GESTIONE DEI RIFIUTI URBANI E SOSTENIBILITÀ: CRITICITÀ, POLITICHE E MODELLI A CONFRONTO

Marianna Bove

Bove Sostenibilità neverlandgeo.eu

Abstract – Nelle scienze territoriali, economiche e sociali esiste un dibattito aperto sulla sostenibilità ambientale, soprattutto in riferimento a città e regioni. Geograficamente, le responsabilità non sono equamente ripartite, mentre i doveri sono spalmati a livello globale, con un effetto a cascata che va dalla dimensione nazionale alla governance territoriale. Il  locale è, infatti, la nuova frontiera della sostenibilità  e la sua chiave di volta risiede nella gestione del ciclo organico dei rifiuti urbani. Partendo da alcuni dati e direttive dell’Unione Europea, questo contributo si soffermerà sul caso italiano, con un focus su quattro città, con l’intento di mostrare che, da un lato, è certamente vero che la loro gestione rappresenta un terreno  promettente sul quale l’economia nazionale è chiamata a cimentarsi, ma,  dall’altro,  essendoci importanti criticità relative al loro smaltimento, risulta difficile conciliare l’aspetto economico con il mantenimento di un ambiente pulito e di elevati livelli di qualità della vita, soprattutto in ambito urbano.

Parole chiave: sostenibilità, rifiuti urbani, governance territoriale

 

 

 Introduzione

Nelle scienze territoriali, economiche e sociali esiste un dibattito aperto sulla sostenibilità ambientale, soprattutto in riferimento a città e regioni. Si ha, poi, l’impressione che il termine sostenibilità sia un concetto che si inserisce nella corrente del politically correct, tanto da evocare una volontà ambientalista, più che azioni concrete, quando si parla di progettualità territoriale e socio – economica. Quando, in particolare, si analizza la capacità ambientale di una regione  o di un Sistema Locale Territoriale, è importante considerare non solo gli ecosistemi locali, ma anche la scala globale, o quantomeno europea per quanto concerne questo contributo, perché molti dei servizi e delle risorse naturali utilizzati in un territorio specifico hanno una derivazione più lontana. Soprattutto, è importante considerare l’impatto della popolazione sull’ambiente in termini di consumi e quantificare, sia per mantenere lo standard di vita degli ambienti locali sia per delineare la situazione di deficit/surplus ecologico del territorio rispetto agli ecosistemi globali. Uno strumento che permette di misurare bene gli effetti dell’attività umana sull’ambiente è la cosiddetta analisi del ciclo di vita del prodotto, la LCA (Life Cicle Analysis, conosciuta anche come Grave Analysis,  Eco-balancing o Material Flow Analysis), mediante cui si studiano gli impatti ambientali di un intero ciclo produttivo, dall’uso di materia ed energia fino al consumo e alla gestione dei rifiuti generati da esso.

Proprio su quest’ultimo punto, sul ciclo dei rifiuti, ciò che si richiede oggi è di favorire il ricorso a soluzioni più sostenibili o, meglio, di facilitare l’evoluzione verso un funzionamento più sostenibile della città, mirando ad una netta riduzione dei volumi di rifiuti prodotti da smaltire e alla loro riconversione all’interno dei metabolismi urbani complessivi; fino ad oggi, infatti,  il problema è stato trattato in termini settoriali. Non a caso, le parole ricorrenti, quando si parla di rifiuti in tema di sostenibilità, sono zero waste o rifiuti zero, che rientra in un modello innovativo di riprogettazione del ciclo della materia contrapposto alla tradizionale considerazione dello scarto e dell’incenerimento o conferimento in discarica,  e recupero di materia (VIALE, 2008);  ciò significherebbe uscire dalla logica dell’usa e getta, dello spreco, dello smaltimento in discarica o negli inceneritori. In tale ottica, nel 2016, i leader di 170 Stati  hanno siglato un nuovo ordine urbano, che stabilisce un nuovo standard mondiale per lo sviluppo urbano sostenibile e aiuterà a ripensare a come gestire e vivere nelle città, in cui i governi nazionali e le autorità locali devono attuare l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con partenariati tecnici e finanziari e assistenza della comunità internazionale. Il nuovo ordine urbano è, insomma, “una sorta di roadmap per costruire città che possono servire come motori di prosperità e centri di benessere culturale e sociale” (WHO, 2017), proteggendo, allo stesso tempo,  l’ambiente anche nel quadro della gestione dei rifiuti solidi urbani. C’è da dire che le città, oggi, ospitano oltre la metà dell’umanità, producono il 70 per cento del Pil globale e sono responsabili del 70 per cento delle emissioni di gas serra, ma continuano ad espandersi, tanto che, alla fine del 2016,  70 milioni di persone si sono spostate nelle aree urbane.

Entro il 2030, ci saranno 41 megalopoli con più di 10 milioni di abitanti contro le attuali 28 e, entro il 2050, “l’homo civicus avrà superato i 6 miliardi di persone e genererà oltre 2 miliardi di tonnellate di rifiuti l’anno” (ANCE, 2016). Secondo la Banca Mondiale i residenti delle città producono il doppio dei rifiuti urbani solidi rispetto agli abitanti delle zone rurali Dall’altra parte, però, le città sono anche grandi catalizzatori di soluzioni per la sostenibilità. Tuttavia, da una parte, le pratiche attuali tendono a sottovalutare la questione dei rifiuti delegandola, semplicemente, alla normativa che regola la raccolta e la gestione dei rifiuti solidi urbani. Il piano regolatore comunale si occupa, in Italia ma non solo, di individuare le aree per la possibile locazione degli impianti di servizio,  rinviando alla razionalità di settore il compito di scegliere in fase attuativa i siti più idonei in funzione del sistema di gestione dei rifiuti adottato per quel territorio. L’esperienza ha, però, mostrato che esistono numerose disfunzioni nel sistema dei rifiuti, capaci di investire non solo le condizioni di vita della popolazione, ma anche l’immaginario simbolico e sociale della città e, anzi, possono perfino arrivare a connotare l’immagine di una regione. In tal modo, infatti, il Mezzogiorno è diventato negli ultimi anni un sinonimo della spazzatura campana, includendo lo spreco di risorse pubbliche, la corruzione delle classi dirigenti, la criminalità organizzata, ma anche i conflitti ambientali e l’attitudine della popolazione alla protesta (FLORA, 2015).

E’, oramai, evidente la difficoltà di garantire lo smaltimento ordinario dei rifiuti solidi, intanto che le discariche hanno esaurito le loro capacità di stoccaggio. Sotto la pressione dell’urgenza, però, si seguono spesso soluzioni improvvisate consistenti in discariche provvisorie; è noto, infatti, che il modello è in procinto di essere messo fuori legge dalla Commissione Europea a favore del riciclo, che, entro il 2020, dovrà coprire il 50 per cento dei rifiuti, e della termovalorizzazione. In tale clima di incertezza, dovuto prima ad una mancanza di leggi in materia di rifiuti e, dopo, alla sfiducia nelle istituzioni, sono fiorite, nel tempo, discariche abusive, poco contrastate dalla governance locale, assorbita a sua volta dalle altre forme di  occultamento dei rifiuti, gestite dalla criminalità organizzata. La prospettiva geografica è, in tal senso, importante per comprendere la distribuzione del problema dei rifiuti su scala urbana, regionale e nazionale, l’impatto sull’ambiente circostante e la possibilità di riduzione dell’eventuale danno, anche attraverso nuove tecnologie di recupero di cui vengono, in particolare, enfatizzati i posti di lavoro creati e i tassi di crescita dei fatturati. Tuttavia, la necessaria evoluzione verso la sostenibilità ambientale non deve far dimenticare l’urgenza con cui occorre fare fronte ad alcune emergenze che attanagliano molte città italiane. Partendo da alcuni dati relativi alla produzione dei rifiuti nei paesi dell’Unione Europea, con un’attenzione particolare al modello danese, questo contributo si soffermerà, dunque, sul caso italiano, con un focus su alcune città, con l’intento di mostrare che, da un lato, è certamente vero che la loro gestione rappresenta un terreno assai promettente sul quale l’economia nazionale è chiamata a cimentarsi, ma,  dall’altro,  essendoci importanti criticità relative al loro smaltimento, risulta difficile conciliare l’aspetto economico con il mantenimento di un ambiente pulito e di elevati livelli di qualità della vita, soprattutto in ambito urbano.  Si cercherà, dunque, di delineare le possibili soluzioni atte a garantire la concretizzazione del concetto di sostenibilità.

 

La gestione dei rifiuti urbani in Europa: il modello danese

 

A partire dal 1975, sono state le istituzioni comunitarie a segnare la rotta della disciplina e della regolazione dei rifiuti in Europa ( DE LEONARDIS, 2011). Queste ultime, infatti, benché, al tempo, sprovviste di una solida base normativa per intraprendere azioni ad hoc, hanno iniziato a legiferare, determinando le principali trasformazioni in materia di rifiuti, al punto che, oggi, si parla in proposito di un fenomeno di europeizzazione, soprattutto con riguardo a taluni profili della materia, quali la nozione di rifiuto e quelle degli istituti ad esso vicini. Senza voler ripercorre tutte le fasi del processo europeo, va qui ricordata un tappa decisiva, rappresentata dalla direttiva rifiuti 2008/98/Ce (VERDURE, 2010), poi integrata dal Regolamento 2014/955/UE, che contiene l’elenco dei rifiuti pericolosi, la cui importanza risiede specialmente nell’aver determinato un vero e proprio capovolgimento di prospettiva nella gestione dei rifiuti; la Direttiva ha, infatti, posto al vertice della gerarchia dei rifiuti il principio di prevenzione o azione preventiva, seguito dalla preparazione per il riutilizzo, dal riciclo e dal recupero di altro tipo e, solo all’ultimo posto, dallo smaltimento. In particolare, la stessa ha lasciato intendere che, mentre il legislatore europeo del 2006 mirava ancora a regolare i rifiuti, dando per scontato che essi fossero un prodotto necessario e non eliminabile della società, nel 2008 ha davvero avuto inizio una nuova era, poiché il nuovo approccio è rivolto, fondamentalmente, a evitare o ridurre la formazione del rifiuto stesso. L’obiettivo dichiarato delle istituzioni era ed è, infatti, quello di aiutare l’Unione europea ad avvicinarsi a una società del riciclo, cercando di evitare la produzione di rifiuti e di utilizzarli come risorse, ossia come entità potenzialmente suscettibili di nuova vita e produttive di nuove utilità; questo del resto, era anche il pensiero sotteso al Sesto Programma di azione ambientale varato dalle istituzioni nel 2002 (POCKLINGTON, 2006) . Partendo, dunque, dai cardini del nuovo approccio alla materia dei rifiuti inaugurato nel 2008 dalle istituzioni europee, occorre verificare quali risultati siano stati raggiunti a quasi venti anni di distanza. A tal fine, risulta interessante prendere in esame alcuni dati: secondo le informazioni Eurostat, integrate con i dati ISPRA, nel 2014 nell’UE-28 sono stati prodotti circa 240,8 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, lo 0,5 per cento in meno rispetto all’anno precedente (ISPRA, 2016). Nel 2014 si è confermata, dunque, una tendenza alla diminuzione della produzione di rifiuti urbani iniziata negli anni precedenti. Considerando il raggruppamento UE-15, la riduzione registrata tra il 2013 e il 2014 è pari allo 0,2 per cento, da circa 208,3 milioni di tonnellate a circa 207,9 milioni di tonnellate, mentre in riferimento ai nuovi Stati membri, si rileva nello stesso periodo una flessione del 2,3 per cento, da circa 33,8 milioni di tonnellate a circa 33 milioni di tonnellate. In entrambi i raggruppamenti la riduzione percentuale tra il 2013 e il 2014 è stata inferiore a quella registrata tra il 2012 e il 2013, anni in cui il calo era stato pari all’1,5 per cento.

Se si analizza il dato pro capite, la Danimarca, che ha una popolazione di 5,7 milioni di persone, è uno dei maggiori produttori di rifiuti da anni: leader in Europa dell’energia pulita, tanto che quasi il 15 per cento della sua energia elettrica arriva da rifiuti biodegradabili, il Paese è anche il maggiore produttore di rifiuti urbani per persona del continente. Secondo i dati pubblicati da Eurostat, i Danesi hanno prodotto 777 chili di rifiuti urbani a testa nel 2016. Già nel 2007, la Danimarca ha raggiunto un primato in Europa come primo paese per recupero energetico da rifiuti. Non è un caso, dunque, che, a distanza di pochi anni, sia stata progettata e inaugurata una struttura da 750 milioni di euro nelle immediate vicinanze di Copenaghen, ad Amager Bakke, che, oltre a bruciare i rifiuti e a produrre energia per le città limitrofe, ospita sulla propria superficie anche una pista da sci e una parete per arrampicata. Il progetto, frutto di un bando del 2010, punta a trasformare Copenaghen nella prima capitale al mondo a emissioni zero. Il termovalorizzatore è stato pensato per accogliere ogni anno circa 400 mila tonnellate di rifiuti e per trasformarli in energia elettrica e acqua calda con cui teleriscaldare abitazioni e uffici. Il fumo che fuoriesce dai camini della struttura, infatti, è un innocuo vapore acqueo, mentre i residui della termovalorizzazione vengono riutilizzati come concime per l’agricoltura e materiale per l’edilizia. Dopo la Danimarca, il secondo paese ad aver prodotto più rifiuti nel 2016 è stata la Norvegia, con 754 chili a persona, seguita dalla Svizzera (720 chili a persona) e dall’Islanda (656 chili pro capite). La media europea è di 480 chili di rifiuti; in questa quantità rientrano i cittadini greci (497), gli italiani (495) e il Regno Unito (495). Quanto allo smaltimento in Europa, i rifiuti urbani sono trattati diversamente a seconda della tipologia. Nel 2016, il 30 per cento dei rifiuti è stato riciclato, il 27 per cento è stato incenerito, il 25 per cento è stato depositato in discariche e il 17 per cento è stato compostato. La percentuale di rifiuti urbani riciclati è aumentata con la stessa frequenza nell’ultimo decennio, dal 17 per cento nel 1995 al 46 per cento nel 2016 (EUROSTAT, 2016). Nel 2014, nell’UE 28, circa il 28 per cento dei rifiuti urbani gestiti è stato avviato a riciclaggio, circa il 16 per cento a compostaggio e digestione anaerobica, mentre circa il 27 per cento e il 28 per cento sono, rispettivamente, inceneriti e smaltiti in discarica. In particolare, il ricorso alla discarica è ancora preponderante nei nuovi Stati membri, nell’ambito dei quali si segnala Malta, che smaltisce in discarica l’87,6 per cento dei rifiuti trattati. Una situazione opposta si registra per quanto riguarda l’incenerimento, di gran lunga più diffuso nell’UE 15, con una media di 152 kg/abitante per anno, rispetto ai nuovi Stati, aventi una media di 31 kg/abitante per anno. Anche il riciclaggio, il compostaggio e la digestione anaerobica risultano più diffusi nei vecchi Stati membri che in quelli di più recente adesione.

 

Legislazione ed ecosistemi urbani in Europa: Nord e Sud Italia a confronto

 

Le regioni disciplinano direttamente la materia dei rifiuti, secondo un riparto di competenze funzionali con i poteri dello Stato. La regolamentazione statale è composta da norme, leggi e regolamenti, ma ampie parti della disciplina sui rifiuti sono stati rimessi alla competenza legislativa delle regioni; a tal proposito, oltre a numerosi compiti amministrativi, sono di fatto attribuite le relazioni con gli Enti locali nella politica pubblica che concerne i rifiuti. E’ bene specificare che la legislazione nazionale ha dato attuazione alla direttiva 2006/12/CE e al D.Lgs. n. 152/2006 e, successivamente, alla direttiva 2008/98/CE, con il D.Lgs. n. 205/2012 che ha modificato ed integrato il precedente. Pertanto, essa si inserisce nella normativa europea i cui principi portano ad un decentramento della normativa interna allo Stato membro. Per quanto concerne le regioni, in particolare, l’art. 196 del D.Lgs. n.152/2006 elenca quattordici funzioni di loro spettanza e, fra di esse, se ne rinvengono alcune di primario rilievo: sentite Province, Comuni ed Autorità di ambito, sono, innanzitutto, competenti a predisporre i piani regionali di gestione dei rifiuti e delimitano ogni Ambito territoriale ottimale; tra le altre iniziative degne di menzione vanno annoverate i piani di bonifica delle aree inquinate, la localizzazione degli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti e la promozione della gestione integrata dei rifiuti Il livello provinciale, invece, ha essenzialmente funzioni di controllo oltre che il compito di individuare, in conformità di criteri forniti dalle regioni, le zone idonee alla localizzazione di impianti di recupero e smaltimento, nonché delle zone non idonee a quelle attività. Infine, a livello comunale, i compiti sono soprattutto di gestione di rifiuti urbani con riguardo alle modalità di implementazione della raccolta differenziata.

In vent’anni, l’Italia è riuscita a passare dall’emergenza spazzatura a una lunga serie di buone pratiche nella gestione dei rifiuti. Tante città hanno esperienze consolidate di livello europeo e, anzi, in molti casi migliori rispetto a tante altre realtà continentali. Basti pensare che il comune di New York, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, ha deciso di importare il modello italiano, o, meglio, lombardo, di raccolta dell’umido, risultato essere un’eccellenza per gli standard statunitensi ed europei, che, in taluni quartieri, a stento raggiungeva il 10 per cento. La situazione dell’Italia è, però, molto diversa da territorio a territorio: permangono, infatti aree in emergenza e tante realtà ancora oggi inefficienti,  ma il contesto generale è positivo e può contare sulle buone gestioni degli oltre 1.500 Comuni “ricicloni” dove vivono 10 milioni di persone e può avvalersi di impianti industriali innovativi che sono in grado di riciclare manufatti fino a ieri considerati irriciclabili e le plastiche miste o che sono in grado di produrre compost o biometano da usare al posto del gas fossile, come i digestori anaerobici di ultima generazione (LEGAMBIENTE, 2017). Per continuare a ridurre sempre di più i rifiuti prodotti e a riciclare sempre meglio è fondamentale estendere la tariffazione puntuale, utilizzare i proventi dell’ecotassa per le politiche di prevenzione, riuso e riciclo, togliere incentivi e sussidi all’incenerimento.

Tuttavia, come per i differenti paesi, regioni e città europee, le percentuali possono essere anche molto differenti. In Italia, si producono più di trenta milioni di tonnellate di rifiuti urbani ogni anno: plastica, metallo, carta, vetro e umido dovrebbero essere differenziati e riciclati. Per legge, nel 2012, si sarebbe dovuto raggiungere l’obiettivo del 65 per cento di raccolta differenziata; ad oggi, la percentuale, invece, è ferma al 52,5 per cento. Ogni anno 433.000 tonnellate di rifiuti urbani vengono spediti, oltre che nei paesi europei più vicini, a Cipro, in Cina, nell’enclave del Sudafrica, il Lesotho,  e in Vietnam a favore di una sostenibilità economica che non trova una corrispondenza con quella ambientale. Il primo esportatore di rifiuti, con 103.000 tonnellate, è la Campania, il secondo è il Friuli -Venezia Giulia, terzo è il Veneto con 40.000 tonnellate Per legge, i rifiuti indifferenziati non possono essere buttati in discarica senza subire prima un trattamento di separazione tra le parti secche ed organiche.

L’Europa, già nel 1999, chiedeva di trattare i rifiuti indifferenziati, ma l’Italia ha recepito la direttiva solo nel 2003 per applicarla, poi, nel 2013 rendendola obbligatoria. Tuttavia, a cinque anni di distanza, la sostenibilità ambientale in alcune regioni e città italiane sembra essere a rischio. Questo studio si concentra, nel territorio italiano, su quattro città e regioni che, dal Nord al Sud, presentano criticità molto simili: Genova, con i suoi 583.000 abitanti e 300.000 tonnellate di rifiuti urbani all’anno,  ha un ciclo di raccolta differenziata che  non arriva al 33 per cento. La raccolta dei rifiuti urbani indifferenziati finisce, dal 1968, nella discarica di Scarpino, una valle ad oltre 300 metri di altezza;  da qui ai prossimi 50 anni circa, la fuoriuscita del percolato, con ben 80 metri cubi all’ora, inquinerà le sorgenti del torrente Cassinelle, che sfocia, tra l’altro, nel mare, e dovrà essere depurato. Dal 2008, il percolato viene incanalato in un depuratore non idoneo al trattamento, tanto che i metalli sono riusciti ad attraversarlo e a riversarsi in mare, senza contare che un alluvione, nel 2014, ha portato alla fuoriuscita del materiale inquinante, finito, dunque, nei torrenti.  La discarica, che contiene rifiuti che scendono fino a 300 metri, ha avuto e, tuttora, ha un impatto ambientale fortissimo non solo per l’aspetto più propriamente ambientale, ma anche per i costi attuali e futuri. Attualmente, dopo quattro anni di chiusura forzata, la discarica sta per essere riaperta e riutilizzata; nel frattempo l’80% dei rifiuti di Genova viene trasferito in Piemonte e il 20% tra la Toscana e la Lombardia.

In Campania, emblematico è stato il caso della Terra dei Fuochi: dal 2001 ad oggi sono state 33 le inchieste per attività organizzata di traffico illecito di rifiuti condotte dalle procure attive nelle due province di Napoli e Caserta. I magistrati hanno emesso 311 ordinanze di custodia cautelare, con 448 persone denunciate e 116 aziende coinvolte. L’Arpac, l’Agenzia per l’ambiente della Regione Campania, ha individuato 2.000 siti inquinati. Dal primo gennaio 2012 al 31 agosto 2013, secondo i dati raccolti dai Vigili del fuoco i roghi di rifiuti, materiali plastici, scarti di lavorazione del pellame, stracci sono stati ben 6.034, di cui 3.049 in provincia di Napoli e 2.085 in quella di Caserta. A Giugliano,  è la società pubblica SAPNA a raccogliere i rifiuti dei 92 comuni  della provincia di Napoli per il trattamento, ma, essendo la regione colma di rifiuti, la parte finale relativa al recupero o smaltimento non viene effettuata a livello locale, ma avviene altrove: il 4% dell’indifferenziata, infatti, è destinata ai paesi europei (Spagna, Portogallo e Austria), mentre la restante parte è destinata a discariche o inceneritori del nord Italia (SAPNA, 2017). In particolare, negli ultimi anni, i rifiuti campani hanno raggiunto la discarica di Castelceriolo, in provincia di Alessandria, e l’inceneritore di Brescia tra le proteste delle comunità locali ( fenomeni NIMBY, Not in My Back Yard), che rivendicano la creazione di bacini di raccolta provinciali, nelle rispettive regioni, e la possibilità di respirare aria più sana.

Non migliora la problematica dei rifiuti in Sicilia: da Catania a Messina, passando per Palermo, la sostenibilità ambientale collegata alla gestione dei rifiuti sembra attraversare una fase critica. Il capoluogo, in particolare, con il suo 15 per cento, si pone al trecentesimo posto tra i comuni siciliani per la raccolta differenziata. Il Comune, ad oggi, si affida quasi completamente al trattamento dei rifiuti sulla collina di Bellolampo: il sito, che si trova a 500 metri sul livello del mare,  ospita la piattaforma impiantistica per il trattamento integrato dei rifiuti e la discarica di non pericolosi denominata VI vasca (RAPSA, 2017). Il bacino di utenza dell’impianto è costituito non solo dalla città di Palermo, ma anche da alcuni comuni della provincia, per un totale di un milione circa di abitanti. Tuttavia, gli impianti non riescono a smaltire più di 600 tonnellate contro le 900 prodotte giornalmente, creando un’emergenza rifiuti che non riesce a trovare altri sbocchi.

Infine, la questione dei rifiuti è notoriamente difficile a Roma.  I rifiuti romani, fino alla recente chiusura del 2013, venivano dirottati verso la discarica di Malagrotta e verso l’inceneritore di Colleferro, anch’esso chiuso per gravi problemi di manutenzione. Nonostante i tentativi, le proteste della comunità locale non hanno permesso la riapertura dell’inceneritore di Colleferro in tempi recenti. La capitale, dunque, con le sue 4000 tonnellate di rifiuti prodotte ogni giorno, riesce a smaltire internamente solo il 9% dell’organico; il restante 91% dei rifiuti, invece, viene esportato in altre regioni. Allo stesso modo, i rifiuti che rientrano nella cosiddetta indifferenziata raggiungono Austria e Germania, e, per la restante parte, le altre regioni italiane per il conferimento in appositi impianti di trattamento o inceneritori. Ciò nonostante, recenti rilevamenti effettuati dall’Arpa Lazio hanno posto in evidenza dati allarmanti relativi all’indice respirometrico nell’area della capitale: si parla di 4000 mg di ossigeno rispetto ai 1000 previsti per legge (ARPA, 2016).

 

Conclusioni

 

Per anni, in Italia, i rifiuti sono stati smaltiti in apposite discariche, senza subire alcun trattamento per il successivo riciclo e la messa in pratica di quelle disposizioni che, seppur in ritardo, l’Europa ha attuato nell’ottica della concretizzazione del principio di sostenibilità.

Ad oggi, in Italia, 1174 discariche sono state chiuse, 114 sono ancora aperte e 7 nuovi inceneritori sono in programma. Le attuali tecniche di recupero, valorizzazione e trattamento dei rifiuti, del resto,  consentono, a costi economicamente sostenibili, il ricorso alla discarica per frazioni nulle o bassissime della raccolta. In Germania, Olanda, Austria e Svezia la percentuale è di appena l’1 per cento, ma anche in Italia si hanno esperienze regionali paragonabili, come nel caso della Lombardia (8 per cento dei rifiuti in discarica). Ciò non implica,  il raggiungimento della zero-waste ovvero la riutilizzazione o riciclo della pressoché totalità dei rifiuti. Un sistema di gestione sostenibile dei rifiuti è, in realtà,un insieme di tanti fattori di natura tecnica, economica e legale. La raccolta differenziata è sicuramente uno strumento essenziale per garantire che i rifiuti possano essere reinseriti nei cicli produttivi, ma è soprattutto importante che, accanto alla gestione a valle dei rifiuti, ci sia una gestione parallela, una strategia per ridurli alla fonte, tramite incentivi ad ampliare la vita media dei prodotti, vincoli di progettazione ecocompatibile  e con sostanze meno pericolose, sistemi a  ciclo chiuso con responsabilità estesa al produttore, nonché nuove modalità costruttive e insediative. In altre parole, occorre una Cost Benefit Analysis, un sistema con cui valutare benefici e costi diretti e indiretti, che integri profili di sostenibilità economica e profili di qualità ambientale e sociale in un contesto di governance fatta di pianificazione locale coordinata, anche con le disposizioni europee.

 

 Bibliografia

 

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 Sitografia

 

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