Parte I

Di Federico Maiozzi

La redazione di questo testo è avvenuta interamente SENZA alcun ausilio – sia esso totale, parziale o di altro genere – dell’AI.

Introduzione 

Senza eccessiva approssimazione risulta senz’altro possibile affermare con una certa sicurezza che gli umanisti e gli scienziati sociali in Italia non siano affatto integrati in quel che resta del tessuto industriale (e più in generale nemmeno in quello economico) del paese per colpe, per così dire, di ambo le parti e a detrimento di entrambe. Non volendo arrendermi senza combattere, prima di dichiararmi parte di questa schiera grigia di umanisti perduti, costretti a ruoli subordinati dentro e fuori l’accademia pur di tirare avanti, tento qua e là qualche ragionato, piccolo colpo di testa.

Perché al Dubai Air Show 2025

In questa situazione va contestualizzata la mia esperienza al Dubai Air Show 2025, che si è tenuto dal 16 al 21 novembre. Non uno spettacolo come parrebbe suggerire il nome, ma una vera e propria mastodontica fiera industriale e militare (del resto, come distinguere questi due campi?) con aziende e rappresentanze istituzionali di innumerevoli nazioni, anche ostili o francamente nemiche tra loro. Un evento ponte tra diverse culture e prodotti industriali organizzato e ospitato da un paese che aspira a porsi o quanto meno a venire percepito (anche) esso stesso come ponte tra blocchi diversi. Un punto di osservazione privilegiato, dunque, per storici, geografi e antropologi e in generale per chi intenda meglio comprendere il mercato e la politica internazionale. Per adoperare un lessico storiografico, mi è parso utile andare laggiù al fine consultare le fonti primarie, in maniera ovviamente non prona ma critica, senza alcuna pretesa di esaustività conscio però che, per usare una popolare metafora, sia preferibile una fioca luce nel buio che nessuna luce.

A onor del vero, ho ricevuto lo spunto da un generale e consulente industriale italiano – Giancarlo Maragucci – che avevo invitato a una conferenza e questi mi ha controproposto di fare un salto alla grande fiera di Dubai, sostenendo che sarebbe stato interessante per me. E così ho fatto.

Ho pensato a come rendere utile questa trasferta per la mia cultura personale e per la mia carriera e, formulato un piano d’azione, ho esposto tale piano ad alcune persone valide di mia conoscenza e tra queste il mio collega Danilo Zuccalà (dottore in storia e docente, tra le altre cose) a cui è piaciuta l’idea e così siamo partiti.

Il Metodo

            Tanto io che il mio collega ci siamo posti in ferie dai nostri rispettivi impieghi e abbiamo finanziato l’intera trasferta con nostri fondi e una volta lì abbiamo intervistato circa settanta tra aziende e istituzioni da tutti i continenti, nella massima trasparenza, ponendo a ciascuno una serie di domande in parte definita, in parte adattata dalle circostanze ma che in linea di massima comprendeva una serie di questioni su cui ci premeva particolarmente indagare. In primo luogo, il grado di indipendenza tecnologica e politica dell’ente in questione nonché il livello di coordinamento con altre realtà, connazionali o straniere. Qualora l’interlocutore provenisse da paesi extra-UE, chiedevamo quale consiglio si sentisse di dare all’UE stessa, qualora ne avesse, e in ogni caso esortavamo il singolo operatore a fornirci sue considerazioni politico-culturali e economiche sia tanto di carattere generale che particolare, nel caso ovviamente volesse farlo e nella totale disponibilità a non citarlo per nome, né per iscritto né a voce. In quest’ultimo aspetto mi rendo conto che abbiamo derogato alla scientificità del lavoro ma i nostri mezzi a disposizione erano molto limitati e dunque anche il tempo e le occasioni a disposizione, perciò non potevamo permetterci inflessibilità su questo punto. A ciò si aggiunga il senso di gratitudine che provavamo e ancora proviamo per funzionari di ogni livello che hanno dedicato il loro tempo a due italiani senza affiliazione e lì per loro iniziativa. Tutto quanto scritto nelle righe successive – è bene precisare e ribadire – è sempre ricavato esclusivamente da conversazioni e interviste che abbiamo sostenuto e condotto in prima persona direttamente con le persone menzionate a cui erano chiari i nostri scopi, i nostri metodi e le nostre condizioni di lavoro.

Scopo della raccolta di questi dati e impressioni era la redazione di un report di cui questa prima parte che state leggendo è curata dal sottoscritto con taglio antropologico-culturale (con una certa approssimazione), mentre la seconda, di taglio più schiettamente politico, è a cura del mio collega Danilo.

Occorre reiterare che tale lavoro, tanto nella prima che nella seconda parte, non intende porsi come del tutto accademico, né del resto vuole ridursi a una mera cronaca. Il suo obbiettivo è quello di esporre al lettore le complessità legate al mondo industriale e della politica internazionale, suscitandogli dubbi e interrogativi con cui potenzialmente ampliare le sue competenze.

Infine, nel corso del testo mi riferirò alle persone intervistate come “operatori” o “funzionari”, grammaticalmente al maschile nella sua forma neutra, ma che ovviamente comprendono uomini, donne e non binari.

L’Europa

            Quanto a singole nazioni, la presenza europea era senz’altro forte e su tutti spiccavano nettamente russi e francesi. Con questo non si intende solo la presenza numerica di stand espositivi bensì la varietà e la quantità dei prodotti offerti (anche al di là del DA2025), il coordinamento migliore tra aziende e stato, oltre alla coscienza politica  – mi sia concessa questa espressione desueta – dei singoli operatori. Ogni funzionario di aziende o istituzioni russe lì presente con cui abbiamo dialogato si mostrava cosciente di rappresentare un intero sistema paese, non  una singola azienda o un singolo ministero, e vedeva tale stato di cose come una tangibile necessità industriale, oltre che politica, del tutto elementare e evidente. Come è possibile, del resto, restare indipendenti politicamente quando materialmente si difende da qualcun altro, sia pure alleato, o si procede in ordine sparso pur facendo parte dello stesso paese? Vedere da vicino l’estesa panoplia di capacità russe è stato senz’altro affascinante, reali o meno che fossero, poiché dimostravano come un paese culturalmente europeo e con una popolazione relativamente ridotta possa ancora essere una grande potenza, come eravamo noi europei occidentali non troppo tempo fa. C’è chi obbietterà che la Russia possiede immense ricchezze nel suo sottosuolo, ed è vero, ma del resto tali ricchezze le avevamo anche noi fino a pochissimo tempo fa quando di fatto ancora controllavamo le nostre ex-colonie da cui siamo stati cacciati o che abbiamo abbandonato. La causa di questa disparità va dunque ricercata altrove.

In ogni caso, ragionamenti del tutto simili a quelli dei russi quanto a senso di appartenenza li abbiamo ascoltati anche dagli operatori francesi, nei quali però si intravedeva la difficoltà titanica nel mantenere le aziende francesi indipendenti e capaci allo stesso tempo, in un mondo con sempre più attori e sempre più ostili agli europei occidentali. E ciò sia detto, bene inteso, a maggior gloria dei figli e delle figlie dell’Esagono. Di recente il ministro belga Theo Francken ha paragonato la Francia a un piccolo villaggio gallico che si ostina a difendersi dall’impero, commentando la volontà di Parigi di non acquisire gli F35. I motivi di questa pur forte affermazione possono risultare da un certo punto di vista comprensibili, ma in questa sede chi scrive deve permettersi di dissentire poiché la similitudine ispirata dalle osservazioni dei funzionari francesi era quella non di un Asterix ma semmai di un Siagrio, l’ultimo delle Romane genti a Occidente che tenta di resistere.

In questo senso, un’impressione simile ma su scala minore è sorta dialogando con gli operatori ucraini, che sia nell’estetica che nell’esposizione verbale tenevano a presentarsi come un manipolo di fratelli e sorelle giovani, forti, motivati e combattivi ma in chiaro affanno.

Ciò dicendo non si vuole affermare che gli altri operatori europei risultassero poco professionali o poco profondi, al contrario, ma i mezzi e le tecnologie che proponevano avevano chiari limiti che essi stessi non potevano e non volevano ignorare. Alla chiara domanda se i prodotti che vendevano fossero del tutto pensati, progettati e realizzati nel loro paese – a volte dopo un timido e non convincente – precisavano che questa o quella componente non lo era e che era impossibile per il momento che lo fosse per questioni tecniche o economiche. A volte aggiungevano che tutto sommato erano parti non così rilevanti, altre volte che semplicemente per il momento di più non si potesse fare, altre ancora che avrebbero lavorato per colmare il divario in tempi brevi. Paradigmatico il parere di un funzionario di un’azienda tedesca che, con aria piuttosto interdetta, sosteneva che gli europei (intendendo gli europei occidentali) avrebbero potuto essere i primi della classe nel campo dell’aerospazio, se solo si fossero presentati uniti e coordinati. Ad ogni modo, tutti gli operatori di paesi UE intervistati – sia di entità pubbliche che private – di fatto senza eccezioni, dichiaravano senza alcun problema o remora il loro scetticismo sulla creazione di una UE della difesa, che non disconoscevano degli esempi di cooperazione virtuosa ma che questi restavano per l’appunto degli esempi che per altro si mostravano come cooperazioni industriali e di rimbalzo politiche ma non viceversa.

Siete al Servizio del Vostro Paese? 

Tra le domande costanti poste agli operatori interpellati, in precedenza ne ho omessa una. Durante i vari dialoghi veniva sempre chiesto se la loro compagnia avesse una chiara connotazione politica o nazionale, in breve se si definisse un’azienda – per esempio – italiana, oppure dell’UE, o dell’Occidente collettivo o se invece si sentisse e operasse come una compagnia che restasse esclusivamente fedele al libero mercato, rispettando ovviamente i limiti di legge. In maggioranza, le aziende sia grandi che piccole ci rispondevano che lavoravano senz’altro come un’azienda al servizio del loro paese e che il coordinamento con lo stato era forte o totale. Un operatore di un’azienda giapponese e un altro di una turca hanno chiaramente risposto che di contratti le loro aziende non si occupavano granché, poiché quella era materia per il ministero della difesa. Vero o no che fosse (guardare nei meandri di una grande azienda è come scrutare nella tana del Bianconiglio), il dato di fatto che volessero comunicare quel tipo di postura risulta senz’altro indicativo. Per citare un altro caso paradigmatco, uno schietto e cordialissimo dipendente di una grande azienda statunitense confermava, rispondendo alla domanda che chiedeva se i loro prodotti venduti agli Stati Uniti fossero uguali a quelli degli alleati, un dato ovvio eppure spesso dimenticato nel dibattito pubblico, vale a dire: no. Anzi, ha spiegato che la sua azienda formulava una versione del prodotto per il mercato interno e una, meno performante, per l’estero. Quando un paese amico chiedeva questa versione per l’esportazione, sia tramite un contatto con l’azienda stessa che tramite lo stato americano, il Congresso provvedeva a valutare il paese richiedente e stilava una lista di capacità da non trasferire – avendo come base la versione già per così dire depotenziata – né vendere. Come però lo stesso operatore statunitense osservava, l’azienda d’altro canto trasferiva inevitabilmente parte di tecnologie comunque pregiatissime all’eventuale paese richiedente, a cui per altro lasciava compiti di assemblaggio e integrazione di sistemi nazionali, per cui in effetti un vantaggio nell’acquisto a suo dire c’era ed è più che plausibile che ciò sia vero anche nella realtà dei fatti.

Sullo stesso tono, un funzionario indiano ha affermato che, per quanto l’India desideri la pace e reagisca solo se attaccata, allo stesso tempo il suo paese non cercasse solo l’indipendenza tecnologica nell’ambito della difesa e dell’aerospazio, ma che volesse anche esportare i suoi prodotti. Con tutto il conseguente peso politico che l’esportazione di questi sistemi comporta, aggiungo io. La stessa persona, come chiosa alle sue riflessioni, non ha negato la bontà dei prodotti francesi acquistati dalo stato indiano ma precisando che “i prodotti francesi sono eccellenti. Se ci dessero i codici sorgente, sarebbero ancora più eccellenti”.

Prodotti francesi che invece degli operatori pakistani si sono velatamente vantati di aver ben contrastato (in riferimento al Rafale o ai Rafale presuntamente abbattuti nell’ultimo scontro tra India e Pakistan), precisando immediatamente che avevano, sì, usato mezzi cinesi allo scopo, ma che tali mezzi sarebbero stati presto rimpiazzati da prodotti pakistani altrettanto efficaci.

Ancora un ultimo esempio – ma potrei portarne molti di più – quello di un azionista di un’azienda sudcoreana che parlando dei caccia e dei droni in sviluppo nel suo paese affermava che sì, una buona parte della componentistica anche pregiata era americana, ma che questa sarebbe sarebbe stata rimpiazzata presto per costruire un prodotto che potesse essere costruito e gestito dalla Corea del Sud senza le interferenze di nessuno. In apparenza un discorso simile a quello degli europei non russi né francesi precedentemente citato, ma portato con una veemenza molto maggiore e con un’attenzione maggiore a chiarire la dimensione per così dire patriottica delle sue considerazioni.

Notevole eccezione a questo senso di appartenenza dei grandi gruppi proveniva da realtà della UE. In un paio di casi, intervistando funzionari di due enormi aziende produttrici di armamenti di ogni dominio, ci è stato detto che loro neppure si sentivano un’azienda della tale o della talaltra nazione, ma come entità globali che operavano avendo nella legge l’unico limite. In uno di questi due casi ci è stato detto che eventuali aiuti dal loro stato o dalla UE non li cercavano né li volevano, preferendo operare da soli. Ma allora come fare con le materie prime, di cui l’UE è priva e che invece paesi a essa ostili, sia grandi che piccoli, sono pieni? Pagando molto bene personale in gamba della catena di approvvigionamento, che mettesse i tecnici in condizione di lavorare con serenità.

Si badi bene, questa differenza non è valutabile di per sé come positivo o negativa, ma esiste ed è un dato riguardante una dottrina di lavoro che pecca senz’altro di punti deboli evidenti, ma vanta anche molti punti forti e che vanta senz’altro molti punti forti evidenti, ma pecca anche di molti punti deboli.

 

La Cina

            Tra tutti gli attori presenti, tre paesi spiccavano nettamente sugli altri, sia come capacità mostrate, che come profondità, puntualità e coscienza politica degli operatori, ossia Cina, Stati Uniti e Russia.

Il gigante asiatico rappresentava senz’altro la presenza di maggior impatto. Anche in questo caso, non si parla solo di numero di spazi affittati o di mock-up portati in fiera. Si può ben dire che gli operatori cinesi si trovassero ovunque e potessero vantare collaborazioni da posizioni di forza con chiunque, sia in maniera manifesta che parzialmente occultata. Mi spiego meglio. Interrogando le aziende di numerosi paesi, vi era da restare quanto meno sorpresi dal numero di compagnie di nazioni emergenti che dichiaravano con orgoglio che i loro prodotti fossero autoctoni e indipendenti, realizzati senza nessun aiuto dall’estero. Contemporaneamente, però, sui modelli reali dei loro stessi prodotti si vedevano operare tecnici cinesi – spesso con tanto di patch con la bandiera rossa e le stelle d’oro – e in un caso presumibilmente un tecnico del grande paese asiatico si è anche issato su un apparecchio di un tal paese e ha infilato tutta la testa dentro un’apertura forse per meglio controllare che tutto fosse in ordine. Prendendoci un po’ di confidenza con personale cinese impiegato in aziende cinesi, quasi tutte persone giovani per altro, abbiamo dunque chiesto se in realtà quei prodotti “100% Made in di qua o di là” fossero in realtà cinesi sotto mentite spoglie e loro con grande franchezza hanno confermato questo sospetto. Uno di questi operatori  ha voluto puntualizzare, sorridendo, guardando il drone di un tal paese: “quell’elica l’abbiamo fatta noi, penso di averla progettata proprio io qualche anno fa”. Ancora più francamente, un altro ha asserito che né gli europei, né altri potrebbero mai sviluppare un’industria indipendente senza prodotti ed expertise cinese e ha commentato anche in questo caso con un eloquente sorriso la supposta indipendenza tecnologica di questo o quell’altro stato. Non è certamente possibile definire tali affermazioni come senza dubbio vere, ma risulta significativo che siano state pronunciate da numerosi operatori, e non solo dai due di cui si è riferito, di diversa estrazione aziendale o istituzionale, funzione e ruolo.

Allo stesso tempo, non è mia intenzione fornire un’immagine distorta del personale cinese, al contrario, tutti gli operatori si sono sempre dimostrati molto modesti, quanto meno all’inizio di ogni conversazione, e sempre educati. Inoltre, una volta acquisito che chi avevano di fronte fosse un interlocutore con fini chiari e non occulti, abbandonavano anche quel velo di affettazione che contraddistingue i rapporti istituzionali e più in generale tutti quelli formali In breve, pareva in qualche modo pensassero: “poiché è chiaro che siamo ovunque e che diventeremo i primi al mondo, perché nasconderlo?”.

Inoltre, non nascondevano nemmeno le loro carenze, e in questo senso l’unico attore che gli destasse qualche preoccupazione erano gli Stati Uniti, l’unico paese che consideravano ancora più avanzato di loro in alcuni settori e senz’altro degno di rispetto. Ben inteso, un rispetto simile  a quello del Romano al Galata, ma comunque all’apparenza sincero. Un attore che per altro, controllando di fatto Taiwan e i suoi microchip, avrebbe potuto influenzare l’industria cinese se Pechino non fosse ricorsa a una più estesa produzione indigena, come non hanno mancato di precisare.

Gli Stati Uniti

            La presenza statunitense, come affermato in precedenza, risultava molto forte e diversificata. Vi erano nutrite rappresentanze di forze armate con ampio dispiegamento di mezzi, delegazioni ministeriali, micro e piccole imprese del settore aeronautico e della difesa, oltre alle grandi e grandissime corporations, capaci di esprimere da sole capacità di combattimento che interi stati europei probabilmente non saprebbero eguagliare. Quanto a professionalità e profondità di analisi anche su questioni non industriali su cui venivano interrogati (l’educazione della gioventù e la gestione dei talenti, su tutti) risultavano pari ai migliori loro omologhi delle altre potenze e risulterebbe pleonastico ribadire l’attaccamento alla loro patria, diffuso tra grandi e piccoli, privati e statali, apparentemente sempre in egual misura.

Si poteva forse notare un certo senso di accerchiamento che in qualche modo traspariva dal loro modo di porsi e di esaminare le questioni di politica e di economia globali; se non proprio di accerchiamento, quanto meno di attesa per un imminente sicuro grande scontro che più che una preoccupazione bellica sembrava escatologica. Con un atteggiamento in un certo senso Theodore-Rooseveltiano, sostenevano implicitamente o esplicitamente che avevano, sì, alleati e in alcuni casi anche ottimi alleati, ma che in definitiva al momento dell’azione sarebbero rimasti soli contro tanti nemici diversi, ma non per questo davano meno per scontata la loro vittoria finale. Tale impressione, sostenuta da molti e di molte estrazioni, è stata sublimata da un pilota militare giovane ma già veterano di due missioni che, fierissimo del suo apparecchio presente sulla pista accanto a lui, circondato da velivoli di ogni nazione, guardando quelli europei, mentre conversavamo di rapporti e differenze tra Stati Uniti e altri attori ha detto: “Tutti questi velivoli da guerra europei sono così puliti…Li avranno mai usati? Insomma, i nostri li laviamo ma i segni dell’utilizzo rimangono, i loro invece…”. Era comunque troppo simpatico anche solo per adombrarsi per sciocchezze del genere e in ogni caso alla prova dei fatti ha dimostrato piena collaborazione quanto meno con due europei, poiché ha risposto con cortesia e disponibilità alle nostre domande, dedicandoci molto del suo tempo.

 

Conclusioni.

Come in parte affermato in apertura, per evitare di scadere in un cronachismo eccessivo, in questo scritto si è evitato di citare molti episodi interessanti o anche soltanto insolitamente divertenti per non rendere quest’articolo una mera galleria delle bizzarrie. Allo stesso modo, ma per motivi diversi, si è dato tutto sommato poco spazio alle aziende mediorientali e in generale che non fossero europee, nordamericane e cinesi. I motivi penso siano piuttosto chiari leggendo tra le righe i paragrafi precedenti ma è senz’altro possibile affermare esplicitamente che escludendo attori eurasiatici e nordamericani risultava piuttosto complicato trovarne in grado di esporre prodotti propri, a meno di non farsi megafono – e non più osservatore – di altrui manifeste e neppure articolate ma grossolane propagande.

Un dato su tutti va però aggiunto, forse il più significativo, ossia l’enorme eterogeneità umana e professionale riscontrabile in quella gigantesca fiera di industria e difesa. Soprattutto nelle grandi realtà ma in larga parte anche nelle piccole, era possibile e tutto sommato comune trovare fianco a fianco ingegneri, economisti, linguisti, storici, militari, politologi, fisici, chimici, giuristi e altre professionalità ancora, ma tutti partecipi di uno sforzo tanto comune quanto privato; come in un meccanismo, ogni ingranaggio appariva a chi osservava fondamentale. Ciò valeva ovviamente anche per il personale non laureato, non meno eterogeneo e interessante di quello con titolo di studio che variava da ex- graduati e sottufficiali, ex-assistenti di volo delle compagnie aeree o diplomati negli istituti tecnici che per un motivo o per un altro non avevano continuato a studiare facendosi largo lo stesso fino a ruoli apicali.

A queste persone non può che andare tutta la gratitudine mia e del mio collega, per averci mostrato ancora una volta il valore della complessità, concetto semplice da svilire e ancor più da dimenticare ma che dovrebbe rappresentare la stella polare di noi umanisti e scienziati sociali.