Marino D’Amore

 

Simon Dalby è professore di Economia politica dei cambiamenti climatici presso la Balsillie School of International Affairs a Waterloo in Ontario.

Nel testo egli compie un percorso analitico che si divide su due piani d’indagine: quello geopolitico e quello della sicurezza, entrambi contestualizzati in ambito ambientale. Un percorso che si dicotomizza attraverso un duplice intento, al contempo sinergico e dialogico, di tipo intellettuale e meramente pratico. L’impianto multifocale esplica i profondi cambiamenti ecologici e sociali, le sfide e le contestazioni che cadenzano una tematica così attuale.

Il libro si fonda sulla tesi fondamentale che l’umanità è entrata nell’era geologica dell’antropocene, dove il capitalismo esasperato, figlio di un’economia globale e urbanizzata, sta ricostruendo continuamente gli ecosistemi della Terra.

Dalby abbandona consapevolmente le tesi del determinismo ambientale, sostenendo che l’umanità e la natura dovrebbero essere considerate come sfere comunicanti, complementari, sinergiche e mai separate. Le conseguenze della globalizzazione e il cambiamento ambientale sono legate a doppio filo in un mondo le cui parti in cui si struttura sono interdipendenti, citando Thompson, e connotate da un’intensa connettività. Conseguentemente l’autore risemantizza completamente il concetto stesso di sicurezza, spostandolo da un ambito statuale, inteso come possibile destabilizzazione dell’ordine sociale dovuto, ad esempio, alle migrazioni ambientali, a uno squisitamente più umano che analizza i pericoli della dimensione antropica. Tale intento analitico si attualizza nel confronto, tra passato e presente, sulle riflessioni riguardo alle minacce ambientali, da Malthus e i neo-maltusiani degli anni settanta fino ai più recenti dibattiti sulla sostenibilità e il cambiamento ambientale. Quindi egli esplora criticamente le nozioni di sicurezza ambientale, riflettendo sulla letteratura del tema da cui trarre esempi per comprendere come le dinamiche politico-economiche siano cruciali ed evidenzino la complicità umana in minacce apparentemente naturali, in un’ottica urbana e globale: la cosiddetta glurbanizzazione.

Il punto di vista geopolitico dell’autore emerge fortemente, sottolineando l’esistenza di uno scenario mondiale profondamente diviso tra centro e periferia, tra il nord metropolitano e il sud rurale, in un continuo confronto tra attualità e stagioni storiche precedenti.

Dalby, nel testo concretizza dialetticamente un profondo impegno critico che lascia emergere diverse intuizioni da un punto di vista prospettico e futuribile. Egli pone in essere intuizioni che abbracciano, al contempo, l’ambito accademico e quello più squisitamente popolare, attraendo diverse categorie di lettori. Occorre sottolineare però che la vastità di tale concettualizzazione narrativa depaupera inevitabilmente l’approfondimento. Tuttavia le argomentazioni sostenute dall’autore si arricchiscono di un profondo respiro innovatore che intende coniugare stimoli scientifici multidisciplinari con il pensiero sociale, in chiave prima storica e poi postmoderna, a volte forzandone la compatibilità, altre elargendo uno stimolante nuovo punto di vista. Dalby, tuttavia, concede ai lettori una visione troppo assolutista che meriterebbe una più attenta valutazione delle sue componenti, soprattutto in un ambito con velleità di tipo accademico. Tuttavia avvicinare l’aspetto sociale a quello naturale, considerandoli profondamente interconnessi, è certamente, e in modo sostanziale, un grande progresso nella ricerca sull’argomento in questione. Una commistione che però deve necessariamente mantenere la sua intrinseca natura sinergica e dialogica, senza che nessuno dei due ambiti prevalga sull’altro.

Infatti l’autore sembra che inverta la freccia causale e sovrapponga il determinismo sociale a quello ambientale, eleggendo il primo corollario dello scenario attuale che contestualizza l’esistenza antropica. Un approccio più apertamente dialettico e aperto al dibattito sarebbe una soluzione più adeguata in questo caso, alla luce di una situazione proteiforme e in costante mutamento come quella analizzata all’interno del testo. Tale presa di coscienza potrebbe catalizzare potenzialmente il superamento, ma non l’accantonamento, della ricerca di basi esplicative etiche per puntare alla concezione di quella che si potrebbe definire, citando lo stesso Dalby, una politica antropocenica. Tale riflessione tuttavia non ridimensiona il peso e il valore del contributo dell’autore che ha scritto un libro molto stimolante, che invita a osservare la questione da un punto di vista innovativo e, al contempo, offre al lettore una serie di importanti quesiti, utili per l’indagine e il dibattito in ottica futura.