Mavroudi e Nagel (2016) Global Migration. Patterns, Processes and Politics, Routledge, London-New York

di Niccolò Inches

Elizabeth Mavroudi, lecturer in Geografia Umana presso la Loughborough University (Regno Unito), e Caroline Nagel, docente di Geografia alla University of South Carolina (Stati Uniti), sono le autrici di questo accurato manuale multidisciplinare sul fenomeno delle migrazioni globali. Nel dispiegare la loro dissertazione, le accademiche prendono in considerazione quadro teorico, dimensioni geografiche, trend storici e schemi attuali dei flussi per l’analisi dei movimenti delle popolazioni, tematica non esente – per stessa ammissione delle ricercatrici – da nodi irrisolti e contraddizioni.

La trattazione promana da alcuni interrogativi fondamentali, in modo particolare su quali fattispecie far rientrare nel novero delle migrazioni e sul perché le migrazioni sono rilevanti. Alla luce dei risultati dell’osservazione empirica – secondo variabili quali tipologia e identità dei migranti, realtà di origine e destinazione, motivazioni e inclinazioni personali alla base dei movimenti, processi globali e politiche nazionali che modellano il fenomeno – si stagliano modelli di studio e relative sotto-categorie. A cominciare dalla macro-dicotomia tra migrazioni interne (perlopiù campagna-città, legate alle dinamiche di industrializzazione) e internazionali, nelle quali si opera una diversificazione tra soggiorni short e long-term, sui quali si riscontrano approcci differenti in funzione delle politiche adottate dal Paese coinvolto; da questo punto di vista, è esemplificativa la differenza tra USA e Regno Unito, laddove i primi qualificano come immigrazione una durevole permanenza sul suolo americano (solitamente finalizzata all’ottenimento della cittadinanza), mentre per il secondo è sufficiente un soggiorno di un anno. Ulteriori categorie significative sono quelle di ‘richiedente asilo-rifugiato’, la cui qualifica si raccorda alla fattispecie giuridica descritta nell’apposita Convenzione di Ginevra del 1951, oppure di ‘migrante illegale’, il cui status è connesso alla validità o al possesso di documenti che autorizzano il soggiorno, rilasciati da un’autorità nazionale.

Un indicatore ineludibile per l’analisi migratoria, sottolineano le autrici, è la dimensione scalare dei flussi: le statistiche delle Nazioni Unite certificano che solo il 3% della popolazione mondiale è attivo negli spostamenti, nondimeno è necessario soppesare siffatta proporzione in considerazione dell’alta concentrazione di migranti entro un numero limitato di paesi di origine e destinazione. In tale ottica, si registra uno squilibrio nella distribuzione mondiale dei 241 milioni di migranti recensiti: più di un terzo di essi proviene da paesi come Messico, Cina, Pakistan e Filippine, dirigendosi verso Stati di ricezione come USA, Russia, Regno Unito e Germania. Tali flussi seguono spesso dei ‘corridoi migratori’, corrispondenti a storiche direttrici di spostamento (Ucraina-Russia, Bangladesh-India, Turchia-Germania, Arabia Saudita-MO). Parimenti, si può constatare un’elevata densità di radicamento dei newcomers (organizzati in cluster secondo nazionalità o etnia) in una quota esigua di gateway cities del mondo sviluppato: Los Angeles, New York, Sidney, Londra, metropoli cosmopolite in quanto snodi per le reti globali, nonché laboratori di diversità e convivenza multiculturale (in primis a livello scolastico); parallelamente, un nucleo altrettanto limitato di paesi di origine accoglie miliardi di dollari di rimesse, che i loro cittadini trasmettono alle famiglie rimaste in patria.

Gli argomenti contenuti nel testo vengono affrontati tenendo in debito conto le varie prospettive teoriche che si sono storicamente succedute sulla issue delle migrazioni: dall’approccio di Ravenstein (XIX secolo) sulle ‘corte distanze’ dei movimenti, dovuti al progresso industriale, alle contaminazioni tra Fisica e scienze sociali (XX secolo), alla radice della teoria entropica-comportamentista di Lee, secondo la quale le migrazioni sono l’esito di scelte e sensibilità individuali non necessariamente razionali; dal filone della rational choice alla scuola strutturalista vicina al pensiero marxista, con la teorizzazione della polarizzazione produttiva e della dualità del mercato del lavoro mondiale. Con l’ausilio di siffatto background, nel corso dei capitoli le autrici tracciano le linee cronologiche delle migrazioni (dai flussi intra-europei dell’età moderna alle più recenti rotte scaturite da tradizioni coloniali o sedimentazioni industriali); analizzano il profilo dei migranti all’interno del mercato del lavoro, tra segmentazione di genere e pratiche discriminatorie; studiano gli effetti delle migrazioni in termini di modernizzazione e crescita economica sui sending countries; si focalizzano sui movimenti dei richiedenti asilo, indotti da guerre, persecuzioni, violazioni di diritti; si soffermano sul ruolo dello Stato e gli strumenti di gestione/controllo dei migranti, ivi comprese condizioni per la concessione della cittadinanza e policy di assimilazione/integrazione; si concentrano sul processo di costruzione identitaria nelle realtà ospitanti, tra perpetuazione delle comunità originarie e partecipazione alle strutture sociali di nuovo insediamento.

Il manuale di Mavroudi e Nagel è reso esaustivo dal rifiuto di un paradigma analitico circoscritto al framework statale; ad un’osservazione delle migrazioni limitata alle dinamiche a cavallo dei confini nazionali, si preferisce – anche a livello terminologico – uno studio della mobilità transnazionale, interconnessa ad una varietà di processi globali (sociali, familiari, economici e tecnologici) in cui si distinguono le prerogative di Stati mediatori dalle prospettive di individui attori.