di Niccolò Inches

 

Dalla Geografia alla Geopolitica interna

Jacques Lévy ha fornito una definizione della Geografia – nella sua accezione odierna più comune – come “Scienza che ha per oggetto [di studio] lo spazio delle società, la dimensione spaziale del sociale” (Lévy, Lussault 2019, p.436). Il geografo svizzero la considera alla stregua di una “scienza sociale tra le altre scienze sociali” che “integra al suo studio dello spazio le caratteristiche generali della complessità specifica del sociale: storicità, socialità (…) ruolo dei linguaggi e delle rappresentazioni come componenti principali della realtà sociale” (Ibidem, p.437). All’interno di questa disciplina, la Geopolitica è “[la] dimensione spaziale delle relazioni tra Stati, il cui obiettivo è l’appropriazione e il controllo del territorio e la cui modalità d’azione fondamentale è l’uso diretto o indiretto della violenza organizzata” (Agnew 2019, p.445). Secondo questo punto di vista illustrato da John Agnew, la Geopolitica si interessa delle decisioni legate al perseguimento degli interessi di una società politica, dotata di un apparato statale, laddove quest’ultima è posta dinanzi ad altre società politiche. Tale interpretazione non può prescindere dalle rappresentazioni del territorio di riferimento, che gli Stati strumentalizzano nel portare avanti la loro politica di potenza – ad esempio per mobilitare le popolazioni attraverso una precisa narrazione identitaria. Il termine “geopolitica” è impiegato per la prima volta da Rudolf Kjellen nel 1899, storico della scienza politica all’università di Goteborg (Svezia), nel descrivere gli effetti dei fattori geografici sulla politica internazionale. L’accademico svedese aveva in particolare sviluppato una concezione ‘biologica’ dello Stato, visto come un’entità viva e qualcosa di diverso rispetto alla mera somma delle parti che lo compongono, distinte in quattro forme: attività economiche, caratteristiche nazionali e etniche, di classe, amministrativo-costituzionali; il corollario della visione dello Stato come organismo è la tendenza all’espansione o al ridimensionamento in relazione alla salute delle sue parti vitali (Boniface 2016). Sulla stessa lunghezza d’onda risulta la riflessione del fondatore della geografia politica moderna, Friedrich Ratzel, epigono del darwinismo sociale e precursore della cosiddetta ‘ecopolitica’. Ponendo anch’egli lo Stato al centro della sua analisi geopolitica (quest’ultima considerata alla stregua di branca delle scienze naturali) Ratzel lo assimila ad una struttura umana, suscettibile al tempo stesso di ingrandirsi dal punto di vista spaziale così come di perire, scomparendo dalle carte geografiche (Ibidem). Nell’opera Politische Geographie, il geografo (vicino ai movimenti per il Pangermanismo) tratta per l’appunto la questione dell’estensione territoriale e delle frontiere, funzioni del dato demografico così come di quello orografico (Lacoste 1993). Malgrado il carattere profondamente teorico del pensiero ratzeliano, in questa fase storica la geopolitica e in particolare le caratteristiche geografiche finiscono al servizio del realismo politico, a discapito di considerazioni etiche e morali (Ibidem). Dopo la Prima Guerra Mondiale (1918-1919) e l’armistizio, il tema della Nazione e delle frontiere si impose al centro dell’opinione pubblica. Molteplici geografi tedeschi strumentalizzano gli studi geografici per puntare il dito contro le illegittime sanzioni territoriali imposte alla Germania sconfitta. Le loro tesi, suffragate da Karl Haushofer – propugnatore di un’idea dello spazio come fattore politico, nonché della ricerca del Lebensraum per tutti i popoli di lingua tedesca – e dai ceti militari, contribuiscono a rilanciare il movimento ed una particolare scuola geopolitica che verrà poi inglobata dal progetto nazionalsocialista. La compenetrazione tra la teoria e tesi espansionistiche della Germania nazista, alla luce dell’attenzione dedicata alla politica di potenza e ai rapporti di forza tra le Nazioni, finisce per gettare discredito sulla disciplina. L’abbandono della Geopolitica fu compensato in parte da studi di Relazioni internazionali e diplomazia; in generale, per un trentennio la geografia si è disinteressata della politica (Lévy 2019). La Geopolitica riappare nel dibattito accademico nel corso degli anni ‘70, soprattutto negli Stati Uniti, in una prospettiva di contrazione della potenza rivale dell’URSS. In Francia, dove la materia era particolarmente tabù (in coerenza con la memoria storica di un paese occupato dalla Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale), l’accademico Yves Lacoste, vicino alle posizioni del terzomondismo, è decisivo per la sua rivalutazione, in concomitanza con una riflessione sulle frontiere e sulle problematiche territoriali degli Stati sorti dalla Decolonizzazione, dei paesi coinvolti nella Guerra Fredda e – in seguito – dalla caduta del blocco sovietico. In questo contesto si sviluppa anche una dimensione critica della Geopolitica, basata sull’analisi del linguaggio e sulla decostruzione di discorsi che avevano rappresentato fino ad allora una giustificazione delle attività di potenza da parte delle élite politiche, nel perseguimento dei propri interessi (Agnew 2019).

Un’analisi di geografia politica presuppone l’adozione di una logica relazionale tra spazio e territorio da una parte, potere, politica – intesa come insieme di processi di esercizio e resistenza al potere – e politiche (il prodotto di tali processi) dall’altro. Essa si occupa quindi delle interazioni tra il triplice profilo della politica e il binomio geografico, dove ‘spazio’ è definito un “ambiente sociale definito dalla sua dimensione spaziale” (Lussault 2019, p.353) e ‘territorio’ rappresenta una “porzione spaziale dotata di particolare identità e caratteristiche” (AA.VV. 2015). L’obiettivo della geografia politica è lo studio delle implicazioni politiche di caratteristiche e variazioni spaziali, come ad esempio l’influenza del territorio sui comportamenti elettorali. Yves Lacoste chiarisce a sua volta la contrapposizione tra i due termini, il secondo designando “le caratteristiche demografiche, culturali, economiche di ogni Stato, ciò che gli universitari hanno in seguito chiamato geografia umana” (Lacoste 1993, p.684), in altre parole un’analisi dei fenomeni politici che si verificano entro i confini di uno Stato, il primo rinviando alla dimensione dei conflitti e delle rivalità territoriali sorti a livello internazionale o parimenti nazionale. La Geopolitica che si sviluppa nel milieu accademico di Germania, spiega Lacoste, è una contrazione dell’espressione geografia politica, attraverso la quale si intende sottolineare che “il senso fondamentale della geopolitica è la politica (…) in primo luogo il governo della polis (…) ma anche nel senso più che mai attuale, la politica è la discussione, il dibattito, le rivalità tra cittadini sulle leggi, le questioni e i problemi della città o della loro Nazione. Tra questi problemi, quelli che riguardano il territorio (geo), la sua organizzazione spaziale, la rete delle città e il tracciato delle strade ecc. sono già importantissimi (Ibidem, p.20). Lacoste effettua altresì uno sforzo definitorio della Geopolitica, descritta come situazione in cui due o più attori politici si contendono un determinato territorio. Nell’ambito della disputa territoriale, gli attori politici rappresentano delle popolazioni (con un coinvolgimento che passa anche attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione di massa): è questo aspetto a far sì che le contese assumano un carattere geopolitico (Bettoni 2012). La geopolitica costituisce dunque un metodo di analisi che permette di derubricare determinate situazioni come rilevanti per la suddetta disciplina, nella misura in cui si isolano talune caratteristiche: un territorio, una posta in gioco contesa da due o più attori, che agiscono in rappresentanza di una popolazione coinvolta (Ibidem). Questo quadro definisce la sussistenza di una rivalità in senso geopolitico, senza considerazione della scala territoriale nella quale avviene (locale, statale o globale). Il ruolo degli attori e il coinvolgimento delle popolazioni negli antagonismi geopolitici richiama il tema delle rappresentazioni di queste ultime di fronte all’opinione pubblica, che si avvale della propaganda dei mass media così come della cartografia, storicamente propedeutica alla costruzione dello Stato nazione.

 

In relazione all’analisi territoriale, la Geopolitica è stata peraltro al centro di una disputa circa un’ipotetica sovrapposizione con la Geografia politica. Gli specialisti che si richiamano a quest’ultima “cercano soprattutto di stabilire delle correlazioni generali tra per l’insieme di uno Stato o di una regione, tra i voti ottenuti dai diversi partiti e le strutture di età, sesso, categorie professionali”; in questo senso, la geografia politica costituisce una miscela tra geografia elettorale e sociologia elettorale (Lacoste 1993, p.684). Analisi di geopolitica in una prospettiva ‘interna’ si focalizzano più precipuamente sulle situazioni di conflitto, attribuendo rilevanza al ruolo delle personalità politiche sul piano del radicamento territoriale: strategie, reti clientelari, rivalità inter-partitiche financo intra-partitiche (Ibidem). Come asserisce Béatrice Giblin, sodale di Yves Lacoste e co-fondatrice della rivista Hérodote, la ‘seconda vita’ della Geopolitica (dalla fine degli anni ‘70) integra un principio inedito: la ricerca di uno “strumento di analisi per i cittadini nelle società democratiche” (Giblin 2005, p.15). All’interno di queste ultime, infatti, sussistono dinamiche concorrenziali – specialmente in presenza di regimi democratici – tra diverse formazioni politiche. Inserire questo tipo di conflitti all’ambito analitico della Geopolitica deriva da una considerazione sulla loro assimilazione ai conflitti di natura inter-statale, di ben diversa intensità (Ibidem). In linea con questa impostazione, Giuseppe Bettoni afferma che “Oltre a una geopolitica “esterna” e cioè caratterizzante gli antagonismi tra Stati diversi, vi è anche una geopolitica “interna” e cioè caratterizzante gli antagonismi tra attori politici per il controllo di territori interni a uno stesso stato” (Bettoni 2012, p.85). Nel quadro analitico della geopolitica interna, occorre attribuire da una parte grande considerazione alle caratteristiche dei territori, in termini di grandezza, elementi socio-culturali e demografici sulla popolazione, aspetti orografici, frontiere storiche ed attuali; dall’altro, è necessario pensare alle strategie dei singoli attori politici nel perseguimento di obiettivi di conquista o controllo di un dato territorio, o di una circoscrizione elettorale (Giblin 2005).

Sulla scala locale è fondamentale svolgere un’attenta analisi delle caratteristiche politiche della zona: studio delle varie personalità politiche, partiti o correnti di appartenenza, possibili obiettivi politici ed opportunità di carriera di queste personalità. È in funzione di queste variabili che si possono comprendere delle scelte d’intervento pubblico in determinate zone, anziché delle altre (Bettoni 2012, p.106).

Geopolitica locale e geopolitica elettorale La diffusione di situazioni geopolitiche, legate a dispute sul controllo territoriale, è fenomeno direttamente proporzionale all’aumento delle rivendicazioni sociali, a sua volta correlato all’estensione del dominio democratico e della libertà di informazione e di espressione, condizioni perché si verifichi tale moltiplicazione dei discorsi degli attori (Giblin 2005). Ciascun attore è dunque portatore di una cultura e di una strategia, elementi riflessi da una propria rappresentazione verso l’esterno: un insieme di idee e discorsi con il quale entra in relazione con altri attori e con l’opinione pubblica (Subra 2016). Le situazioni geopolitiche hanno conosciuto, come nel caso della Francia, un aumento esponenziale in parallelo al processo di decentralizzazione amministrativa e di crescita delle competenze in dote a collettività territoriali quali dipartimenti, città, intercomunalità (Giblin 2005). All’interno del filone della geopolitica interna, Philippe Subra definisce il sottoinsieme della geopolitica locale: “un insieme di politiche pubbliche aventi per obiettivo di equipaggiare, sviluppare ou proteggere dei territori” che evoca “la questione della governance territoriale, in altre parole gli strumenti, gli attori e le modalità gestionali di questi territori” (Subra 2016, p.5). Gli attori rivestono un’importanza fondamentale per il controllo e la gestione del territorio; portatori di strategie e interessi, i diversi rapporti di forza che intercorrono tra essi può dar luogo a rivalità o forme di conflittualità (Ibidem). Rispetto alla Geopolitica ‘classica’, la dimensione locale è contraddistinta da una pluralità di attori, come partiti, istituzioni, imprenditori, associazioni, organizzazioni sindacali e professionali; ogni persona fisica e morale che interviene (o è suscettibile di agire) nel quadro di un territorio o di un conflitto territoriale è considerata alla stregua di attore territoriale;  Gli attori possono detenere personalità giuridica, come partiti e istituzioni, o essere “informali”, come organizzazioni spontanee e movimenti. Tali attori agiscono in quanto portatori di interessi, in funzione delle loro prerogative e possibilità di intervento; l’installazione di infrastrutture e progetti di pianificazione od organizzazione territoriale (In Francia prevale l’espressione aménagement territorial) possono ad esempio provocare mobilitazioni sotto forma di associazioni di cittadini o comitati di difesa ambientale contro decisioni dei poteri pubblici.

 

Il servizio pubblico è lo strumento essenziale dell’azione dell’attore pubblico sul proprio territorio (…) utensile nelle mani dell’attore pubblico per la sua strategia territoriale, per la sua politica di pianificazione e sviluppo. (Bettoni 2012, pp.107-108)

 

(…) è chiara l’importanza dell’uso del Servizio d’Interesse generale in geopolitica interna, perché è certamente con questa missione che si dovrebbe fare “organizzazione territoriale” e perché la gestione di questi servizi, creando diversità tra i territori, automaticamente crea antagonismo. Un antagonismo che non è detto sia negativo, ma che certamente è un fattore di scontro/confronto tra gli attori territoriali. (Ibidem, p.113)

 

Il tema delle rivalità territoriali investe l’analisi geografica della politica; in tale prospettiva, l’opera di André Siegfried (1875-1959), epigono di Ratzel, è da considerarsi una pietra angolare relativamente alle contaminazioni tra geografia e scienza politica. Marginalizzato nel milieu degli studi geografici, l’autore è stato nondimeno pioniere dell’analisi politica dello spazio sotto il profilo dei comportamenti elettorali. Nel volume Le Tableau politique de la France de l’Ouest del 1913, Siegfried si pone l’obiettivo di spiegare la combinazione tra spazi geografici specifici, ivi comprese le loro caratteristiche geologiche e funzionamento delle società locali dal punto di vista elettorale sotto la III Repubblica francese (Buléon 2013). Egli si è soffermato sulle relazioni tra gli orientamenti politici, espressi con il voto, e le strutture sociali, le tradizioni religiose, il tasso di urbanizzazione e le realtà rurali dei territori oggetto di ricerca (Lévy 2019). Pascal Buléon ha individuato limiti e debolezze epistemologici dell’approccio di Siegfried, in particolare l’ancoraggio dell’osservazione ad una dimensione storica, accompagnata ad un riferimento ‘metafisico’ al temperamento sociale e a presunte ‘anime’ delle popolazioni locali, lasciandosi quasi trasportare da un determinismo etnico (Buléon 2013). In Francia, siffatta impostazione geografico-elettorale basata su fattori invarianti (tradizioni politiche e elementi di geologia) è stata superata nel corso degli anni ‘80, quando sia geografi che politologi hanno concentrato le attenzioni su un oggetto di studio come il Front National di Jean-Marie Le Pen, protagonista di un inatteso successo elettorale alle Municipali del 1983 e poi alle Legislative del 1986, destinato a radicarsi e a consolidarsi nel corso dei decenni successivi (Giblin 2005). Rispetto ad un’analisi fondata sulla cartografia dei risultati elettorali e l’utilizzo di una chiave di lettura specifica che permetta generalizzazioni e spiegazioni trasversali, Philippe Subra propone una geografia elettorale privilegiando lo studio del caso singolo che presenta una “combinazione di fattori che varia necessariamente da un territorio locale all’altro” (Subra 2016, p.256).

 

L’histoire locale, l’évolution sociologique, la situation économique, l’évolution urbaine, mais aussi le jeu des acteurs (…) leur ancrage local et leur réseaux, enfin leurs choix stratégiques et tactiques, doivent être pris en compte pour comprendre ce qui se passe dans chaque territoire (…) ces stratégies ont abouti à la mise en place de véritables “systèmes géopolitiques locaux”, extrêmement puissants, qui souvent durent plusieurs dizaines d’années et dont il faut étudier les modalités pour comprendre leur résistance au temps, et le moment venu, leur affaiblissement ou leur effondrement. (Ivi)

 

Da questo punto di vista, Béatrice Giblin asserisce che “la geopolitica interna si è sviluppata a partire dalla geopolitica elettorale” (Giblin 2012, p.72) nella misura in cui quest’ultima viene ‘depurata’ degli aspetti sociologici, punto debole degli analisti politici. L’impiego del concetto di ‘sistemi geopolitici locali’ fa infatti riferimento alle già citate strategie territoriali e ad un insieme di relazioni tra attori diversi entro un determinato territorio. Il carattere geopolitico di tali processi, sottolinea Subra, è dato dall’obiettivo ultimo del controllo territoriale: si tratta in altri termini di un sistema più o meno complesso suscettibile di garantire ad un attore politico locale un dominio stabile e duraturo su scala locale: il raggio di intervento è in tal senso limitato al perimetro di un’agglomerazione o di una collettività; la tipologia delle azioni riguarda settori di competenza locale: urbanistica, politiche culturali, trasporto locale (Ibidem).

 

Case study (1) – Ascesa e declino delle banlieues rouges Nell’alveo degli studi sui sistemi geopolitici locali, il caso delle cosiddette banlieues rouges è esemplificativo dal punto di vista del radicamento territoriale e delle strategie perseguite da un attore politico come il Partito Comunista Francese (PCF), uno dei maggiori soggetti comunisti dell’Europa occidentale tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la grande crisi della fine degli anni ‘80. Il fenomeno del ‘Comunismo municipale’ (Subra 2004) si è rivelato sì circoscritto in termini territoriali, in quanto limitato ad una serie di comuni popolari e realtà urbane appartenenti ai dipartimenti della corona di Parigi – Seine-Saint Denis, Val de Marne, Hauts-de-Seine – ma si è rivelato nondimeno il “più antico ed elaborato” (Subra 2016, p.267) modello di perpetuazione di una classe dirigente locale, capace di avvalersi di un sistema di relazioni con organizzazioni sindacali, comitati e associazioni locali per consolidare il controllo amministrativo delle aree interessate, a sua volta strumento per un controllo delle circoscrizioni legislative nell’ottica dell’ottenimento di seggi parlamentari. Quest’ultimo è passato altresì attraverso l’implementazione di specifiche politiche pubbliche in termini di organizzazione territoriale, soprattutto sotto il profilo abitativo: le periferie rosse sono infatti storicamente contraddistinte da una flora urbana di HLM (habitations à loyer modéré), immobili popolari e abitazioni individuali di modesto tenore; in ragione della tradizionale concentrazione di una popolazione operaia nelle zone in questione, siffatte costruzioni sono altresì considerate alla stregua di strumenti per la rappresentazione del territorio offerta dal PCF, propedeutici ad una narrazione che lega aspetti identitari, specificità della pianificazione urbana e legittimazione del consenso popolare. Come suggerisce Philippe Subra, il paesaggio urbano delle banlieues rouges è servito da vetrina per un modello di governo locale, un micro-laboratorio politico che si è rivelato una palestra di preparazione per una pletora di esponenti del PCF a vari livelli amministrativi, così come per dirigenti di società pubbliche o miste (Ibidem). A cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 ha preso avvio una progressiva erosione dell’elettorato comunista presso i dipartimenti attorno alla Capitale, i cui fattori esplicativi rinviano a circostanze endogene ed esogene. Sotto il profilo politico, l’erosione dell’egemonia territoriale comunista è legata alla rinnovata egemonia a livello nazionale del Partito Socialista nel perimetro della sinistra, grazie alla personalità del Presidente della Repubblica François Mitterrand  (1981-1995); sul piano internazionale, il fattore acceleratore è stato la crisi di legittimità e credibilità dell’ideologia comunista, culminata nel crollo del sistema sovietico. Ulteriori aspetti più precipuamente socio-economici sono stati indicati dalla letteratura nel descrivere l’emorragia di tale sistema locale: la progressiva de-industrializzazione, con il conseguente impatto della disoccupazione di massa, e una ricomposizione sociologica che ha visto l’insediamento di nuove popolazioni di origine immigrata extra-europea, non beneficiarie del diritto di voto e dunque meno suscettibili di essere integrate nel circuito partecipativo locale, ancorché le più colpite dalla disoccupazione e dall’esclusione sociale (Subra 2005). Tra 1981 e 2002, il PCF ha perduto circa due terzi delle circoscrizioni elettorali nella regione Ile-de-France; l’arretramento si è verificato soprattutto a livello municipale, con 71 consigli municipali in IDF guidati da sindaci PCF nel 1977, ridottisi a 30 nel 2014 (Subra 2016), con una diminuzione di 11 comuni per le liste di riferimento della sinistra radicale tra il 2008 e il 2014 (nonostante la vittoria di sindaci dall’etichetta comunista in due città di più di 100 mila abitanti, Saint-Denis e Aubervilliers). Quest’ultimo scrutinio ha peraltro confermato la tendenza all’astensionismo sia in Val de Marne (47,2%) che in Seine-Saint-Denis, dove supera il 50% (Serisier 2014).

 

Case study (2) – Perpignan, nuova terra di conquista del Front/Rassemblement National? La città sud-occidentale di Perpignan (Pyrénées-Orientales), capofila di un’area tra le più povere di Francia e con un’economia prevalentemente basata sull’agricoltura, ha rappresentato un modello di spostamento del consenso elettorale e progressiva erosione di un sistema politico locale. Perpignan è infatti il simbolo di una lunga stagione di clientelismo locale sotto l’egida di una coalizione di centro-destra, con i sindaci Paul Alduy (1959-1993) e suo figlio Jean-Paul, sullo sfondo di uno slittamento dell’elettorato sempre più tangibile verso destra, come dimostrò l’elezione del deputato FN della circoscrizione Pierre Sergent nel 1986 (Giband, Lefèvre 2014). Perpignan è stato l’epicentro di molteplici tentativi di rinnovamento sotto il profilo delle politiche urbanistiche e infrastrutturali, dopo l’elezione di Jean-Paul Alduy, che rimarrà in carica fino al 2009. Alduy figlio ha altresì impresso una decisa accelerazione dal punto di vista dei contatti con la più dinamica ‘Catalogna del Sud’ di Spagna ma a scapito delle relazioni interne con i più grandi agglomerati di Montpellier e Tolosa. L’amministrazione municipale ha più volte posto l’accento sulla prossimità culturale a Barcellona, rivendicando la propria identità catalana attraverso molteplici operazioni di marketing territoriale, come la promozione del bilinguismo nell’ambito della toponomastica e la collocazione della sede dell’Euroregione Pireneo-Mediterraneo (Casa de la Generalitat) nel cuore della stessa città. Nondimeno, la persistenza e l’approfondimento della povertà presso i quartieri popolari del centro, dove si concentrano le popolazioni gitana e maghrebina, e l’indebitamento pubblico, provocato da progetti come la costruzione di un teatro municipale e della stazione per il passaggio di treni ad alta velocità – lungo la linea TGV Parigi-Barcellona – hanno contribuito ad usurare il potere locale (Ibidem). Lo scoppio dei disordini sociali nel 2005, che hanno portato alla luce fenomeni delinquenziali legati ai clan gitani e all’immigrazione nord-africana, sono stati la cartina di tornasole di una giunta dalle fondamenta sempre meno solide, sconfessata nella sua politica di armonizzazione dell’insieme delle comunità identitarie e religiose della città. Un’immagine di ‘Perpignan della fratellanza’ si era infatti imposta nel discorso della giunta di Jean-Paul Alduy, che ha peraltro assicurato rappresentanza in seno al governo cittadino delle varie sensibilità religiose, re-introducendo una forma di controllo delle comunità come la figura del commissario di quartiere (Giband 2006). Della crisi di una simile rappresentazione della coesistenza cittadina ne hanno tratto beneficio le opposizioni politiche alla giunta, soprattutto le più estremiste. Gruppi della sinistra radicale sono stati al centro di mobilitazioni seguite alle sommosse del 2005, denunciando la connivenza tra il potere municipale e la comunità gitana, quest’ultima considerata come uno strumento per una discriminazione di stampo neocoloniale della comunità maghrebina (Ibidem). Il Front National si è rivelato ad ogni modo il soggetto politico più abile a fagocitare e poi capitalizzare il malcontento: in occasione delle elezioni municipali del 2014, il candidato locale e vice-presidente del partito Louis Aliot (Riconfermato come capolista del partito al comune per il voto amministrativo del 2020)  insidiò la vittoria del centrodestra con il 45% delle preferenze. Giband e Lefèvre hanno sottolineato come il FN abbia fatto leva su alcuni fattori per garantirsi un progressivo radicamento locale: il degrado del centro, in preda alle tensioni interetniche; un discorso focalizzato sulla stagnazione economica della città, ricondotta al clientelismo municipale (rivestita di una rappresentazione antisistema che tira in ballo la presunta ostilità delle istituzioni nazionali ed europee nei confronti delle regioni e dei popoli mediterranei); la issue identitaria, con un’opera di seduzione di settori sociali che si iscrive nel solco della politica comunitarista degli Alduy, mostrando tolleranza della popolazione gitana del quartiere Saint-Jacques (salutati in un’ottica di protezione dell’humus socio-culturale del territorio, in contrapposizione alle comunità di secondo arrivo) e in aggiunta alla tradizionale prossimità ideologica della destra del sud della Francia con la comunità di pieds noirs, i rimpatriati sul territorio metropolitano a seguito dell’indipendenza dell’Algeria, storicamente localizzati a Perpignan nel quartiere sud di Moulin-à-Vent (Ibidem).

 

Bibliografia

AA.VV., An introduction to political geography. Space, place and politics, Routledge, London, 2015

Bettoni Giuseppe, Geopolitica e geopolitica interna, Franco Angeli, Milano, 2012

Boniface Pascal, La Géopolitique, Eyrolles, Paris, 2016

Bussi Michel, Le Digol Christophe, Voilliot Christophe (dir.), Le Tableau politique de la France de l’Ouest d’André Siegfried. 100 ans après, héritage et postérité, Presses Universitaires de Rennes, 2013

Giband David, Les événements de Perpignan ou la fin d’un système géopolitique local, Hérodote, vol.120, n.1, 2006, pp. 177-189.

Giband David Lefèvre Marie-Anne, Les “nouveaux maîtres du Sud” ? Déclin des systèmes géopolitiques et recompositions du paysage électoral à Béziers et Perpignan, in Hérodote, vol.154, n.3, 2014, pp.107-119

Giblin Béatrice (dir.), Nouvelle géopolitique des régions françaises, Fayard, Paris, 2005

Giblin Béatrice, Géopolitique interne et analyse électorale, in Hérodote, vol.146-147, n.3, 2012, pp.71-89

Lacoste Yves, Dictionnaire de Géopolitique, Flammarion, Paris, 1993