Marino D’Amore

L’acqua è l’elemento che caratterizza maggiormente la morfologia del nostro pianeta, fungendo da contesto naturale rispetto a quello geografico delle terre emerse e conferendo al pianeta stesso la sua inconfondibile cromia. Il “Blue Marble”: il marmo blu, come fu definito dall’equipaggio dell’Apollo 17 che nel 1972 riuscì a imprimere sulla pellicola quell’immagine indimenticabile. Una cromia dovuta alla predominanza dell’elemento che costituisce più di due terzi della superficie terrestre. Appare quindi paradossale come l’acqua rappresenti effettivamente una risorsa poco disponibile ed iniquamente distribuita.

L’acqua rappresenta un elemento naturale che si caratterizza secondo diverse declinazioni sottese alla seguente ripartizione percentuale: Il 97% dell’acqua del pianeta è salata, il 3% è acqua dolce e di quest’ultima percentuale solo 1/3 può essere utilizzato dall’uomo, poiché, i restanti 2/3 sono trattenuti nei ghiacciai e nelle nevi permanenti. Inoltre, il percentile residuo a disposizione dell’umanità non è rappresentato dalla sola acqua di superficie: contribuiscono a formare l’intero quantitativo sia l’acqua dispersa nell’atmosfera sia quella delle falde idriche.

Si aggiunga a tale caratterizzazione analitica l’iniqua distribuzione dell’acqua a livello mondiale che ha condotto a coniare una nuova definizione chiarificatrice che oppone specularmente la sua valenza alla sua disponibilità: l’oro blu del XXI secolo. Nell’epoca della modernità e della globalizzazione appare paradossale come l’acqua si configuri come una risorsa limitata che pone in essere categorizzazioni e divari sociali incolmabili nel prossimo futuro, nonostante rappresenti un postulato insostituibile di ogni attività antropica: dal mero sostentamento all’igiene.

Nel contesto mondiale la maggior parte dell’acqua è utilizzata per il naturale fabbisogno umano e per le attività connesse all’ambito agricolo, ma notevoli volumi dell’elemento sono consumati anche a livello industriale e domestico come rivela il World Water Assessment Programme (WWAP): il programma dell’Unesco che si occupa di redigere analisi periodiche sulla disponibilità della risorsa e sulle sfide future e inderogabili che la politica internazionale dovrà affrontare. Il miglioramento delle politiche di gestione dell’acqua è divenuto un imperativo globale per le classi dirigenti, soprattutto da quando l’uso delle risorse idriche sottende alle dinamiche globalizzanti, emancipandosi spazialmente dai suoi consumatori. Il commercio internazionale dei prodotti ha favorito la coltivazione di materie prime in alcuni territori e il loro utilizzo finale in altri, pertanto l’acqua utilizzata, consumata o inquinata per la loro utilizzazione, è riconducibile su tutti i territori interessati e coinvolti nella filiera produttiva. La conoscenza e il monitoraggio dell’intera catena di produzione devono necessariamente porsi alla base di ogni indagine analitica e di qualunque azione politica, come un elemento imprescindibile finalizzato alla realizzazione di una gestione della risorsa valida ed efficace, implementando correttivi in quelle già in essere e considerando le diverse tipologie di consumatori: diretti e indiretti. In funzione delle suddette necessità conoscitive, finalizzato a fattivi miglioramenti, gli operatori del settore hanno concepito il concetto di Water Footprint, letteralmente “impronta idrica”, ossia il volume di acqua utilizzata in relazione al luogo di produzione e consumo.

L’impronta idrica, sia essa riconducibile a un individuo o a un corpus comunitario, è un indicatore del consumo, che esplica l’ordine di grandezza volumetrica totale delle risorse idriche utilizzate da un paese per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa. Comprende l’acqua, prelevata dai fiumi, dai laghi e dalle falde acquifere, acque superficiali e sotterranee, impiegata nei settori agricolo, industriale e domestico, e quella delle precipitazioni piovose utilizzata in agricoltura. (Hoekstra 2016)

Le modalità di misurazione sono relativamente semplici: L’utilizzo è misurato per quantità di acqua consumata, evaporata e/o inquinata in una data unità di tempo (Hoekstra, Chapagain 2008).

La Water Footprint può essere calcolata per ogni target designato in ambito sperimentale, inteso come un gruppo definito di consumatori, procedendo progressivamente da una visione microsociale verso una macrosociale: individuo, famiglia, villaggio, città, provincia, stato o nazione; ma anche come soggetto produttore: un ente pubblico, un’impresa privata o un intero settore economico.

L’interesse scientifico che risiede nel concetto di impronta idrica consiste nel riconoscimento che l’impatto sulle risorse di acqua presenti sul pianeta può essere ricondotto, assecondando dinamiche eziologiche, alla gestione e al consumo umano. Inoltre questioni come scarsità ed inquinamento delle risorse stesse possono essere meglio comprese ed affrontate considerando il processo, la filiera produttiva e il consumo, come un’unica realtà che lega le sue componenti secondo un meccanicismo consequenziale.

I problemi legati all’acqua sono strettamente collegati alla struttura dell’economia globale. Molti paesi hanno esternalizzato in modo massiccio la loro impronta idrica, importando da altri luoghi, come detto, quei beni che richiedono una grande quantità della risorsa per essere prodotti. Tale processo estremizza le risorse idriche dei paesi esportatori dove troppo spesso scarseggiano strumenti finalizzati ad una saggia gestione e conservazione delle medesime. Non solo i governi, ma anche consumatori, imprese e comunità civile possono porre in essere azioni volte al raggiungimento di una gestione efficace e soprattutto oculata, catalizzando l’attenzione verso la sua localizzazione.

L’impronta idrica di un prodotto si suddivide in tre frazioni, ognuna delle quali identificata da una colorazione diversa: verde, blu e grigia:

 

  • la frazione verde si riferisce al consumo di risorse idriche contenute nelle piante e nel suolo, immagazzinate sotto forma di umidità, senza essere parte di una superficie o componente di un corpo idrico sotterraneo. Ne è un esempio l’acqua piovana, purché questa non ristagni nel suolo e sia in grado di filtrare nel terreno. Questa frazione serve a comprendere il peso specifico dell’agricoltura in termini di risparmio di risorse idriche,
  • La frazione blu si riferisce al consumo delle risorse idriche superficiali e sotterranee considerato seguendo la catena di produzione di un determinato bene,
  • la frazione grigia si riferisce all’inquinamento delle risorse idriche ed è definita come il volume di acqua dolce necessario a diluire il carico di sostanze inquinanti generato da un determinato processo, in modo da mantenere invariate le concentrazioni naturalmente presenti e gli standard qualitativi dell’acqua di origine.

 

Il peso specifico di ogni componente incide in modo diverso sul ciclo idrogeologico. Ad esempio, il consumo di acqua della frazione verde esercita un impatto meno invasivo sugli equilibri ambientali rispetto al consumo di quella blu. La Water Footprint offre quindi una migliore e più ampia prospettiva su come il consumatore o produttore influisce sull’utilizzo di acqua dolce, non misura quindi la gravità dell’impatto a livello locale, ma fornisce un’indicazione sulla sostenibilità spazio-temporale dalla risorsa utilizzata per fini antropici.

Nel calcolo del consumo idrico totale emerge analiticamente il consumo d’acqua legato all’agricoltura. Ciò significa che, se si intende ridurre l’impronta idrica si devono riconsiderare in modo critico, oltre al consumo domestico dell’acqua, le metodologie di irrigazione agricola e le colture impiegate.

Parte della comunità scientifica sostiene che lo stress idrico rappresenterà la scintilla catalizzatrice dei prossimi conflitti mondiali. Per evitare che questo avvenga diventa improrogabile ottimizzare l’utilizzo delle risorse a nostra disposizione. In un’ottica globalizzante Internet giunge in soccorso: Il Water Footprint network mette a disposizione in rete un programma di calcolo utile a definire l’impronta di una comunità attraverso la somma dell’acqua necessaria a produrre i beni e i servizi che un gruppo sociale consuma in un arco di tempo definito. Il risultato consegna il dato da cui partire per migliorare la gestione di questa preziosa risorsa sottendendo a una logica che procede analiticamente dal globale al locale: dal contesto nazionale sino a una maggiore attenzione nei piccoli gesti della vita quotidiana (Ercin, Hoekstra 2012).

Nei prossimi anni, la richiesta di acqua a livello mondiale subirà un forte incremento. Il settore primario sarà chiamato a rispondere alle esigenze nutrizionali di una popolazione più ampia e che avrà, inoltre, modificato le proprie abitudini alimentari. In particolare, avrà ridotto l’incidenza dei cibi a carattere prevalentemente amidaceo nella propria dieta, aumentando la componente proteica, un cambiamento che modificherà inevitabilmente il computo e l’utilizzo della risorsa secondo i parametri sopracitati. Una migliore gestione delle risorse idriche è necessaria e possibile, ma saranno indispensabili investimenti adeguati in infrastrutture, ricerca e tecnologia. Concetti semplici come il risanamento delle condotte dell’acqua fino all’utilizzo della micro-irrigazione, passando attraverso la possibilità di impiegare colture resistenti a caratteristiche chimico-fisiche diverse o all’utilizzo della dissalazione, rappresentano sviluppi migliorativi in grado, almeno potenzialmente, di mitigare le criticità sopracitate.

In questi ultimi decenni il modello delle società in cui viviamo, basato sullo sfruttamento continuo delle risorse per garantire la crescita economica, ha messo in crisi la capacità fisiologico-rigenerativa della natura. Sono cambiate le dinamiche del clima, postulati fisiologici della produzione di cibo per gli esseri viventi, creando conseguenze per l’uomo e per il suo ecosistema biologico e abitativo. La reiterazione frequente e imprevedibile di fenomeni naturali quali siccità e alluvioni, pone a rischio la sopravvivenza della specie, mina la sua capacità di utilizzare la natura per il sostentamento e la perpetuazione delle società, arrecando in potenza devastanti effetti uniti a una contigua deprivazione delle basilari condizioni di vita soprattutto per i paesi più poveri.

Tali cambiamenti si evincono, ad esempio, nella mutazione quantitativa e morfologica dei corsi d’acqua: decine di grandi fiumi in Cina, in India, negli Stati Uniti, in Messico, in Italia, in Spagna, in Africa abbandonano il ruolo di bacini idrici diretti verso il mare in certi mesi dell’anno; i numerosi grandi laghi (si pensi al lago Owens, al lago Aral, al lago Tchad, al lago Victoria) hanno iniziato un processo che pone la loro sparizione come un ineluttabile epilogo, vivendo un costante e inesorabile depauperamento delle loro dimensioni idriche. Inoltre vi sono altri elementi da considerare nell’analisi del tema: l’impoverimento quantitativo e qualitativo, l’abbassamento delle falde a causa dell’agricoltura intensiva; il fatto che solo il 43% delle acque sia in uno stato eco-chimico appena soddisfacente, dimostra che la profonda criticità idrica mondiale è soprattutto il risultato di una visione produttivistico-utilitaristica della natura e del perseguimento di un modello di crescita economica non sostenibile a lungo termine, figlio di dinamiche diacroniche e potenzialmente devastanti.

L’Africa, che storicamente vive le maggiori difficoltà sotto questo aspetto:

  • Il 36% della popolazione dell’Africa subsahariana, quindi circa un terzo di tutte le persone, non ha ancora accesso a una fonte d’acqua potabile.
  • Non avere accesso a una fonte d’acqua potabile significa aumentare, e considerevolmente, il rischio di contrarre malattie spesso mortali come la malaria e l’Ebola.
  • Per procurarsi acqua potabile, spesso bisogna affrontare un cammino anche di 4-5 ore al giorno. Nella maggior parte dei casi, questo compito ricade su donne e bambine.

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Tuttavia il continente potrebbe avvalersi dell’utilizzo di risorse pari a a mezzo milione di chilometri quadrati d’acqua presenti nel sottosuolo. Queste ultime non sono facilmente raggiungibili per l’estrazione: uno studio della Enviromental Research Letters condotto nel 2015 su circa 283 differenti bacini idrici rivela che in molti paesi africani pozzi opportunamente collocati e adeguatamente costruiti possono sopportare un cospicuo aumento dell’estrazione idrica, sebbene debbano rispettare pause fisiologiche per ricaricare le riserve che hanno, per il basso sfruttamento, una età ciclica compresa tra 20 e 70 anni.

L’obiettivo dello studio è anche quello di arrivare a una valutazione più realistica della sicurezza idrica e dello stress, sua speculare controparte, attraverso più accurate analisi regionali e locali, per evitare che si finisca per esaurire facilmente una ricca, almeno attualmente, portata d’acqua. Piccoli passi avanti in questo senso garantirebbero migliori condizioni di vita. Si stima che sono circa 300 milioni le persone senza un accesso stabile all’acqua potabile e che vivono in territori dove solo il 5% delle terre coltivabili è effettivamente e regolarmente irrigato. Pertanto occorre capire bene come tali bacini possono essere sfruttati, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.

Un altro ostacolo da superare è la distribuzione dei bacini sotterranei che non è uniforme nel continente: le riserve più grandi sono sotto i paesi nordafricani e del Sahel. In quella zona, secondo le valutazioni dei ricercatori, il bacino è profondo 75 metri ed è, in sostanza, quello che resta dell’acqua che una volta, ben cinquemila anni fa, era abbondante in quelle aree. Un secondo grande bacino giace tra la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centrafricana, mentre un terzo è nel sud, tra Namibia, Botswana, Angola e Zambia. Tuttavia lo sfruttamento di queste strategiche risorse non è impossibile: ad esempio la Libia negli scorsi anni è riuscita a fornire acqua a quasi tutta la popolazione grazie alle acque sotterranee scoperte nel sud del Paese attraverso il Nubian Sandstone Aquifer System. Si tratta di un immenso bacino scoperto negli anni ‘50 su cui si è concentrato un progetto del governo di Mu’ammar Gheddafi denominato “Il Grande Fiume Fatto dall’Uomo” (The Great Men Made River), progetto finalizzato a trasportare l’acqua per centinaia di chilometri, fino alle coste mediterranee, ma che nel tempo ha affrontato diverse criticità che ne hanno inficiato la piena e sostanziale realizzazione.

La ricerca, è basata sulla raccolta di dati finora dispersi e sull’esame di mappe e rilevamenti, ricevuti sia dai governi nazionali che da altri studi geologici e geografici. Il team di scienziati valuta che le riserve di acqua potabile contenute nel sottosuolo africano siano nell’ordine di oltre mezzo milione di chilometri quadrati, come detto, con un range variabile tra 0,36 e 1,76 milioni di chilometri quadrati circa 20 volte la quantità di acqua dolce contenuta nei laghi africani (Van Reybrouck 2015). Tali evidenze scientifiche mostrano tuttavia che è problematico estrarre acqua su larga scala per far fronte alla domanda idrica di città in rapida crescita senza compromettere la tenuta dei bacini, che rischierebbero di essere impoveriti in modo irrimediabile. Una premessa indispensabile per affrontare le imminenti sfide del continente africano, il rischio, infatti, è che ci sia una corsa all’acqua sotterranea, risorsa che è meno sensibile ai cambiamenti climatici superficiali, meno inquinata per il naturale filtraggio del terreno e ovviamente meno dipendente dalla stagionalità delle piogge e dalla siccità. Senza una gestione attenta delle risorse, dunque, non è improbabile che anche questa nuova ricchezza idrica venga depauperata più velocemente di quanto non si possa ricostituire, anche perché, per quanto le risorse idriche sotterranee siano la più ampia e più distribuita riserva d’acqua disponibile nel continente africano, la nostra conoscenza dei sistemi di formazione di questi enormi bacini idrici è tuttora molto limitata e ha bisogno di essere approfondita, sia a livello locale, specialmente per le zone più vulnerabili all’ipersfruttamento, sia su scala continentale, per capire se e come questi grandi bacini interagiscano tra loro e con il resto dell’ambiente naturale, tenendo conto dei cambiamenti climatici, non solo di quelli globali, ma anche di quelli locali dovuti alla trasformazione dell’ambiente da parte degli esseri umani, ma anche alle modificazioni che lo stesso sfruttamento possibile di queste risorse idriche potrebbe implicare. Infatti l’umanità e le sue classi dirigenti vivono e gestiscono le risorse naturali come se avessero un altro pianeta a disposizione. Il report “State of the Planet” rivela che attualmente si utilizzano più del 50% delle risorse che la Terra mette a disposizione, uno scenario che apre a futuri drammatici di difficile previsione e ardua prevenzione: seguendo un trend del genere nel 2030 avremmo bisogno, in una logica meramente utopistica, di un nuovo ecosistema per soddisfare i bisogni elementari di mera sussistenza della popolazione terrestre.

Nel 2017, le Nazioni Unite hanno rilasciato la relazione Global Trends: Paradox of Progress, che riconosce che la metà della popolazione mondiale affronterà un importante stress idrico nel 2035. Lo sviluppo della popolazione, delle relative abitudini di consumo, della produzione agricola supereranno i rispettivi rifornimenti idrici, più di 30 paesi, quasi la metà di loro in Medio Oriente, sperimenteranno lo stress idrico, aumentando le tensioni economiche, sociali e politiche. Secondo un recente studio, condotto dai ricercatori danesi della Aarhus University, la produzione di energia elettrica, secondo i tassi di crescita previsti, richiederà una quantità di acqua che arrecherà serie criticità entro il 2040. Infatti in molti stati, sono le centrali elettriche le maggiori consumatrici di acqua, gli impianti necessitano infatti di notevoli risorse idriche per i cicli di raffreddamento. Gli unici sistemi energetici che non richiedono cicli di raffreddamento sono quelli eolici e solari. Da qui il suggerimento dei ricercatori: bisogna favorire una transizione sempre più massiccia di tutti i Paesi verso le fonti rinnovabili per ridurre i consumi di acqua e tutelare i bacini disponibili, necessari alla sopravvivenza della popolazione. Dalla ricerca è emerso inoltre che le industrie energetiche non si occupano della valutazione dei consumi di acqua e, nella maggior parte dei casi, non hanno nemmeno sistemi che quantifichino adeguatamente le necessità idriche. Una realtà impensabile, dal momento che già entro il 2020 l’acqua diventerà un problema per il 30-40% della popolazione mondiale.

I ricercatori hanno messo a punto una roadmap per prevenire il rischio di un’emergenza idrica planetaria:

 

  • Migliorare l’efficienza energetica.
  • Investire in cicli di raffreddamento alternativi.
  • Calcolare quanta acqua consumano gli impianti energetici.
  • Investire nell’energia eolica e nell’energia solare.
  • Dismettere le centrali elettriche che utilizzano combustibili fossili nei luoghi più a rischio di siccità, vale a dire in metà del pianeta.

 

Il mondo, secondo gli esperti, sarà chiamato a una scelta difficile: soddisfare il fabbisogno idrico della popolazione o impiegare le riserve d’acqua per coprire i consumi dell’industria energetica.

Secondo il «Water Blueprint», prodotto dalla Commissione Europea dal 2013 al 2017, i dati relativi alle risorse idriche in Europa mostrano un aumento importante del decadimento ambientale che si pone in modo inversamente proporzionale ai progressi realizzati in questo campo. Secondo gli studi condotti dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, il buono stato ecologico delle acque nel 2010 risulta sia stato raggiunto solo dal 43% delle acque. La stima per il 2017 è del 53%. Il documento della Commissione afferma che lo stato ecologico e chimico delle acque dell’UE è in pericolo, diversi territori sono a rischio di carenza idrica e gli ecosistemi possono diventare più esposti a eventi estremi come alluvioni e siccità. La Commissione in diversi documenti denuncia la vulnerabilità delle risorse idriche di fronte agli effetti, prevedibili e non, del cambio climatico, e quindi il rischio della rarefazione crescente dell’acqua, processi che sono destinati ad intensificarsi. Per la Commissione, l’acqua è diventata e resterà per un lungo periodo una risorsa sempre più rara.

In Italia lo stato delle risorse idriche del nostro paese non risulta rispettare gli obiettivi di tutela, qualità e recupero degli ecosistemi acquatici previsti dalla vigente Direttiva quadro, e diverse regioni sono già colpite da provvedimenti sanzionatori della Commissione europea con riferimento alla assenza o cattivo funzionamento di sistemi di depurazione. Pertanto l’Italia non sarà in grado di far fronte ai nuovi criteri qualitativi, ancor più rigidi, previsti dalla Agenda ambientale europea e che saranno introdotti dalla Commissione, con particolare riferimento al Piano di salvaguardia delle risorse idriche. La situazione nazionale si caratterizza per la disomogeneità nelle definizioni del bilancio idrico locale: il 70% delle risorse è concentrato nei distretti del Nord Italia (Pianura Padana); dal 2008 esiste un deficit idrico con prelievi superiori alle disponibilità; la media dei consumi pro-capite è superiore a quella mondiale; si palesano difficoltà crescenti nella gestione delle risorse idriche in termini di ripartizione fra le regioni anche rispetto alle esigenze stagionali, è altamente probabile un serio rischio di stress idrico nei prossimi anni (Antonelli, Greco 2013).

La crisi in atto rifletterebbe un profondo squilibrio tra domanda e offerta d’acqua: quest’ultima mostra un andamento inversamente proporzionale rispetto alla domanda in continuo aumento a causa essenzialmente di tre fattori: la crescita della popolazione mondiale e dei bisogni di benessere della popolazione stessa con conseguente pressione «industriale» sulla quantità e qualità delle acque (inquinamento, contaminazione); gli sconvolgimenti idrologici legati al cambio climatico; la cattiva gestione «economica» delle risorse idriche. Il basso prezzo dell’acqua catalizzerebbe, secondo gli analisti di settore, un uso irrazionale e privo di progettualità conservativa della risorsa, conseguentemente, la soluzione al problema e alle sue criticità passa attraverso una strategia fondata su un duplice processo di adattamento da parte delle popolazioni: un uso oculato che eviti inutili sprechi unito a una politica economica e gestionale mirata. Altri fattori incidono sulla recrudescenza del fenomeno: i processi di liberalizzazione/privatizzazione della gestione dei servizi idrici e del ciclo della depurazione, elementi a cui si sono aggiunti di recente altre contingenze circostanziali come l’appropriazione unilaterale e deliberata delle risorse idriche (water-grabbing), la monetizzazione delle risorse idriche e del ciclo naturale dell’acqua (Munteanu 2015). Sono queste le cause che attualmente incidono sullo stato deficitario delle risorse, accelerando i processi di sfruttamento per garantire un guadagno maggiore e rapido agli investitori, ma soprattutto condizionano la possibilità di accesso e di gestione diretta delle risorse da parte delle popolazioni locali. Secondo International Land Coalition tali fattispecie mettono a rischio la sostenibilità di più di 2 miliardi di persone (Mauceri 2016).

La Carta Europea dell’Acqua enuncia dei principi a cui i legislatori nazionali devono ispirarsi. Particolarmente inerente alla situazione attuale e, al contempo evocativo, è l’articolo 1: “Non c’è vita senza acqua. l’acqua è un bene prezioso, indispensabile a tutte le attività umane.”

Essa rappresenta una risorsa particolare che si caratterizza per precise peculiarità: rinnovabile, ma non incrementabile e non sostituibile. L’acqua diventerà in questo nuovo millennio la vera posta in gioco, l’ago della bilancia nei delicati equilibri geopolitici internazionali come preconizzava nel 1960

Il presidente Kennedy, il quale sosteneva che chi avesse risolto il problema dell’acqua avrebbe dovuto ricevere due premi Nobel, uno per la scienza e uno per la pace. Nasce così il dibattito politico sulla gestione delle risorse idriche: a chi appartiene l’acqua? Appartiene alla natura ma è compito dell’umanità garantirne l’accesso e l’utilizzo nel rispetto di tutti. L’acqua non rispetta i confini nazionali infatti il 40% della popolazione mondiale dipende da sistemi fluviali che appartengono o che sono comuni a due o più paesi. In alcuni casi accade che vi siano laghi o corsi fluviali condivisi da due o più Stati e, in queste condizioni lo sfruttamento idrico che si pone in essere, se poco equilibrato, può condizionare i rapporti ed esacerbare il rischio di tensioni arginabili solo grazie a intenti cooperativi preventivi. La supremazia statale passa anche dalla sovranità sui corsi d’acqua. Le risorse naturali sono un punto focale per la gestione del potere; come il caso della Russia post-sovietica che grazie al petrolio e al gas è riuscita a dare nuova linfa alla sua economia statale stagnante e conseguentemente alla sua azione politica internazionale.

Quindi l’importanza di gestire le risorse va oltre la necessità strettamente strutturale e si palesa per il petrolio, per il gas, ma anche per l’acqua. La gestione sopracitata è un’arma di geopolitica e di geostrategia (Ciervo 2009). Quando pensiamo alla difficoltà di accesso ad essa capiamo che rappresenta una risorsa fondamentale. Inoltre l’aumento della popolazione, l’urbanizzazione che ha portato alla crescita delle città divenute metropoli con più di 20 milioni di abitanti, i sistemi industriali, l’agricoltura e i paesi in via di sviluppo che richiedono maggiori quantità d’acqua, tutti questi elementi esplicitano il problema come un’incombenza inderogabile (Malamocco 2016). I corsi d’acqua infatti stanno aumentando la componente salina e ciò comporta un danno alle comunità ma anche all’agricoltura. Alcuni corsi d’acqua attraversano più Stati i quali spesso richiedono maggiori quantità d’acqua rispetto al passato per le mutate condizioni politiche interne o perché cercano una nuova via di sviluppo economico attraverso agricoltura e sviluppo industriale. Attualmente si palesa un nuovo scenario: è la tendenza alla privatizzazione dell’acqua anche nei paesi in via di sviluppo. Le rivendicazioni sull’utilizzo dell’acqua potrebbero mutare gli scenari geopolitici ed economici futuri e ciò dipenderà da diversi fattori: nel 2100   almeno un miliardo di persone non disporrà di acqua per il proprio sostentamento e la produzione di grano, mais e riso crollerà del 2% l’anno ogni 10 anni a causa di criticità legate alla crisi idrica. I cambiamenti climatici modificheranno la geografia umana e di conseguenza la geopolitica, le ondate migratorie, conseguenti a tali mutamenti, potrebbero amplificare esponenzialmente la possibilità di proteste, conflitti violenti, guerre civili (Valori 2012).

Il contesto mediorientale è uno di quelli maggiormente a rischio sotto questo aspetto, infatti in queste aree alcuni corsi d’acqua sono fondamentali per la gestione e il governo dei territori. Ad esempio, tornando al contesto africano, la gestione del bacino del Nilo è una delle questioni cruciali in questo senso. Il fiume attraversa nove paesi e ognuno di questi richiede sempre maggiori quantità d’acqua creando problemi con stati vicini. La medesima riflessione è valida anche per il fiume Giordano necessario per l’approvvigionamento dei territori che attraversa. Il Tigri e l’Eufrate, storicamente popolari oggi continuo a essere protagonisti inconsapevoli di un contesto mutato, ma sempre per la loro importanza politica e strategica. Questi fiumi nascono dalla Turchia e si incontrano nei pressi di Bagdad per proseguire verso le cosiddette paludi salmastre dove vivono popolazioni di religione sciita. Questi corsi d’acqua hanno subito una riduzione dei loro flussi a causa della costruzione di numerose dighe per la richiesta sempre più alta di energia elettrica, dighe costruite in Turchia in Siria e Iraq. Il problema diventa sempre più delicato a causa del fatto che la siccità sul territorio è aumentata nell’ultimo decennio. In questo contesto anche il Kurdistan iracheno ha cercato di dettare le sue regole imponendo il pagamento delle tasse alla popolazione locale per lo sfruttamento dell’acqua, utilizzando poi i proventi per le sue strategie politiche, militari e terroristiche. Inoltre la popolazione è stata forzata a pagare le imposte sul ricatto meschino della restrizione dell’acqua e dell’energia elettrica e sotto la minaccia di far saltare le dighe, causando un disastro ecologico ed economico di notevoli dimensioni. In questo complesso scenario la Turchia ha rafforzato la propria influenza sullo sfruttamento dell’acqua mentre la Siria sembra essere quasi assente dal tavolo decisionale.

Da un punto di vista squisitamente economico nel momento in cui l’acqua viene trasformata in servizio questa diventa un bene commerciale ed ha un suo prezzo. Attualmente sono poche le grandi imprese come la francese Suez-Ondeo e Vivendi Universal che si sono aggiudicate la gestione della risorsa grazie all’appoggio dei rispettivi governi, dalla Commissione Europea e da grandi istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio che impongono ai paesi in via di sviluppo la privatizzazione e commercializzazione di numerosi beni e servizi come condizione indispensabile per accedere ad aiuti economici (Mancini 2014). La fornitura del servizio erogatorio chiaramente sostanzia l’attività di lucro. L’acqua è una risorsa che si rinnova e in realtà le problematiche che la caratterizzano non attengono a una scarsità in quanto tale; ma al suo consumo sconsiderato e privo di una progettualità gestionale che ne impedisce l’accesso a un ampio strato della popolazione mondiale. La questione affonda le sue radici nel potere, nella povertà e nella disuguaglianza sociale ma elude la disponibilità materiale. L’impatto devastante che una crisi idrica può avere sulla qualità della vita di milioni di individui deve responsabilizzare la comunità internazionale e stimolarla a elaborare una strategia preventiva e potenzialmente risolutiva unita a un percorso formativo che educhi le popolazioni a un uso consapevole di questa preziosa risorsa. Nelson Mandela sosteneva che l’acqua è un diritto basilare per tutti gli esseri viventi, il suo libero accesso deve essere un obbiettivo comune, come elemento centrale nel tessuto sociale, economico e politico di ogni paese, di ogni continente, del mondo. L’acqua è democrazia.

 

 

 

Bibliografia

 

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