazione delle risorse locali. Molte città sono state stimolate a «fare rete», cogliendo l’importanza dello scambio con altre città, del confronto concreto su problemi rilevanti, dello sviluppo di economie di scala alla ricerca di soluzioni innovative (ad esempio, la rete Quartiers en Crise per la rigenerazione urbana di quartieri in difficoltà oppure la rete Eurocities per lo sviluppo urbano), ma anche dimostrando di saper lavorare in autonomia rispetto ai livelli di governo di scala superiore. Si tratta di un modello di sviluppo che vede le autorità locali chiamate a «progettare» e a confrontarsi su problematiche comuni (dall’ambiente alle infrastrutture, dalle questioni sociali alle forme di supporto per i Paesi dell’Est europeo) mediante metodologie e programmi di lavoro condivisi. Eurocities nasceva nel 1986 in seguito a un accordo tra Barcellona, Birmingham, Francoforte, Lione, Milano e Rotterdam per sviluppare sinergie, economie di scala e scambiare esperienze, mentre Quartiers en crise muoveva i primi passi nel 1989 coinvolgendo alcune città europee allo scopo di scambiare esperienze di politiche di contrasto all’esclusione sociale, promuovendo la riqualificazione urbana di quartieri degradati e la partecipazione di residenti, tecnici e politici a questi processi di rivitalizzazione, vedendo in un approccio integrato il metodo più adatto per contrastare i problemi legati al degrado fisico e sociale di alcune aree urbane.

 

 

Bibliografia

Giuseppe Bettoni, Geografia e geopolitica interna. Dall’organizzazione territoriale alla sindrome di nimby, Franco Angeli, Milano 2012.

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Società Geografica Italiana, Scenari italiani 2010. Rapporto annuale della Società Geografica Italiana Onlus, Il Nord, i Nord. Geopolitica della questione settentrionale, Roma 2010.

Id., Scenari italiani 2011. Il Sud, i Sud. Geoeconomia e geopolitica della questione meridionale, Roma 2011.

Id., Scenari italiani 2013. Politiche per il territorio (guardando all’Europa), Roma 2013.

Id., Scenari italiani 2014. Il riordino territoriale dello Stato, Roma 2015.